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Napoli Pride, sarà il 27 giugno. Un laboratorio di diritti: dal “Jesce Sole” del ’96 al palco del dialogo possibile

Trent'anni di Napoli Pride: primo pride del sud nel 1996, unico in Europa a non fermarsi durante il Covid, crocevia politico del primo abbraccio Schlein-Conte e voce delle madri coraggio. Nell'ultima edizione la sfida più alta: garantire la parola all'associazione ebraica Keshet tra le bandiere della Palestina.

Napoli Pride, sarà il 27 giugno. Un laboratorio di diritti: dal “Jesce Sole” del ’96 al palco del dialogo possibile

Pride

12 Febbraio 2026

Di: Radio Pride

NAPOLI – Non è mai stata solo una parata. Dalla prima coraggiosa discesa in piazza del 29 giugno 1996, il Pride di Napoli,  primo nel sud Italia, si è configurato come un sismografo politico e sociale capace di anticipare i tempi, dettare l’agenda nazionale e, cosa unica nel panorama continentale, non spegnersi mai, nemmeno quando il mondo intero era in lockdown.

L’eredità del ’96: tra “Jesce Sole” e la Madonna di Pompei

Per comprendere la “densità” unica dell’evento partenopeo bisogna tornare a quel primo slogan colto e potente, “Jesce Sole”. Nel 1996, Napoli fu la prima città del Sud Italia a organizzare un Pride nazionale, rompendo il silenzio e portando l’orgoglio alla luce del sole. Ma accanto alla rivendicazione politica, quella piazza inventò spontaneamente un inno che risuona ancora oggi, perfetta sintesi tra sacro e profano, devozione e diritto all’esistenza: “La Madonna di Pompei vuole bene a tutti i gay”. Un coro che disarmò i pregiudizi, ricordando a tutti che all’ombra del Vesuvio la fede popolare ha maglie larghe, capaci di accogliere anche chi altrove veniva respinto.

2013, da Napoli parte l’”Onda Pride”

Napoli non si è limitata a partecipare alla storia del movimento, l’ha scritta. È proprio qui, nel 2013, che nasce e si concretizza il modello “Onda Pride”. Abbandonando la vecchia logica dell’unico corteo nazionale a rotazione, da Napoli partì l’idea di una mobilitazione diffusa, capillare, capace di moltiplicare le piazze da Nord a Sud. Una strategia che ha trasformato il Pride da singolo evento a stagione di diritti, e che oggi rappresenta lo standard del movimento italiano.

La “Città dei Diritti”: le istituzioni sempre in prima fila

A differenza di altre metropoli dove la presenza delle istituzioni è stata spesso timida, Napoli vanta un primato politico: i suoi sindaci ci sono sempre stati. Ad aprire la strada fu Antonio Bassolino, che negli anni ’90 intuì che i diritti civili erano parte del rinascimento culturale. Ma il segnale più potente arrivò con Rosa Russo Iervolino: cattolicissima, democristiana, eppure capace di indossare la fascia tricolore in testa al corteo, dimostrando una laicità delle istituzioni rara per l’epoca. Il legame divenne simbiotico con Luigi de Magistris: per 11 edizioni consecutive, l’ex sindaco ha marciato in prima fila, facendo del Pride un atto identitario. Un testimone raccolto oggi con sobrietà istituzionale dal sindaco Gaetano Manfredi, che conferma la linea di una città accogliente che non arretra sulla difesa dei diritti. Un supporto che travalica i confini comunali, trovando sponda nella Regione Campania con il governatore Vincenzo De Luca, e consolidandosi con la presenza fissa di figure nazionali come l’ex Presidente della Camera, oggi neoeletto Presidente della Regione Campania, Roberto Fico.

Resistenza e politica: dall’ultimo Partigiano ai leader politici 

Il Pride di Napoli è sempre stato un atto di Resistenza, nel senso più nobile e storico del termine. Non è un caso che questa piazza abbia accolto con onore Antonio Amoretti, l’ultimo partigiano delle Quattro Giornate di Napoli (scomparso nel 2022). La sua presenza al Pride, voce libera e resistente fino all’ultimo, ha rappresentato un passaggio di testimone morale fortissimo: la lotta contro l’oppressione nazifascista e quella per i diritti civili sono figlie della stessa sete di libertà.

Una resistenza che si è manifestata anche durante il biennio nero della pandemia (2020-2021): mentre i Pride di Roma, Londra e Berlino si fermavano, la comunità partenopea è stata l’unica in Europa a mantenere il presidio fisico ininterrottamente. Ed è su questo terreno fertile che, nel 2024 al Pride Park, si è consumata l’immagine politica dell’anno: la prima apparizione congiunta su un palco di Elly Schlein e Giuseppe Conte, consacrando il Pride di Napoli come laboratorio politico nazionale.

L’ultima edizione: il coraggio del dialogo

L’ultima edizione ha segnato il punto più alto e complesso della storia recente. In un clima internazionale incandescente, Napoli ha scelto la via dell’accoglienza e del rispetto dei principi democratici. Mentre al corteo sfilavano tante bandiere della Palestina, dal palco è stata data voce anche a Keshet, l’associazione di persone ebree LGBTQ+. Una scelta difficile e dolorosa, che ha reso però Napoli un caso unico: l’unica piazza capace di gestire il dissenso garantendo diritto di parola a tutti e tutte.

Quello di Napoli è stato un Pride che ha saputo unire, nel corso di questi trent’anni, anime diverse: dalle madrine pop (Arisa, Gaia) alle grandi signore del teatro e della cultura (Isa Danieli, Giuliana De Sio, Cristina Donadio e Malika Ayane), fino alle voci storiche della tradizione popolare (Angela Luce e Maria Nazionale). Eppure, tra tante stelle, il momento più intenso e straziante è rimasto quello di Maria Esposito, madre di Vincenzo Ruggiero, vittima di un brutale omicidio. La sua presenza ha ricordato a una piazza commossa che, dal “Jesce Sole” a oggi, il Pride resta prima di tutto un atto d’amore e di difesa della vita.