Addio Orbán. Magyar: “Tornerete liberi di amare, ma per rimparare la democrazia ci vorranno anni”
Sedici anni di autocrazia non si cancellano in un giorno. Il neo-premier ha i numeri per ribaltare il Paese, ma dovrà fare i conti con un "Deep State" che controlla ancora giudici, banche e tv. La sfida più dura? Rimparare a essere una democrazia.
Sedici anni di potere assoluto non si cancellano con un colpo di spugna, nemmeno se hai appena vinto le elezioni con una maggioranza schiacciante che ti permette di cambiare la Costituzione. Eppure, alcune dichiarazioni del nuovo premier ungherese Péter Magyar suonano come una folata di vento fresco in una stanza rimasta chiusa per troppo tempo. L’impegno a guidare un Paese in cui “ognuno possa amare chi vuole ed esprimersi liberamente” non è solo uno slogan politico, è il tentativo di ricucire lo strappo profondo che ha diviso l’Ungheria dal resto dell’Europa democratica. Ma l’entusiasmo del cambiamento, avvertono gli analisti, dovrà fare i conti con la complessa realtà sul campo.
Il macigno del “Deep State”
Il processo che attende Budapest ha un nome preciso, quasi clinico: de-orbanizzazione. A coniarlo è Andrea Virág, direttrice della strategia dell’Istituto Republikon, che all’Adnkronos ha delineato un quadro lucido e a tratti spietato dell’eredità lasciata dal governo uscente.
L’era di Viktor Orbán non è stata solo una stagione politica, ma la costruzione metodica di un vero e proprio deep state. Un’architettura di potere tentacolare che ha avvolto il sistema giudiziario, monopolizzato i media, addomesticato il settore finanziario e infiltrato quello culturale. “Ogni angolo del Paese è stato controllato e influenzato da questa élite“, spiega Virág. Ecco perché la comunità internazionale dovrà armarsi di pazienza, smontare questo ingranaggio richiederà altrettanto tempo di quanto ci è voluto per costruirlo.

Riapprendere la democrazia
C’è un passaggio, nell’analisi dell’esperta, che colpisce più di tutti: “È un processo di riapprendimento per il Paese, su come si fa la democrazia“. È una frase che va oltre la geopolitica e tocca il dramma intimo di una nazione. Intere generazioni di giovani ungheresi sono cresciute conoscendo un solo uomo al comando e un solo modo, spesso autoritario, di gestire la cosa pubblica.
Oggi, l’Ungheria è come un paziente che esce da una lunga degenza e deve imparare di nuovo a camminare. Nel sistema statale c’è poca memoria su come si gestisca una reale transizione democratica e su come si formi un governo che non sia la semplice emanazione di un leader supremo.
I numeri ci sono, ora serve il consenso
I numeri per una rivoluzione lampo ci sarebbero tutti. Forte di una maggioranza parlamentare dei due terzi, Magyar avrebbe il potere di ribaltare l’Ungheria già domani mattina.
L’intenzione però dichiarata dal nuovo premier non è quella di imporre riforme dall’alto, ma di avviare un lungo e laborioso dibattito e confronto nazionale. Una scelta matura, consapevole che – come nota Virág – “una cosa è concordare sulla necessità di cambiare, un’altra è mettersi d’accordo su come scriverla, questa nuova costituzione“. Sarà un percorso doloroso, fatto di compromessi, ma necessario per partorire una carta fondamentale che sia finalmente “meno nazionalista, meno conservatrice e più rappresentativa di tutta la società“.

Il ritorno dei diritti e la fine delle leggi anti-Lgbt?
La vera rivoluzione, tuttavia, si gioca probabilmente sul piano dei diritti civili. Péter Magyar è un conservatore, un uomo d’ordine che dovrà fare i conti con una corruzione altissima nel paese generata dal “sistema Orbán”, eppure il suo approccio ai diritti individuali è di stampo nettamente liberale. La sua promessa di un’Ungheria libera di amare e di esprimersi segna una rottura netta, emotiva oltre che legale, con le campagne d’odio del passato recente.
Secondo l’Istituto Republikon, le famigerate politiche anti-Lgbt del governo Fidesz sono destinate a finire nel cassetto della storia. E se questo si trasformerà in realtà, non sarà solo una vittoria politica per il nuovo governo, ma una rinascita civile per milioni di cittadini ungheresi che hanno vissuto l’ultimo decennio sentendosi stranieri in patria, ma soprattutto sarà una grande vittoria per l’Europa tutta. La notte dell’Ungheria potrebbe essere finita, ma l’alba richiederà tutto il coraggio della pazienza.