Annibale Ruccello rivive a Castellammare: parole, visioni e memoria
Al Teatro Karol un omaggio intenso e corale all’autore stabiese tra ricordi, musica e testimonianze di grandi artisti.
Entrare in sala per “Annibale: parole e visioni” è stato come varcare la soglia di un rito collettivo. Le immagini di scena di Annibale Ruccello, catturate dall’obiettivo di Peppe Del Rossi, scorrevano lente sullo schermo, mentre le note di Patty Pravo, Mina e Romina Power avvolgevano l’ambiente in un’atmosfera sospesa, canzoni che appartenevano alla colonna sonora de Le cinque rose di Jennifer, e che qui tornavano a vibrare come presenze affettive. Poi il buio e subito la sigla, Se perdo te di Patty Pravo, che si spegne dolcemente per lasciare spazio a un monologo: la voce narrante, scritta e interpretata da Nicola Garofano, che in prima persona ridava carne e parola ad Annibale. Da lì, Garofano ha assunto il ruolo di guida e regista della serata, traghettando il pubblico in un viaggio tra biografia, ricordo e visione.
I saluti istituzionali sono partiti con l’assessora Annalisa Di Nuzzo, che ha ricordato alcune cose su Annibale con cui aveva condiviso gli anni di scuola e ha parlato soprattutto del Vesuvio Pride: «Il Pride a Castellammare per noi è davvero un’iniziativa importante, che tutta la giunta, il sindaco e io stessa abbiamo accolto con entusiasmo. Rappresenta la testimonianza di come sia possibile unire due dimensioni: ciò che gli anglosassoni chiamano education e entertainment, educazione e intrattenimento. Un intrattenimento che però ha uno sguardo e un’incisività particolari, perché mira a che cosa? A rispettare i diritti, le diversità, la costruzione delle identità, che possano attraversare tutte le definizioni purché portate avanti con consapevolezza. In questo senso il Pride ha voluto fortemente collegarsi al territorio e, come loro stessi hanno sottolineato, come non pensare ad Annibale Ruccello? Questo incontro rappresenta un’anteprima di ciò che, come amministrazione, proporremo il prossimo anno: iniziative dedicate proprio a Ruccello». Dopo è intervenuta Marisa De Martino dell’Osservatorio LGBTQIA+ della Regione Campania. Con lei è emerso il lato più intimo e viscerale del drammaturgo, grazie al legame di profonda amicizia fatto di notti insonni e piccoli trionfi: «Il suo vero laboratorio era la strada, le feste popolari e pagane, i vicoli, i racconti che si tramandavano sottovoce. Mi diceva sempre: “Il teatro deve far paura, deve essere una seduta spiritica, un rito pagano, un viaggio dentro l’anima”. E così scriveva, con la furia di chi ha poco tempo, come se lo sapesse». Infine, è stato il turno di Danilo Beniamino Di Leo, presidente del Pride Vesuvio, che ha ricordato quanto Castellammare di Stabia abbia risposto con entusiasmo alla proposta di ospitare il Vesuvio Pride, in programma il prossimo 20 settembre. Da lì si è passati agli artisti: una carrellata di voci, emozioni e memorie che hanno restituito un ritratto corale di Ruccello.
La prima a salire è stata Antonella Morea, che ha condiviso il ricordo vivido della sua prima volta da spettatrice davanti a Le cinque rose di Jennifer: «Avevamo appena finito lo spettacolo del pomeriggio, e dico: “Ci sono Le cinque rose di Jennifer al Teatro Nuovo, recita Annibale. Vado a vederlo”. Mi metto nell’ultima fila, perché era rimasto solo quel posto lì. Avevo il freddo addosso, ma ho ricevuto una grandissima fascinazione, enorme. Non dal grande attore che era, ma da Jennifer. Lui era Jennifer. Lo vedevi attraversare la scena con quell’abito lungo, quei capelli neri che si muovevano, tutta quella solitudine, quell’inquietudine. Io sono rimasta con la bocca spalancata per quasi due ore. E c’era anche il suo carissimo compagno di scena, Francesco Silvestri, che interpretava Anna: un grandissimo attore e autore».

Subito dopo, Peppe Del Rossi ha raccontato attraverso le sue fotografie l’Annibale di scena, restituendo immagini di un teatro che si fa corpo e memoria visiva:«L’impatto avuto con Le cinque rose di Jennifer, incipit della mia esperienza con Annibale, ha favorito un rapporto che, di volta in volta, si è arricchito di dettagli negli incontri al Caffè Gambrinus, che lui considerava il suo ufficio a Napoli, dove ci ritrovavamo per esaminare le foto dello spettacolo. Un’esperienza che non dimenticherò mai fu quando, per la prima volta, gli sottoposi i provini a contatto (le strisce di fotografie in formato reale del fotogramma 24×36 mm): li osservava con attenzione e grande competenza, come se scorresse una sequenza filmica. Era interessato alla mia interpretazione fotografica dello spettacolo. Annibale era una persona dal contagioso entusiasmo e da un’intellettuale curiosità che sapeva affascinare».

È stato poi il turno di Gino Curcione, che ha ricordato con grande affetto l’incontro con Ruccello: «Annibale l’ho conosciuto quando avevo vent’anni. Era la primavera del 1980. Francesco Silvestri, che già frequentavo in un laboratorio, un giorno mi chiese: “Ma tu conosci Annibale Ruccello?”. Io gli risposi di no, e lui mi spiegò che Annibale stava allestendo Le cinque rose di Jennifer e cercava qualcuno per fare le voci fuori campo, quelle registrate, come quelle di Radio Cuore Libero. Mi disse: “Ti porto a Castellammare con un altro attore giovane”. Con noi venne un giovane attore che oggi fa lo psicologo, Alberto, non ricordo il cognome. Le prove si tenevano ai Salesiani di Castellammare. Quando arrivammo, Francesco mi presentò ad Annibale. Io non sapevo nulla, né del testo né della storia. Annibale mi guardò e disse: “Francesco, ma che hai fatto? Mi hai portato Jennifer e Anna messe insieme!”. Io rimasi spiazzato: “Ma chi sono queste femmine?”. Francesco mi spiegò: Jennifer è la protagonista, e Anna è la vicina. Allora Annibale mi disse: “Peccato che sei così giovane, ma in futuro potresti interpretare tranquillamente l’una o l’altra. Per adesso, se ti va, mi farebbe piacere che registrassi le voci”. In quell’ambito conobbi anche un grande amico mio e di Annibale, vostro conterraneo, legato anch’egli a Le cinque rose di Jennifer: Vanni Baiano. E a lui, vi chiedo, va dedicato un applauso». Dopo altri vari ricordi Gino ha portato il pubblico dentro la favola di Catarinella, con il suo inconfondibile carisma da narratore capace di mescolare ironia, oralità popolare e struggimento.

Infine, l’attesa Giuliana De Sio, che con la sua presenza scenica e la sua inconfondibile energia ha ricordato l’esperienza di Notturno di donne con ospiti: «Che emozione quello che avveniva sui palcoscenici di tutta Italia. Per ben 900 volte ho portato in giro questo meraviglioso capolavoro di Annibale Ruccello. Adriana Imparato è una parte di me: non potrei dirlo di tutti i lavori che ho fatto, e ne ho fatti tanti in cinquant’anni di carriera. Però Adriana Imparato è un animaletto nascosto dentro di me, sempre pronto a guizzare fuori. Forse la mia storia con lei non è ancora finita, nonostante l’abbia interpretata per la prima volta a 35 anni, se non ricordo male. Io sono cresciuta e invecchiata, ma il personaggio non è mai invecchiato». E ancora, con la sua consueta franchezza: «Nella psiche immobile di alcuni spettatori capita che vadano a teatro per dormire, no? Allora a me viene voglia di svegliarli. Sul palcoscenico sono carne viva, e credo che uno dei motivi per cui sono stimata, posso permettermi di dirlo, sia proprio questo mio bisogno di smuovere l’aria, di muovere ciò che resta fermo. Bisogno di vita, bisogno di vita! Il palcoscenico è un luogo dove deve esserci vita. Invece, a volte, vedo celebrare funerali, i funerali del teatro: gente che dorme, che tira fuori i cellulari. Io non voglio sentire una tosse quando sono in scena, non voglio vedere la luce di un cellulare che si accende e si spegne. Se non si accende, un motivo c’è; se qualcuno lo accende, un motivo c’è lo stesso: vuol dire che si annoiano».

Anche Carlo De Nonno, musicista ed erede di Annibale Ruccello, ha voluto dare il suo contributo, inviando un messaggio scritto, sottolineando come «la vita continua delle sue opere, rappresentate in Italia e all’estero, sia la grande rivincita rispetto al cieco destino che ha interrotto troppo presto la sua esistenza».
A chiudere la serata, ancora Gino Curcione, che ha regalato al pubblico la favola di Ruccello ’O re de’ piriti, riportando il clima della festa popolare e della comicità liberatoria che tanto amava l’autore stabiese. La serata è stata dunque un mosaico di memorie e visioni: dalle fotografie di Del Rossi alle parole degli interpreti, passando per la voce di Garofano che ha cucito insieme i momenti, riportando in vita l’anima inquieta e geniale di Ruccello. Un omaggio che non si è limitato al ricordo, ma che ha proiettato la sua eredità verso il futuro, intrecciando il linguaggio del teatro con quello dell’orgoglio e dei diritti.

“Annibale: parole e visioni” ha restituito la dimensione più autentica di Ruccello: quella di un autore che sapeva trasformare il banale in epico, il quotidiano in destino, la marginalità in universalità. A pochi giorni dalla parata del Vesuvio Pride, questo tributo non poteva che vibrare come un atto di resistenza culturale e civile, ricordandoci che il teatro, come diceva Annibale, resta sempre «una scommessa di vita».