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Filippo Pelati agli europei di nuoto campione anche contro gli stereotipi

Quattro medaglie, l'omaggio a Freddie Mercury e l'odio social

Filippo Pelati agli europei di nuoto campione anche contro gli stereotipi

Costume & Società, Cultura Queer, Omofobia, Sport

7 Agosto 2026

Di: Carlo Ditto

Agli Europei di nuoto artistico del 2026, Filippo Pelati ha confermato di essere uno dei più grandi talenti della disciplina. Dopo essersi imposto sulla scena mondiale, il diciannovenne emiliano è tornato sul podio continentale conquistando quattro medaglie, tra cui l’argento nel solo libero maschile con una coreografia ispirata ai Queen e alla figura di Freddie Mercury (la canzone scelta è Radio Ga Ga). Un esercizio di altissimo livello tecnico, costruito su apnee estreme, precisione assoluta, forza, controllo e interpretazione artistica.

Dovrebbe essere questa la notizia. Dovrebbero esserlo il talento, i sacrifici, gli allenamenti quotidiani, la capacità di trasformare uno sport difficilissimo in un linguaggio espressivo capace di emozionare. Dovrebbe esserlo il fatto che un atleta italiano continui a scrivere la storia di una disciplina ancora troppo poco raccontata.

E invece? E invece no!

Il trionfo azzurro oscurato dall’odio social

Come accade sempre più spesso, la cronaca sportiva è stata soffocata dal rumore tossico dei social network. Sotto i post che celebravano il risultato di Pelati sono comparsi centinaia di commenti omofobi e sessisti. Insulti rivolti non alla qualità della sua prestazione, ma al suo modo di stare in scena. Agli occhi truccati. Alle movenze. Alla scelta di omaggiare Freddie Mercury, una delle più grandi icone queer della musica mondiale. È bastato questo per scatenare la fragilità di una certa idea di mascolinità.

Della serie, ci vuol poco per far venire meno il patriottismo nazionalista che in altri casi trasuda da ogni lato. Ne cito alcuni da instagram, perché su facebook forse meglio non guardare proprio:
“Bella gnocca complimenti, c’era anche Vladimir Luxuria?”
“Specialità olimpica fare la bimba?”
“Perché questo circo??”
“Bravo sima [sic] poteva evitare le scene gay prima del tuffo PS non sono contro ma…”
“Truccarsi e sculettare fa parte della performance sportiva?? Maremma gatta eh??”
“Mi sa che a Filippo oltre al nuoto piace pure la pesca 🐟🐟
“Ma che ê sta ricchionat*” (asterisco mio)
“Para un cülatün”
“Si potrebbe gareggiare anche senza fare il finocchio eh”
“Ma che è stammerd*”
“Secondo me è un po’ svedese ossia Filippa”
“Favoccia abbracciati il sesso è canta non sono degno di té [sic]”
“Ma adesso prima di tuffarsi devono sculett9re come donnicciole????”
Potrei andare avanti a lungo con gli esempi, ma mi fermo qui.

Per molti di quei commentatori non era in discussione il punteggio. Era in discussione il diritto di un uomo a esprimere grazia, eleganza, teatralità e sensualità. In altre parole, era in discussione la possibilità che un campione possa anche essere percepito come “queer”.

Ed è proprio questo il punto: il nuoto artistico è uno sport che unisce tecnica, atletismo, interpretazione e danza. La componente performativa non è un accessorio, ma è parte integrante della gara. Pelati lo ha fatto con intelligenza, personalità e una maturità artistica rara per un atleta della sua età.

La rottura degli schemi e la fragilità della mascolinità tradizionale

Ma il problema va oltre Filippo Pelati.

Ogni volta che un uomo rompe gli schemi della mascolinità tradizionale, emerge una parte dell’Italia che continua a vivere la libertà altrui come una minaccia personale. È un riflesso culturale antico, alimentato dall’idea che esistano modi “giusti” e modi “sbagliati” di essere uomini. Per questo gli insulti rivolti a Pelati non riguardano soltanto lui.

Riguardano tutti quei ragazzi che praticano danza, pattinaggio, ginnastica ritmica, teatro o nuoto artistico. Tutti quelli che hanno imparato fin da piccoli che per essere accettati bisogna sembrare abbastanza “maschi”. Tutti quelli che hanno nascosto una parte di sé per paura dello scherno. Ed è qui che la sua immagine assume un valore politico, anche senza volerlo. Dopo di lui chi verrà preso di mira?

Una nuova generazione di sportivi contro la doppia morale

Che Filippo Pelati sia gay, bisessuale, eterosessuale o non voglia definire il proprio orientamento è completamente irrilevante. Non è questo il punto, e non dovrebbe interessare nessuno. Il punto è che la sua performance rompe l’equazione tossica tra virilità e valore sportivo, dimostrando che si può essere potenti senza essere aggressivi.

Perché nello sport continua a esistere una doppia misura: le emozioni, il trucco, il costume e la teatralità vengono celebrate quando appartengono alle donne, ma diventano motivo di derisione quando a esprimerle è un uomo.

La realtà racconta esattamente il contrario: un ragazzo con gli occhi truccati, ispirato da Freddie Mercury, può rappresentare l’Italia sul podio europeo con la stessa dignità di qualsiasi altro campione. Anzi, Pelati appartiene a questa nuova generazione di sportivi che non chiedono il permesso di esistere e di vincere.