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“I miei ragazzi di vita si ispirano a Pasolini”: Lamberti si racconta in occasione dell’uscita del romanzo ‘Twink a Roma Est’

Un libro corale in cui i destini di quattro personaggi si incrociano affrontando temi come la dipendenza affettiva, l’isolamento dettato dal Covid-19 e la prostituzione giovanile

“I miei ragazzi di vita si ispirano a Pasolini”: Lamberti si racconta in occasione dell’uscita del romanzo ‘Twink a Roma Est’

Cultura Queer, Poesia e letteratura

21 Maggio 2026

Di: Francesca Saccenti

Roma è una città stanca, una metropoli notturna che si è spogliata degli archetipi e della sua bellezza monumentale per mostrare senza pudore un corpo scarno segnato dalla vita. Lineamenti che ricordano il volto di Pier Paolo Pasolini. Il regista e scrittore Mariano Lamberti dopo il film ‘Una storia vera’ racconta il lato oscuro dell’urbe eterna descrivendo, attraverso le pagine dell’ultimo romanzo ‘Twink a Roma Est’ (Amazon KDP), il quartiere del Pigneto. Un luogo di sinistra in cui si diffonde la subcultura queer, uno spazio fisico, che ha affascinato poeti e scrittori, ma anche linguistico: “Quel posto dove nascono le anti-lingue”.

Possiamo definirlo un romanzo politico o è un’etichetta troppo ristretta?

Dipende da cosa si intende per politico. Per me significa agire nel corpo della società attraverso il proprio campo di azione che può riguardare il cinema o la letteratura. Quando si agisce a livello di contenuti, come nel caso del mio romanzo, è corretto parlare di libro politico. Uno dei quattro protagonisti, Romy, pur provenendo da un retroterra di sinistra pian piano inizia a sviluppare idee sempre più estreme e destrorse. La sua insofferenza diventa un’intolleranza nei confronti dello straniero, verso le donne e gli omosessuali. Un’insofferenza che si trasforma in ideologia, un pensiero che si sposta nelle cabine elettorali. 

Uno specchio del mondo contemporaneo?

Racconto di quello che sta avvenendo nella società, ma ‘Twink a Roma Est’ è anche un’opera sulle dinamiche di potere che si instaurano nel sesso e soprattutto una storia d’amore tra un ragazzo di 22 anni e un giornalista di 58. Un’indagine nei meandri più oscuri della comunità lgbtqia+, si parla anche di cose scomode.

Per esempio?

Il personaggio del giornalista fa delle inchieste sull’universo queer e pubblica un articolo molto controverso sulla PREP (Profilassi Pre-Esposizione, un farmaco che protegge dall’HIV). Una tematica che non mette tutti d’accordo. Personalmente nel libro come scrittore non faccio mai trasparire la mia opinione, sono super partes. Mi sento ‘un fenomenologo’ guardo e ascolto la gente. Nel libro osservo anche il pianeta dei ‘twink’, ventenni gay molto svegli che spesso vendono il proprio corpo con leggerezza: senza quella gravità che si può associare alla prostituzione in senso più stretto. Non è che intendo rappresentare tutto il mondo lgbtqia+, io racconto una storia che vuole far riflettere e anche disturbare su determinati argomenti. Chi cerca il politicamente corretto non lo troverà in queste pagine.

Dipendenze emotive e relazioni sbagliate. Quanto è stato fondamentale l’isolamento del Covid nella fase creativa?

Ho iniziato a scrivere durante il lockdown e l’insorgere della pandemia mi ha influenzato molto. Era il clima ideale per soffermarsi sui legami tossici tra le persone, descrivendo la rabbia legata al particolare momento storico. I protagonisti sono personaggi che vivono in solitudine.

Il lockdown come un topos letterario?

L’arco narrativo della storia si svolge nei cinque mesi della pandemia, da novembre del 2019 fino a maggio del 2020, in questi mesi fatali che tutti abbiamo vissuto. A metà libro i personaggi entrano nel periodo di isolamento. Tutte le loro idiosincrasie e le fobie vengono esasperate dal lockdown: diventano dei mostri. Il finale però, senza spoilerare troppo, è speranzoso. Lascia intravedere la luce. 

Il protagonista cita in alcune righe Angela Merkel sul concetto del fallimento del multiculturalismo. Non come uno slogan ma come un sintomo di un malessere?

Il libro inizia con un esergo, con una citazione famosa pronunciata negli anni Novanta dalla cancelliera tedesca. “All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania. Adesso vivono nel nostro Paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto rimarranno, se ne andranno. Ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità hanno fallito. Fallito completamente”. E Angela Merkel non è proprio una ‘fascista’! Romy, che vive tra Roma, Berlino e Barcellona comincia a vedere Berlino come una specie di ‘cloaca umana’. E pur provenendo da un ambiente di sinistra come il Pigneto, si sposta verso idee di destra, mostrandosi insofferente verso qualsiasi etnia che non rispetti le regole. In pratica quello che sta succedendo oggi, solo che io ho iniziato a scrivere il romanzo già nel 2022 quando l’onda nera non era ancora arrivata. Ora ci siamo dentro.

Una domanda sullo ius è d’obbligo…

A differenza dei miei personaggi sono completamente a favore dell’accoglienza, che deve essere regolamentata per non creare nelle città spazi di emarginazione. Io di formazione sono  buddhista, l’accoglienza per me è un dovere oltre che un diritto.

Non racconti la città eterna con le sue bellezze monumentali, ma una metropoli assonnata e notturna. Tu sei originario di Pompei, ma poco più che ventenne ti sei trasferito per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia. Qual è il rapporto hai con Roma?

Nel film ‘Una storia vera’ riprendo con un iPhone 15 Pro in soggettiva una Roma solare e turistica. Nel libro mi sposto in un contesto urbano degradato e rabbioso, più dark. Parlo di Roma Est come di uno spazio non identificato, un luogo dell’anima. Un simbolo politico dove oggi vive tutta la parte alternativa di sinistra. Però in generale la città è un macello, un disastro per come è gestita. Un problema che affonda le radici nel passato, già ne parlava Pier Paolo Pasolini negli anni Sessanta, la idealizzava ma non nascondeva che c’era monnezza dappertutto. Nonostante i difetti la amo profondamente, è piena di archetipi. Non ha paragoni con nessuno, forse solo con Istanbul per la fusione di culture. La sua bellezza è stata raccontata nella dolce vita di Federico Fellini e nelle esistenze di borgata di Pasolini. 

Quanto c’è di ‘Ragazzi di vita’ di Pasolini nel tuo romanzo?

‘Twink a Roma Est’ è in fondo – con le dovute differenze – una versione contemporanea di ‘Ragazzi di vita’ (1955). Mutatis mutandis, non mi voglio paragonare a lui. I personaggi di Pasolini si muovevano per le strade della Tiburtina e della Casilina, in tutta quella zona è ambientata la pellicola ‘Accattone’ (1961). I miei, invece, si sono evoluti, si sono imborghesiti.

Nel film ‘Una storia vera’, un ruolo cardine è svolto dai social. Quanto contano per i giovani e quando possono rappresentare una minaccia?

Come al solito ogni fenomeno ha il suo lato buio, in questo momento i mezzi di comunicazione hanno come fruitori i giovanissimi dietro i quali si celano tecnocrati, burocrati e multimiliardari che gestiscono senza scrupoli le app. A prevalere è l’aspetto oscuro che ti distacca dalla realtà creando un universo parallelo e virtuale. Ci dovrebbe essere una regolamentazione sia da parte delle famiglie che dello Stato, in questo modo le piattaforme diventerebbero un punto di aggregazione e di informazione. I giovani ci sono nati e ci sono ormai dentro, io no e posso raccontare la dimensione social con distacco. Anche se ci tengo a dirlo non sono un baby boomer!

Progetti futuri?

Sto montando il documentario ‘Pasolini a Budapest’, che descrive il mio viaggio del 2025 in Ungheria, quando il primo ministro Orban proibì il Pride. Nel film realizzo un diario interrogandomi su cosa sia l’omofobia con uno sguardo puntato sulla generazione zeta e sulla figura di Pasolini. Perchè Pasolini e la comunità lgbt non si sono mai incontrati? Lui è stato un’icona di tutto tranne che icona gay. Cerco di rispondere a questa domanda.