Il compleanno di Barbie: 67 anni tra plastica e femminismo, fino all’Intelligenza Artificiale
Da sexy doll anni '50 a Presidente degli USA: come Barbara Millicent Roberts ha attraversato i decenni sconfiggendo Ken, le rivali e le sfide del tempo, restando sempre un passo avanti.
“Ora possiamo smetterla di parlare del mio corpo?”. Così una delle figure femminili più famose e influenti al mondo presentava nel 2016 dalla copertina del Time il suo nuovo corpo curvy, politicamente corretto.
Miss Barbara Millicent Roberts, detta Barbie, nasce in U.S.A. il 9 marzo di 67 anni fa. In Italia avrebbe maturato i termini per una pensione di vecchiaia, potendo finalmente ritirarsi a vita privata, giusto in tempo prima che entrino in vigore le norme che, in ragione, o con la scusa, di un allungamento delle aspettative di vita, posticipano di mesi la finestra di pensionamento, in barba alle promesse elettorali di chi ci governa.

Ma certi miti non hanno età. Ce la vedete la nostra eroina monitorare cantieri o a dar da mangiare a colonie di gattini randagi, con i suoi tailleurini stile enchanted evening? Ma certo che no! Ci sono personaggi che addirittura col tempo sono ringiovaniti, senza ricorrere alla chirurgia estetica, ma di sicuro non rinunciando all’intervento delle plastiche. È il caso della nostra eroina. Dai 18 anni dichiarati all’origine con sembianze di trentenne (ma si sa, non si chiede l’età alle signore) agli attuali 17/18 dimostrati quando oramai è giunta alla soglia dei settanta.
Dalla Germania alla Mattel: le origini di una “sexy doll”
Realizzata in pvc made in Japan, Miss Roberts è quello che da noi si chiamerebbe un “pezzotto”. Una copia di una sexy doll anni ’50 che dalle pagine di Bild Zeitung, faceva capolino in un fumetto a strisce e che ben presto si trasformò in balocco per adulti in vendita nelle tabaccherie, dedicato soprattutto agli uomini. Una bambolina dalle forme molto procaci e con un piccolo corredo di vestitini e accessori.
Fu in quella bambola che Ruth Handler, titolare della Mattel, fabbrica di giocattoli già impegnata soprattutto nella realizzazione di mobilio per case di bambole in legno, riconobbe la sua pupa ideale, la versione tridimensionale di quelle mannequin in carta che sua figlia Barbara (non a caso) amava ritagliare sulle riviste di moda per rivestirle di modellini sempre in carta. Acquistati i diritti di Bild Lilli, come si chiamava la progenitrice tedesca, e dopo un po’ di sperimentazione sul materiale, sostituì alla plastica dura il pvc e alle molle per tenere gli arti fissati al corpo i perni e diede il via alla pubblicità nel Mickey Mouse Show. Fu un trionfo, che non troverà mai fine. Nel periodo di massimo fulgore se ne sono vendute due al secondo!
Era un’idea antichissima di bambola, collegata alla femminilità adulta e alla moda. Tornava così la poupéè dopo secoli di abbandono in favore dei bebé, la bambola manichino o, come si dirà in tempi moderni, la fashion doll al posto della bambola bambina.
Già Crepereia Tryphaena era stata una fashion doll in avorio del secondo secolo d.c. Fu ritrovata a Roma nel 1889 nel corso dei lavori per la costruzione del Palazzo di Giustizia, con le sue sei trecce incrociate sul capo alla maniera dell’Imperatrice Faustina Minore e un piccolo corredo di bauletti, pettinini, specchietti.

Barbie e lo specchio della società
La storia della bambola è storia della donna, dei generi, della moda, delle identità e, quindi, degli stereotipi ad essi collegati e la fortuna di Barbie è anche collegata al suo essere un oggetto ideologicamente complesso dietro le apparenze talmente pop da aver meritato un posto, unica con Topolino tra i personaggi di fantasia, nei quadri di Wharol.
Perfetta, come una dama dell’Ottocento, quando i modelli borghesi del maschile e del femminile si affermarono in maniera talmente rigida da infierire, anche fisicamente, sul corpo della donna di alto rango, strizzata nei rigidi busti, per darle un vitino di vespa su seno e fianchi prosperosi, atti a dimostrarne il dominio fertile sulla casa, sui sentimenti, sulle emozioni, finanche sulle passioni, a tal punto travolgenti da renderla emotivamente instabile, sostanzialmente inaffidabile. Mentre lui era saldo e solido come il marmo nel corpo, nella morale e nei baffi e interpretava in pubblico quello che lei narrava in privato, l’assioma che ricchezza, bellezza e potere sono tutt’uno con la elevata dirittura morale. Dalla qual cosa si poteva dedurre che chi era povero se l’era cercata, vista la dubbia moralità intrinseca. Coscienza sociale a posto e ruoli intangibili, che collocavano la donna come parte di un tutto ideologico, in cui lo scettro era saldamente nelle mani del maschio.
Dall’emancipazione femminile all’intelligenza artificiale
Ma a distanza di quasi un secolo nel fantastico mondo di Barbie le cose non andavano più così. Sebbene odiata dal femminismo per essere tanto perfetta da risultare irreale, la protagonista delle talora futili storie da tipica wasp miliardaria, era diventata lei, a discapito del povero Ken e degli altri amici maschi del gruppo, relegati a comprimari. Come ha ben colto il recente e ottimo film di Greta Gerwig.
Sicché, mentre le bambole maschili con corredi e accessori da soldato e supereroe erano costrette ad abbandonare il termine doll per action figures, affinché non si ipotizzasse che i maschietti stessero giocando, come di fatto avveniva, con una bambola, la nostra protagonista, non afflitta da problemi di divario salariale, proseguiva la scalata sociale e culturale fino a diventare astronauta e presidente della Repubblica U.S.A.
Le uniche che seppero per breve tempo sottrarle lo scettro di bambola più venduta furono le ormai dimenticate Bratz, con le loro labbra siliconate e il look provocante e un po’ volgare da donna dei sobborghi americani. Cancellate da una sfida giudiziaria per questioni di diritti d’autore da quella che ormai è una delle tante sorelle dell’economia mondiale, la Mattel.
La morale è che nella realtà il massimo del successo continuano ad averlo le proiezioni polarizzate di un immaginario maschile assurte a modelli femminili per bambine: la donna perfetta e la poco di buono, con qualche eccezione nelle varianti, già sotto accusa per un eccesso di inclusione woke, come la Barbie disabile o la più recente Barbie autistica.

Nel frattempo, ben altre minacce avanzano all’orizzonte e Barbie che precorre i tempi, ancora una volta ha colto l’attimo. Nel 2015 Hello Barbie attraverso un microfono nascosto nella collana registrava le domande dei più piccoli e, incalzandoli con altre domande, elaborava le risposte più appropriate, selezionando tra milioni di dati del server di ToyTalk, azienda californiana partner della Mattel, specializzata in intelligenza artificiale. Dieci anni dopo gli occhiali smart con cui la Boccia spiava il ministro a Montecitorio alla nostra eroina saranno sembrati roba da principianti.
Fu contestata e ritirata dal mercato Hello Barbie e oggi è ricercatissima dai collezionisti. Ma, a volte ritornano. Anzi, sono già qui…