Intervista a Lillo Di Mauro, tra poesia e impegno, insignito dell’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana
«Non è solo un premio alla carriera o al valore individuale, ma un atto che riscrive il rapporto tra lo Stato e la persona LGBTQ+»
Intervistare Lillo Di Mauro oggi significa intervistare una personalità complessa che attraversa più dimensioni: la poesia a cui si dedica da sempre, la militanza Lgbt (attualmente Di Mauro è Presidente di Agapanto APS), il volontariato e l’impegno civile con il supporto a tossicodipendenti, minori e detenuti e la politica, con il ruolo di vicesindaco nella “sua” Sutri durante la sindacatura Sgarbi.
Il recente conferimento dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI) si inserisce in questo percorso umanamente e socialmente sfaccettato, come riconoscimento pubblico, deciso dal Presidente Mattarella, di un impegno quarantennale che non si è limitato alla dimensione culturale, ma ha attraversato diritti, inclusione e responsabilità civile, segnando una traiettoria coerente e, per molti versi, controcorrente.

È da qui che parte questa conversazione.
Lillo che significato personale e politico ha per te questo riconoscimento?
Ricevere un’onorificenza come l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI) in questo contesto è un evento di una portata sociologica e simbolica straordinaria. Non è solo un premio alla carriera o al valore individuale, ma un atto che riscrive il rapporto tra lo Stato e la persona LGBTQ+.
Nel mio caso credo sia anche il superamento del pregiudizio di inadeguatezza educativa. È noto che uno dei pregiudizi più feroci contro le persone LGBTQ+ riguarda la nostra presunta distanza dal mondo dell’infanzia spesso alimentata da teorie discriminatorie che vedono la diversità sessuale come un pericolo o un cattivo esempio per i minori.
Quando lo Stato premia una persona LGBTQ+ per l’impegno verso i bambini e gli adolescenti, sta di fatto smantellando questo pregiudizio.
È il riconoscimento ufficiale che una persona omosessuale non solo è idonea a occuparsi di minori, ma lo fa con una tale eccellenza da diventare un modello per l’intera nazione.
Il concetto di cura è stato spesso associato alla famiglia tradizionale con questo riconoscimento le cui motivazioni sono dettate dal mio impegno quarantennale nei confronti dell’infanzia e dell’adolescenza c’è di fatto un’inversione del paradigma: l’onorificenza sancisce che la capacità di proteggere e nutrire le nuove generazioni è una virtù umana universale, slegata dall’orientamento sessuale. È il riconoscimento della genitorialità sociale ovvero che anche se non sono genitore biologico, è stata implicitamente celebrata la mia funzione di custode del futuro della Repubblica, un ruolo di massima fiducia sociale. Un valore istituzionale che da tollerato mi rende benemerito. C’è una differenza abissale tra l’essere una persona i cui diritti sono discussi in Parlamento e l’essere una persona che il Presidente della Repubblica indica come esempio di virtù civica. L’onorificenza è il sigillo della piena appartenenza alla comunità nazionale. Lo Stato non ti sta più solo concedendo uno spazio, ma ti ringrazia per il contributo essenziale che dai alla tenuta del tessuto sociale.
Credo anche che per un adolescente LGBTQ+, vedere una persona omosessuale ricevere l’ordine al merito per aver protetto l’infanzia offre un orizzonte di possibilità immenso. È un messaggio di speranza: la tua identità non ti impedisce di essere una colonna portante della società.
Un atto politico sottile ma potente l’Ordine al Merito viene conferito per “benemerenze acquisite verso la Nazione”. Premiare questo impegno significa ammettere che la comunità LGBTQ+ è già parte attiva e benefica del paese, spesso occupandosi proprio delle fasce più fragili che lo Stato non sempre riesce a raggiungere. Il merito sposta l’attenzione da chi sei a cosa fai per gli altri, nobilitando l’identità attraverso l’azione.
Essere insigniti di tale onorificenza per il sostegno all’infanzia e all’adolescenza rappresenta la chiusura di un cerchio. Trasforma quello che un tempo ero considerato come un elemento di disturbo per la morale pubblica in un garante dei valori repubblicani.
È la prova che la difesa dei diritti non ha confini identitari: chi è stato fragile ieri, oggi usa la propria forza per garantire che nessun bambino o adolescente debba vivere la stessa vulnerabilità. È la forma più alta di restituzione sociale.
Quali sono oggi le priorità più urgenti su cui ritieni necessario intervenire in Italia, per quanto concerne la collettività Lgbt?
Io credo che dovremmo passare dal paradigma della rivendicazione (cosa lo Stato deve a noi) a quella della corresponsabilità (cosa noi offriamo alla società) in questo modo trasformeremmo culturalmente la nostra categoria da fragile da proteggere a risorsa attiva per il bene comune. Intendo che la richiesta di una legge contro l’omolesbotransfobia non deve essere vista solo come una tutela per una minoranza, ma come investimento sulla sicurezza pubblica e sulla civiltà del dibattito. Ovviamente necessitano strumenti giuridici efficaci per contrastare l’odio e la violenza. Ma noi dobbiamo impegnarci a promuovere una cultura della non-violenza e della mediazione. Ci dobbiamo fare promotori di un ambiente sociale dove la diversità, di ogni tipo, non solo sessuale, sia vissuta come un valore e non come una minaccia, contribuendo alla riduzione della conflittualità sociale.
Così per quanto riguarda la battaglia per il matrimonio egualitario e il riconoscimento dei figli non può essere e non deve essere solo una questione burocratica ma di stabilità di legami. Chiediamo piena uguaglianza formale e riconoscimento dei legami affettivi e genitoriali ma offriamo modelli di famiglia e di genitorialità consapevole che arricchiscano il tessuto sociale. Proponiamoci come soggetti attivi nel welfare di prossimità, noi abbiamo una lunga storia di mutuo aiuto che possiamo mettere a disposizione dell’intera collettività per combattere la solitudine e supportare le nuove povertà.
Poi c’è l’aspetto delicatissimo del benessere identitario, l’accesso a percorsi di affermazione di genere e ad una medicina inclusiva con una sanità pubblica preparata, la de-patologizzazione reale e percorsi snelli per le persone trans. In tal senso possiamo offrire una sensibilità specifica sui temi della salute mentale e della prevenzione. Come promotori di cittadinanza possiamo guidare campagne di sensibilizzazione che vadano a beneficio di tutti promuovendo una cultura della cura di sé. Insomma chiedere ma anche dare, aiutare ed essere presenti come promotori di cittadinanza.
Sin dagli anni ’70, agli albori del movimento, ho sempre creduto che, pur dandogli priorità, noi non avremmo dovuto lottare esclusivamente per i nostri diritti ma per i diritti di tutti i soggetti sociali emarginati che rappresentano le cosiddette minoranze. La stessa sociologia moderna insiste sull’intersezionalità perché un individuo può essere discriminato non solo perché gay, ma anche perché nero, disabile, o precario, ecc. Il riconoscimento dei diritti deve quindi essere sistemico: se non combattiamo il razzismo o le disuguaglianze economiche, i diritti LGBTQ+ rimarranno isolati e avulsi dal sistema sociale da molti ritenuti un privilegio accessibile solo a chi fa già parte di una classe sociale avvantaggiata.
Il riconoscimento richiede quindi un lavoro culturale profondo per trasformare il senso comune della popolazione. Non basta che la legge cambi; deve cambiare la percezione sociale affinché il diritto diventi norma culturale accettata. Il Pride è l’atto politico di riprendersi lo spazio, ma il riconoscimento dei diritti è un processo di ristrutturazione delle istituzioni. Significa passare da un mondo che sopporta la diversità a un mondo che è progettato tenendo conto della pluralità delle esistenze umane.
Non a caso il mio impegno, oltre alla lotta per il riconoscimento dei nostri diritti si è rivolto al sociale in difesa dei più deboli e bada bene questo non è solo un atto di altruismo, ma assume un valore sociologico e psicologico profondo.
Tutto parte dalla consapevolezza dell’esclusione, chi ha vissuto sulla propria pelle il pregiudizio o la marginalizzazione sviluppa una sensibilità particolare per l’ingiustizia. Questa sensibilità permette di riconoscere le dinamiche di potere che opprimono altri gruppi (disabili, migranti, anziani, detenuti). Per me l’impegno con in bambini detenuti, con gli adolescenti, con gli stessi detenuti ha trasformato il dolore o lo stigma subito in capitale sociale. Invece di chiudersi nell’amarezza, ho canalizzato l’esperienza della mia discriminazione in una forza costruttiva.
Sono certo che quando una persona LGBTQ+ difende un’altra categoria fragile, dimostra che la lotta per i diritti non è una battaglia di settore o un interesse egoistico, ma una missione universale per la dignità umana. Come accennato prima, l’intersezionalità non è solo una teoria, ma diventa una pratica quando un omosessuale si impegna per altri diritti. Rappresenta anche una rottura dei ghetti identitari: aiuta a superare l’idea che la comunità LGBTQ+ si occupi solo di questioni gay.
Inoltre io credo che sia un ottimo aiuto a creare alleanze Politiche, a creare una rete di supporto reciproco. Se come omosessuale difendo i diritti dei lavoratori sfruttati, i diritti dei detenuti sanciti dalla Costituzione, i diritti delle donne, dei bambini, dei giovani creo un ponte. Questo indebolisce i pregiudizi che quelle categorie di persone potrebbero avere verso di me, unendo le lotte sotto un unico fronte di giustizia sociale.
Spesso ripeto, quando mi si chiedono i motivi del mio impegno, soprattutto nei confronti dei bambini e dei minorenni, che mi sono sentito nei loro confronti quella mano tesa che non ho avuto io quando ne avevo bisogno. Il bisogno ha sviluppato in me una vocazione alla cura.
La convinzione profonda è che nessuno si salva da solo, un principio etico che spinge l’individuo a proteggere chi è vulnerabile, vedendo in lui la propria stessa vulnerabilità passata.
In sintesi io credo che per una persona lgbtq+ difendere i più deboli debba significare: riaffermare la propria umanità dimostrando di essere un cittadino attivo che contribuisce al bene comune. L’essere stato vittima della società ci porta a scegliere di diventare i difensori, invertendo i rapporti di forza trasformando in questo modo la nostra identità sessuale da un limite o un’etichetta a una lente per vedere e curare le ferite di tutto il corpo sociale. Io sono convinto che chi ha conosciuto il buio della discriminazione debba sentire il dovere etico di farsi luce per gli altri.
Che messaggio ti senti di lanciare alle nuove generazioni di attivisti e attiviste?
La nostra lotta negli anni ’70, per rivendicare la nostra identità, era un atto di estremo coraggio e quelle lotte di pochi sono oggi parte integrante del tessuto sociale del nostro Paese. Quelli come me, oggi anziani, possono rappresentare un ponte tra gli anni 70 e l’attualità. Cosa possiamo trasmettere ai giovani cercando di bilanciare la fierezza del passato con le sfide del presente? Beh la prima cosa è non dare mai i diritti per scontati, non sono conquiste immobili, ma processi vivi che vanno alimentati ed è per questo importante conoscere la storia del movimento e capire che ogni libertà, di cui godiamo oggi, è costata sacrifici. Oggi i giovani vivono molto on line, in spazi che possono diventare autoreferenziali e anche se l’attivismo digitale è uno strumento utile, il cambiamento vero avviene nelle piazze, nelle scuole, nel confronto personale. Quindi è importante non isolarsi in bolle sociali, cercare l’incontro con gli altri. Noi abbiamo l’esperienza mentre i giovani hanno l’energia e insieme siamo imbattibili. Negli anni ‘70 la lotta era focalizzata sulla liberazione sessuale, oggi la sfida è più complessa. La nostra lotta non può essere isolata: i diritti non sono tali se non includono tutti, dal migrante alla disabilità, bisogna essere solidali con ogni forma di marginalizzazione perché la libertà è indivisibile.
Credo anche che la rabbia, pur essendo un sentimento comprensibile, non è efficace a lungo termine e lo dimostra l’onorificenza che mi stata conferita: si può essere radicali nei contenuti ma istituzionali nella forma. Bisogna imparare a dialogare anche con chi non capisce perché il più delle volte il rifiuto alla comprensione è dettato dalla paura frutto dell’ignoranza.
Da ultimo, ma non ultimo, mi rivolgo direttamente alle nuove generazioni che amo: non dimenticate di vivere. Abbiamo lottato perché poteste essere felici o almeno sereni, non solo perché foste militanti. La vostra felicità e la vostra visibilità quotidiana sono, di per sé, l’atto politico più rivoluzionario che possiate compiere. Il tempo dà ragione a chi ha il coraggio di amare e di restare umano.
