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Jack Scarlett, tra eros e ribellione: «Il Corpo del Diavolo» è un grido queer che brucia le ipocrisie

Un racconto di desiderio, dolore e liberazione che sfida la religione, le convenzioni e il patriarcato con la voce di un artista queer coraggioso.

Jack Scarlett, tra eros e ribellione: «Il Corpo del Diavolo» è un grido queer che brucia le ipocrisie

Cultura Queer, Musica e teatro

26 Agosto 2025

Di: Nicola Garofano

Lucifero come principe queer, un coro di bambini che canta il desiderio, l’amore tossico come metafora universale. Jack Scarlett torna con Il Corpo del Diavolo, un singolo che non conosce filtri e che intreccia autobiografia, provocazione e denuncia sociale. Non è soltanto un brano, ma un manifesto artistico e politico, capace di ribaltare gli stereotipi e mettere a nudo l’ipocrisia di una società che continua a temere l’istinto più della violenza. Nato a Roma nel 2000 e cresciuto a Milano, Jack Scarlett, all’anagrafe Giacomo Caruceru, ha iniziato a cantare da bambino, passando anche per l’esperienza di Amici prima di intraprendere un percorso indipendente, personale e radicale. Attivista LGBTQIA+, ha fatto della propria unicità un’arma di resistenza, tra gonne, make-up e testi che rifiutano il compromesso. Dopo brani come Io sono unico e Discorsi a metà, che hanno affrontato il bullismo e l’omofobia, oggi porta al centro del dibattito pubblico un erotismo queer diretto, politico e senza sconti.

 “Il Corpo del Diavolo” è un viaggio tra eros e ossessione, con un linguaggio diretto e privo di filtri. Da artista e da attivista, quanto hai sentito il bisogno di raccontare quest’inferno personale come gesto politico oltre che intimo?
«In questo brano ho raccontato la mia visione delle cose senza alcun filtro, lanciando un grido, più che alla politica alla fonte da cui nasce l’ossessivo pensiero di destra odierno, cioè alla chiesa. Io sono una persona molto liberale e credo che qualsiasi tipo di religione, con gli anni, abbia creato odio e pregiudizi, che oggi stanno a tenere su determinati pensieri politici».

Nel brano il diavolo non è un mostro, ma l’amato: un principe queer, affascinante e distruttivo. Cosa rappresenta per te questa figura di Lucifero e in che modo rovescia i ruoli tradizionali della cultura cattolica italiana?
«Per me Lucifero è la mia figura preferita, infatti lo cito spesso, perché è davvero molto demonizzata. Lui ha scelto la libertà e la sua crescita personale anche al prezzo di aver rinunciato all’essere angelo, quindi in un certo senso al suo ceto sociale. E viene definito “male” perché oggi il male viene visto come l’abbracciare la propria natura e i propri istinti».

Hai scelto di inserire un coro di bambini, scelta che ha acceso subito polemiche. Perché era importante per te contrapporre innocenza infantile e desiderio adulto, e come hai vissuto le reazioni più conservatrici?
«L’ho fatto appositamente. I bambini sono l’innocenza, ma in questo brano per me rappresentavano come un piccolo coro di demoni, parlando da un punto di vista di effettistica. Tramite metafore ho fatto cantare a dei bambini di rapporti sessuali e desiderio, anche perché secondo il mio punto di vista oggi la figura del bambino viene troppo protetta e tutelata in modo esagerato, come se non fossero individui e, nel loro piccolo, non avessero desideri e elasticità mentale per capire temi come la sessualità».

Musicalmente ti muovi tra R&B, dark-pop ed elettronica: come hai lavorato con Yanomi e Blame per dare al pezzo questa veste sonora, e quale atmosfera volevi che emergesse?
«La visione sonora di questo brano mi è nata ascoltando un brano di Avril Lavigne che si intitola I Fell in Love with the Devil. Tramite quel pezzo ho subito capito come volevo raccontare di quella persona e sotto quale punto di vista».

Nei tuoi testi emerge spesso un rapporto con la censura, con la vergogna e con il giudizio sociale. Quanto c’è di autobiografico in questa lotta e quanto invece è un manifesto generazionale?
«I miei brani, come dico sempre, sono totalmente autobiografici e la mia è una lotta continua contro il patriarcato. Ogni giorno che esco in strada in gonna e trucco è un pugno in faccia ai conservatori».

In un passaggio del brano canti “Ed ho perso me stesso assaporando il corpo del diavolo”: sembra quasi un atto di resa. Ma è anche un atto di riscatto?
«Non è nessuna delle due in realtà, è una realtà. Un modo di guardare un dolore e una ferita che tutti abbiamo passato in una relazione tossica. Assaporare il corpo del diavolo rappresenta il fare l’amore con una persona che sai che ti sta divorando, ma la ami a tal punto da non poterla lasciare andare in nessun modo e continui a ingerire veleno pur sapendo cosa succederà».

L’Italia è ancora al 34° posto in Europa per tutela dei diritti LGBTQ+. Pensi che canzoni come questa possano davvero incidere sul dibattito sociale o restino confinate in una nicchia queer?
«Assolutamente sono canzoni per tutti. Ho raccontato di amore tossico, non di amore tossico gay. Che poi per me sia stato un ragazzo non significa che il diavolo per un uomo etero non possa essere una donna. Ma comunque è importantissimo fare rappresentanza oggi, fatta con la testa e nel modo corretto».

Il videoclip trasforma Lucifero in un supereroe queer. Com’è stato immaginare e dirigere questa narrazione visiva? E cosa volevi dire al pubblico che si aspetta sempre lo stereotipo del “cattivo”?
«Questo video rappresenta i diversi, di cui Lucifero ne è leader in un qual modo, che in realtà sono le persone più buone e tranquille. E quelli che la società definisce i normali, come i veri villain della società. Lucifero è simbolo di libertà, se poi la società italiana definisce male il lasciarsi andare al peccato che è sinonimo di propri istinti, è un problema della società e non mio».

La tua carriera è iniziata prestissimo, passando anche per l’esperienza in un talent. Oggi sei un artista radicale, molto lontano da quel mondo. Cosa ti ha insegnato quel passaggio e quanto ha influenzato il tuo desiderio di indipendenza creativa?
«Infinito, mi ha formato artisticamente ed oggi mi ha fatto capire cosa fa per me e cosa mi valorizza come artista e mi mette in risalto e cosa no. Soprattutto come gestire determinate persone e situazioni».

Il tuo motto è “La nostra unicità è il nostro vero super potere”. In che modo “Il Corpo del Diavolo” incarna questa missione, e cosa ti auguri arrivi a chi magari si sente ancora “sbagliato” o prigioniero del giudizio altrui?
«Quel messaggio è dentro ogni mio progetto, e questo brano è unico nel vero senso della parola. Abbracciare il peccato ti rende unico, in una società fatta per la maggiore da repressi».

Hai degli hobby particolari? Libri, fumetti, cinema… 

«Ne ho davvero tanti: cinema, spazio da film della golden age, a Disney, a Netflix, a film d’autore, e mi piacerebbe lavorare a un mio progetto anche sotto quel punto di vista. Ho fatto doppiaggio ed anche lì vorrei lavorare a qualche bel progetto. E anche nella moda mi piace esprimermi: magari un domani potrei lavorare a una mia collezione».