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La città che ci ha voluti, poi non ci vuole più

Gentrificazione, spazio queer e il paradosso del riconoscimento urbano

La città che ci ha voluti, poi non ci vuole più

Costume & Società, Diritti civili

9 Giugno 2026

Di: Andrea Paolo Di Napoli

C’è una frase che ho sentito ripetere in modi diversi, in città diverse, da persone diverse: prima ce lo si poteva permettere. Prima c’era spazio. Prima i locali reggevano. Prima si trovava una stanza senza dover scegliere tra l’affitto e mangiare. Prima.

Il “prima” di cui si parla non è lontano. Per Porta Venezia è questione di un decennio, forse meno. Eppure quella distanza temporale copre uno spostamento enorme: non solo economico, ma identitario, politico, relazionale. Non è semplicemente che i prezzi sono saliti — a Milano un affitto in zona Porta Venezia-Moscova si aggira oggi intorno ai 26-27 euro al metro quadro, tra i più alti della città. È che la comunità che aveva costruito quel quartiere non può più abitarci.

Questa è la gentrificazione. Ma quando riguarda i quartieri queer, assume una forma particolare — e una crudeltà particolare.

Un’occupazione a fasi

Porta Venezia non è sempre stato il Rainbow District di Milano. Per decenni è stato il quartiere eritreo ed etiope della città: una comunità migrante che vi aveva messo radici, aperto ristoranti, costruito relazioni di vicinato. Poi, progressivamente, è diventato il luogo dove la comunità LGBTQ+ milanese ha trovato spazio — in parte proprio perché si trattava di un quartiere già marginale rispetto alle logiche immobiliari del centro, abbastanza economico da essere accessibile, abbastanza lontano dagli sguardi ostili da sembrare sicuro.

Questa è la sequenza classica: i soggetti che il mercato ha escluso occupano gli spazi che il mercato ha dimenticato. Li abitano, li caricano di senso, ci costruiscono cultura. E a quel punto il mercato si ricorda di loro.

Non è una congiura. È la struttura ordinaria del capitalismo urbano. Ma riconoscerla come struttura — e non come sfortuna, o come naturale evoluzione di un quartiere — è il primo passo per non subirla come se fosse inevitabile.

Il valore che non torna a chi lo ha prodotto

C’è un nodo teorico qui che vale la pena sciogliere fino in fondo.

Doan e Higgins, nel loro studio ormai classico sulla metropolitana di Atlanta (The Demise of Queer Space, 2011), mostrano come la concentrazione di popolazione LGBT in certi quartieri abbia preceduto — e in molti casi innescato — le dinamiche di rivalorizzazione immobiliare. Le comunità queer si insediano in aree degradate, le riqualificano attraverso l’investimento simbolico e materiale, e vengono poi espulse dai valori immobiliari che esse stesse hanno contribuito ad alzare.

Nella documentazione di questo processo i ricercatori parlano di cascading gentrification: i giovani queer che non possono più permettersi i gayborhood originari si spostano in aree adiacenti, spesso a maggioranza di colore, e il meccanismo si riproduce a un livello più basso della catena.

Non c’è intenzionalità malvagia in questo. C’è qualcosa di più difficile da contrastare: una logica.

Il volume The Life and Afterlife of Gay Neighborhoods (Bitterman e Hess, 2022) ricostruisce cinquant’anni di questa dinamica in diverse città occidentali, concludendo che i quartieri gay sono diventati, nel tempo, meno gay — non perché la società sia diventata più tollerante in modo uniforme, ma perché l’accettazione sociale si è tradotta in attrattività commerciale, e l’attrattività commerciale in esclusione economica. Il riconoscimento che le comunità queer avevano conquistato — politicamente, culturalmente, simbolicamente — è stato catturato dal mercato e reimmesso nella città come asset di valorizzazione. Non a loro vantaggio.

Il pinkwashing come strategia urbana

C’è un punto dove questa dinamica smette di essere solo economica e diventa esplicitamente politica.

Quello che a Milano si vede bene — e che Scomodo ha analizzato in modo lucido in un articolo del 2023 — è che la brandizzazione di Porta Venezia come quartiere LGBTQ+ non ha prodotto più sicurezza per la comunità queer. Ha prodotto più rendita per i proprietari. La bandiera arcobaleno dipinta da Netflix nella metropolitana, lasciata lì dal Comune come simbolo permanente, è diventata lo stemma di un quartiere attrattivo. Non di un quartiere sicuro. Non di un quartiere accessibile. Attrattivo.

Questa distinzione è fondamentale. Il rainbow district esiste, nella narrazione istituzionale e turistica di Milano, come prova di apertura e inclusività urbana. Ma l’inclusività che il mercato celebra non è quella che permette a una studentessa fuorisede queer di trovare una stanza a 400 euro, o a un lavoratore precario transgender di non essere discriminato dal proprietario di casa quando cerca un affitto.

Su questo secondo punto i dati sono impietosi. Lo studio pubblicato sul Journal of Housing Economics (2020) documenta, attraverso audit sperimentali su mercati abitativi urbani e rurali, una discriminazione sistematica nel mercato degli affitti verso le coppie dello stesso sesso: risposte meno frequenti, trattamenti meno favorevoli, prezzi più alti. Non come eccezione: come pattern. E la ricerca del Williams Institute di UCLA (Romero, Goldberg, Vasquez, 2020) su scala americana — la più ampia sintesi disponibile — mostra che le persone LGBT hanno almeno il 15% di probabilità in più di vivere in povertà rispetto alle controparti cisgender eterosessuali, e che solo il 49,8% possiede una casa, contro il 70,1% della popolazione generale. Tra le persone transgender la quota di proprietari scende al 25%.

Non è un problema individuale. È una posizione strutturalmente più fragile di fronte al mercato immobiliare — che diventa ancora più fragile nei quartieri dove la rendita cresce più velocemente.

Dispersione come risposta, dispersione come perdita

Quello che sta accadendo a Milano — e che la ricerca internazionale conferma come tendenza generalizzata — è che la comunità queer non scompare: si disperde.

Porta Venezia diventa troppo cara. Una parte della comunità si sposta a NoLo, a nord di Loreto, quartiere storicamente operaio e multietnico, già in piena transizione gentrificatrice. Un’altra si spinge verso le periferie. I locali storici chiudono o cambiano clientela. I circoli culturali faticano a reggere i canoni. Gli spazi politici — quelli in cui si costruiva non solo aggregazione ma organizzazione — si rarefanno.

Si dirà: la dispersione non è solo perdita. Ed è vero che la dispersione può essere anche segno di una visibilità più diffusa, di una presenza queer che non ha più bisogno di concentrarsi in enclavi perché la città intera è diventata più sicura. È la lettura di Bitterman e Hess, in parte quella di Ghaziani (There Goes the Gayborhood?, 2015).

Ma questa lettura rischia di essere, almeno in parte, una razionalizzazione. Perché la dispersione che viviamo in Italia non avviene in un contesto di sicurezza urbana generalizzata per le persone queer. Avviene in un contesto in cui le tutele legali restano incomplete, in cui la violenza omotransfobica è documentata e sottostimata, in cui non esiste ancora una legge organica contro le discriminazioni di genere e orientamento sessuale. In questo contesto, perdere uno spazio fisico di concentrazione non è emancipazione. È espulsione.

La differenza, come notano Doan e Higgins, sta nel chi decide. L’assimilazione volontaria, quella che avviene quando una comunità ha conquistato abbastanza sicurezza da poter scegliere dove stare, è una cosa. L’espulsione per impossibilità economica è un’altra. Confondere le due — come spesso accade nel discorso pubblico sulla “fine dei quartieri gay” — è un errore analitico con conseguenze politiche concrete.

Il paradosso del riconoscimento

Esiste, al cuore di questa dinamica, quello che potremmo definire un paradosso del riconoscimento urbano.

Le comunità queer hanno lottato per decenni per essere visibili. Per occupare spazio. Per nominare la propria esistenza. Quella lotta ha prodotto risultati reali: la visibilità è aumentata, il discorso pubblico si è spostato, alcuni diritti sono stati conquistati. Ma la visibilità, nelle città contemporanee governate da logiche di valorizzazione immobiliare, viene immediatamente catturata dal mercato e trasformata in brand. Il quartiere “inclusivo” diventa un plus nell’annuncio immobiliare. Il Pride diventa elemento del marketing territoriale.

Colin P. Ashley, scrivendo su New Labor Forum nel 2015, identificava questa tensione come strutturalmente irrisolvibile dentro la cornice del neoliberismo urbano: le conquiste del movimento LGBT vengono incorporate da un sistema che sa leggere la vitalità culturale come precursore di rivalorizzazione, e che usa quella rivalorizzazione per espellere i soggetti stessi che quella vitalità l’avevano prodotta.

Non si tratta di cinismo. Si tratta di capire come funziona il meccanismo per poterlo, almeno in parte, interrompere.

Che fare, allora?

Questa non è una domanda retorica. E non ha risposte facili.

Ma alcune direzioni di lavoro si possono tracciare. La prima è politica nel senso più concreto del termine: le città che vogliono essere davvero inclusive — non solo narrativamente, non solo nel mese del Pride — devono dotarsi di strumenti urbanistici che proteggano gli usi non commerciali degli spazi, che contrastino la speculazione sugli affitti, che garantiscano accessibilità economica nei quartieri a rischio di gentrificazione. Non come omaggio simbolico alla comunità queer. Come condizione materiale della sua esistenza.

La seconda è culturale: smettere di leggere la gentrificazione dei quartieri queer come un segno di maturità sociale, come se l’essere stati assorbiti dal mercato fosse prova di avvenuta integrazione. Non lo è. È prova che il mercato sa incorporare qualsiasi forma di differenza e rivenderla a un prezzo più alto.

La terza — e forse la più urgente, almeno per chi si occupa di psicologia sociale e di dinamiche di gruppo — è clinica nel senso più ampio: nominare il costo emotivo, relazionale, identitario di questa dispersione. Lo sradicamento da uno spazio non è solo un problema logistico. È una perdita di appartenenza. È la rottura di reti di relazione che non si ricostruiscono facilmente, e che per molte persone queer — specialmente quelle più giovani, più precarie, più isolate dalle famiglie d’origine — costituivano l’unico tessuto di riconoscimento disponibile.

Perdere il quartiere significa, per molti, ricominciare a essere invisibili.

La bandiera arcobaleno è ancora lì, nella metropolitana di Porta Venezia. Ma la comunità che l’avrebbe riempita si sta spostando. Verso NoLo, per ora. Poi chissà dove. Nella logica di questo sistema, sempre un po’ più lontano dal centro. Sempre un po’ più fuori dal prezzo che la città ha deciso di avere.

Riferimenti

  • Romero, A.P., Goldberg, S.K., & Vasquez, L.A. (2020). LGBT People and Housing Affordability, Discrimination, and Homelessness. Williams Institute, UCLA.

  • Doan, P.L. & Higgins, H. (2011). The Demise of Queer Space? Resurgent Gentrification and the Assimilation of LGBT Neighborhoods. Journal of Planning Education and Research, 31(1), 6–25.

  • Bitterman, A. & Hess, D.B. (eds.) (2022). The Life and Afterlife of Gay Neighborhoods: Renaissance and Resurgence. Edward Elgar Publishing.

  • Ashley, C.P. (2015). Gay Liberation. New Labor Forum, 24(3). SAGE/CUNY.

  • Journal of Housing Economics (2021). Homophobia and the home search: Rental market discrimination against same-sex couples in rural and urban housing markets. Vol. 51.

  • Verri, O. (2022). La gentrificazione delle periferie milanesi: No-Lo No-Logo. Effimera.

  • Scomodo (2023). Spazi liberi per comunità libere.

  • Idealista News (2022). Quanto costa comprare e affittare casa nei quartieri più gay friendly di Milano e Roma.