Legato, denudato e seviziato col compressore: l’intestino di Muhammad è esploso. Nessuna goliardia, è un crimine brutale, sadismo puro
Turchia sotto shock per la morte del 15enne: cinque giorni di agonia dopo la tortura in falegnameria. Una ferocia disumana che ricorda i casi di Napoli e Salerno: quando il branco usa l'aria compressa come arma per umiliare e uccidere.
Ci sono crimini che non possono e non devono essere chiamati “incidenti” o peggio ancora “scherzi”. La morte di Muhammad Kendirci, apprendista di appena 15 anni, non è frutto di un errore, ma di una tortura lucida e brutale. Il ragazzo è stato ucciso dalla ferocia dei suoi colleghi, che hanno trasformato un attrezzo da lavoro in un’arma letale, infliggendogli una fine atroce tra dolori disumani.
L’orrore si è consumato il 14 novembre 2025 a Bozova, in Turchia. Ma definire l’accaduto una “tragedia” è riduttivo: è stato un atto di prevaricazione fisica e psicologica, terminato con un omicidio.
La dinamica della tortura
Non c’era nulla di giocoso nella falegnameria quel giorno. Secondo le ricostruzioni, Muhammad è stato trattato come una preda da immobilizzare. I suoi aguzzini — adulti che avrebbero dovuto insegnargli il mestiere — lo hanno braccato. Gli hanno legato le mani, privandolo di ogni possibilità di difendersi o fuggire.
In una sequenza di pura violenza, lo hanno denudato con la forza e seviziato inserendo nel retto il tubo di un compressore industriale. Hanno aperto il getto d’aria ad altissima pressione, devastando il corpo del ragazzo dall’interno. L’intestino di Muhammad è letteralmente esploso. Non un colpo accidentale, ma una violazione deliberata e invasiva, un atto di sadismo che mirava a umiliare, ferire e uccidere.
Cinque giorni di martirio
Ciò che è seguito non è stato solo un decorso ospedaliero, ma un calvario. Trasportato d’urgenza all’Harran University Research and Application Hospital, il quindicenne è arrivato con gli organi interni spappolati. I medici hanno tentato l’impossibile, ma i danni erano troppo estesi.
Muhammad è rimasto cosciente abbastanza da comprendere l’orrore subito, agonizzando in terapia intensiva per cinque lunghissimi giorni. Il suo cuore ha ceduto il 19 novembre 2025, sfiancato da dolori atroci, dalle emorragie e dalle infezioni. La rabbia per l’iniziale rilascio di uno dei torturatori, Habip Aksoy, ha infiammato il Paese, costringendo la giustizia a rimediare con un arresto colpevolmente tardivo di fronte a un crimine così efferato.
I precedenti in Italia: la crudeltà del branco
Questa modalità di tortura, purtroppo, ha radici oscure anche nella cronaca nera italiana. Episodi in cui la crudeltà del branco si è scatenata contro i più deboli, usando l’aria compressa per distruggere.
Napoli: seviziato perché “diverso” Nel 2014, a Pianura (Napoli), la violenza assunse i contorni dell’odio discriminatorio. Un 14enne fu accerchiato in un autolavaggio, deriso e insultato ferocemente per la sua obesità. Non bastavano le parole: il branco passò all’azione fisica. Denudato e bloccato, fu seviziato con il compressore. Un atto di bullismo estremo che costò al ragazzo la perforazione del colon e un’operazione di sette ore. In quel caso, la magistratura non ebbe dubbi: tentato omicidio.
Salerno: la violenza nel garage Anche nel Cilento, la “noia” di un gruppo di adolescenti si trasformò in orrore. In un garage, un 14enne fu colpito alle spalle con un getto d’aria compressa violentissimo. La vittima, terrorizzata e umiliata, tenne nascosto il dolore per una notte intera, rischiando di morire per peritonite. Anche qui, la difesa del “gioco” crollò di fronte alla realtà clinica di un corpo devastato.
L’uso del compressore è tortura
L’uso dell’aria compressa contro un essere umano non è mai una “ragazzata”. È un’aggressione che provoca danni paragonabili a quelli di un’esplosione interna. Chi compie questi gesti, immobilizzando la vittima come accaduto a Muhammad, agisce con la volontà di sopraffare, umiliare, violare e distruggere. Una tortura, un crimine contro da punire senza nessuna possibile attenuante.