L’Ue non vieta le pratiche di conversione LGBTQIA+, in arrivo le linee guida nel 2027
L’iniziativa, promossa dall’associazione francese ‘ACT’, è stata firmata da oltre un milione di cittadini degli Stati membri
Nessuna legge. Nessuna direttiva che vieti le pratiche di conversione LGBTQIA+ messa nero su bianco, ma solo un monito verbale che arriva dall’Ue a pochi giorni dal 17 maggio, data in cui si celebra la Giornata internazionale contro l’Omolesbobitransfobia. Parole che risuonano come una magra consolazione per l’iniziativa, sostenuta da 1,1 milioni di cittadini firmatari, che hanno chiesto di porre fine agli interventi riparativi. La proposta, approvata dal Parlamento europeo, non ha avuto la stessa fortuna sul tavolo della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen, che si è impegnata ad adottare nel 2027 delle linee guida, esortando i singoli Stati membri a vietare terapie riparative. La presidente Ursula von der Leyen, si legge sull’Ansa, ha ribadito che “l’Ue è orgogliosa di essere al fianco della comunità LGBTQIA+ e ribadisce la sua visione di un’Unione di uguaglianza, un luogo in cui tutti possano vivere liberamente, apertamente e autenticamente”.
La proposta
Nella proposta si invitava la Commissione europea a proporre il divieto giuridico vincolante delle pratiche di conversione dirette ai cittadini LGBTQ+ nell’Unione europea. “Si tratta di interventi volti a modificare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere e/o l’espressione di genere delle persone LGTBQ+. A causa della loro natura discriminatoria, degradante, dannosa e fraudolenta”, si legge nell’iniziativa, lanciata dall’associazione francese ‘ACT’ (Against Conversion Therapy) e caratterizzata da 1.128.063 firmatari. Secondo il parere delle Nazioni Unite questi interventi sono equiparati alla tortura, operazioni che sono legali in diciannove dei ventisette Stati membri dell’Unione, Italia compresa.
“La Commissione dovrebbe proporre una direttiva che aggiunga le pratiche di conversione all’elenco dei reati dell’UE e/o modificare l’attuale direttiva sulla parità (2008) per includervi il divieto di tali pratiche. Inoltre, per contrastare la moratoria legislativa, la Commissione dovrebbe anche attuare una risoluzione non vincolante che chieda il divieto generalizzato delle pratiche di conversione nell’Unione. Infine, invitiamo la Commissione a modificare la direttiva sui diritti delle vittime al fine di stabilire norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di pratiche di conversione”.
Fatti e cifre
Il ‘National LGBT Survey’ del Regno Unito (2017) rivela che “al 5% dei rispondenti è stata offerta una conversione nel tentativo di ‘curarli’ dall’essere lesbiche, gay, bisessuali o transgender (LGBT) e il 2% ha dichiarato di essere stato sottoposto a una terapia di conversione. Mentre il 4% dei rispondenti transgender ha subito una terapia di conversione e l’8% ha riferito di aver ricevuto un’offerta in tal senso”. Secondo la relazione ‘Unga hbtq-personers utsatthet för omvändelseförsök i Sverige’ (Svezia, 2022), il 16% dei giovani LGBTQ+ ha subito pressioni per cambiare identità e il 5% è stato esposto ad altre forme di minacce o danni. Nel 2019 il ‘William Institute’ ha stimato che circa 700mila cittadini statunitensi hanno subito pratiche di conversione.
Le pratiche di conversione
Le pratiche di conversione riguardano manipolazioni mentali e fisiche, indottrinamenti psicoipnotici (solitamente presentati al pubblico come “terapie”), “interventi medici e omeopatici, esorcismi e altri trattamenti somministrati allo scopo di modificare l’orientamento sessuale e l’identità e l’espressione di genere. Tali pratiche si basano su due premesse errate: in primo luogo, che l’orientamento sessuale e l’identità di genere siano necessariamente una scelta, il risultato di un certo potere esoterico maligno o di una malattia vera e propria e, in secondo luogo, che possono essere soppressi, modificati o curati – si legge nella proposta -. Sia nella letteratura accademica che in documenti strategici di organizzazioni internazionali tali pratiche vengono spesso definite ‘terapie di conversione’ o terapie riparative‘, soprattutto se implicano presunte consulenze professionali di psicologi o psichiatri. Secondo la relazione sulle terapie di conversione dell’esperto indipendente delle Nazioni Unite in protezione dalla violenza e dalla discriminazione fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2020), le pratiche di conversione sono interventi profondamente dannosi che, basandosi sulla falsa idea dal punto di vista medico che le persone LGBT+ siano malate, infliggono dolori e sofferenze gravi e causano danni fisici e psicologici duraturi”.