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Mariano Lamberti torna alla regia cinematografica con Una Storia Vera

«Una Storia Vera esplora questa patologia contemporanea, il divario tra ciò che mostriamo e ciò che realmente siamo». Grande attesa per l'anteprima al RIFF Festival di Roma.

Mariano Lamberti torna alla regia cinematografica con Una Storia Vera

Cinema e tv, Cultura Queer, Eventi

21 Novembre 2025

Di: Claudio Finelli

Sabato 22 novembre, alle 22, il Nuovo Cinema Aquila di Roma ospiterà l’attesa anteprima di Una Storia Vera, nuovo lungometraggio diretto da Mariano Lamberti e scritto dallo stesso Lamberti con Roberto Pechini. Il film racconta la breve ma intensa relazione fra due giovani uomini a Roma, Giulio e Alessio, che durante un afoso weekend estivo affrontano ferite, abbandoni e la scoperta di una tenerezza inattesa. Il film, in linea con la produzione di Lamberti sia in ambito cinematografico che in quello narrativo e drammaturgico, si colloca nel cuore della selezione ufficiale del RIFF come «feature competition». In vista dell’uscita, abbiamo parlato con il regista per capire come è nata l’idea, quale visione porta avanti in rapporto alle storie queer e cosa significhi oggi raccontare «una storia vera».

Il titolo del film suggerisce una tensione alla verità: in che senso «Una Storia Vera» racconta qualcosa di autentico? Quali elementi del reale hai sentito come imprescindibili nel trasformarli in finzione?

Il titolo non rimanda a nulla di realmente accaduto, né vuole richiamare la formula “ispirato a fatti veri”. Al contrario, è una riflessione sul concetto stesso di realtà e di verità nell’era dei social. Per la generazione che racconto nel film, la verità coincide sempre più con ciò che viene filmato, montato e riproposto attraverso uno smartphone. Questa dinamica mi interessava perché porta con sé una forma di fragilità: l’ossessione di rappresentarsi, di esistere solo attraverso l’immagine, spesso nasconde solitudine, incapacità di esprimere i propri sentimenti, difficoltà nel vivere emozioni autentiche. Una Storia Vera esplora questa patologia contemporanea, il divario tra ciò che mostriamo e ciò che realmente siamo.

Il tuo film mostra una relazione gay giovane e fragile, in un contesto italiano e metropolitano. Quali sono le tue intenzioni in termini di rappresentazione della comunità LGBT+?

Il film racconta un incontro di quarantotto ore tra due ventenni gay, ma lo fa in modo volutamente puro, quasi idealizzato. Per la generazione di oggi questa rappresentazione è in un certo senso irrealistica: non c’è consumo del sesso, non c’è erotizzazione, c’è il tentativo sincero di capire cosa significhi davvero conoscersi. È lì che il film trova il suo baricentro. I due protagonisti hanno modalità opposte di intendere l’incontro e l’intimità, e questo crea una tensione delicata ma decisiva. L’essere gay, come in molte delle mie opere, è un dato incidentale ma comunque fondamentale: non è la “tematica” del film, non è il centro del racconto. Ciò che mi interessa è la dinamica sentimentale, il modo in cui ci si avvicina all’altro, come nei miei libri e nei miei precedenti lavori cinematografici.

In qualità di regista, sceneggiatore e poeta, come vedi il ruolo del cinema queer oggi in Italia? Quali sfide e quali opportunità hai incontrato nella produzione di questo film e nella scelta di distribuirlo in festival come il RIFF?

Sia come scrittore che come poeta e come regista — teatrale e cinematografico — la tematica LGBT è da sempre centrale nel mio lavoro. Ma cerco continuamente nuovi punti di vista, nuovi modi per interrogare il concetto di diversità. Per me non è mai un’etichetta identitaria: è un terreno di ricerca, un luogo in cui osservare come le persone si definiscono e si relazionano. Sto ultimando proprio adesso un documentario sul Pride di Budapest che indaga il rapporto tra uguaglianza e diversità, e soprattutto come questi due valori spesso si scambino di posto. Anche all’interno della stessa comunità LGBT accadono dinamiche complesse, contraddittorie, ed è lì che il cinema queer ha ancora molto da dire. Le sfide non mancano, ma credo che oggi in Italia ci sia uno spazio sempre più maturo per raccontare queste storie nei festival e nei contesti indipendenti: uno spazio in cui la complessità non spaventa, ma anzi diventa una risorsa narrativa.