Olimpiadi Los Angeles 2028, svolta CIO: test genetici obbligatori e stop alle atlete transgender
Kirsty Coventry firma la linea dura: il Comitato cede all'ideologia MAGA di Trump sulla biologia femminile. È scontro sui diritti.
Una decisione destinata a riscrivere i confini dello sport mondiale e a scatenare una tempesta etica senza precedenti. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha ufficializzato che, a partire dai Giochi di Los Angeles 2028, l’ammissibilità alla categoria femminile sarà riservata esclusivamente alle persone di sesso biologico femminile che non risultino portatrici del gene Sry (Sex-determining Region Y è una sequenza di DNA situata sul braccio corto del cromosoma Y, fondamentale per l’inizio dello sviluppo maschile negli embrioni).
La notizia segna il primo grande atto politico di Kirsty Coventry, l’ex nuotatrice dello Zimbabwe e pluricampionessa olimpica che, nel marzo 2025, ha rotto il soffitto di cristallo diventando la prima donna e la prima persona africana a guidare l’organizzazione. Tuttavia, quella che doveva essere una presidenza all’insegna del progresso e di una rivoluzione copernicana nel mondo dello sport si è trasformata, nei fatti, in una svolta conservatrice e reazionaria che molti osservatori leggono come una resa definitiva alle pressioni politiche statunitensi.
Il test cromosomico: una barriera invalicabile
La nuova “Politica sulla tutela della categoria femminile“, recentemente approvata dall’Esecutivo CIO, delinea un quadro normativo dai criteri estremamente rigidi che trasformerà radicalmente l’accesso alle competizioni. Il cuore della riforma risiede nell’introduzione di uno screening genetico obbligatorio al quale ogni atleta dovrà sottoporsi una sola volta nella vita per ottenere il “nulla osta” agonistico. Il parametro discriminante è rappresentato dalla presenza del gene Sry, il fattore biologico responsabile dello sviluppo maschile: la sua rilevazione comporterà l’esclusione automatica dalle categorie femminili, senza margini di mediazione basati sui livelli ormonali.
Sebbene il CIO abbia precisato che le norme entreranno in vigore solo a partire dal 2028 senza alcun effetto retroattivo sui titoli già assegnati, l’impatto potenziale è dirompente. Di fatto, questa barriera cromosomica sbarra la strada non solo alle atlete transgender, ma colpisce duramente anche molte atlete intersessuali (DSD) che presentano variazioni genetiche naturali. Si tratta di una scelta che sembra voler chiudere definitivamente la porta a casi mediatici e sportivi come quello della pugile algerina Imane Khelif, le cui caratteristiche biologiche erano state al centro di feroci polemiche durante i Giochi di Parigi 2024. Con questo nuovo regolamento, il confine tra inclusione e biologia viene tracciato in modo netto, privilegiando una definizione di “sesso biologico” che non ammette eccezioni.
L’ombra di Trump e l’ideologia MAGA sui Giochi

L’allineamento del CIO alle posizioni più radicali della destra americana è evidente. Introducendo queste restrizioni, il Comitato guidato da Coventry sembra aver ceduto direttamente alle istanze di Donald Trump e alle ideologie del movimento MAGA (Make America Great Again).
L’imposizione di test genetici rispecchia l’ordine esecutivo del Presidente USA sugli sport femminili, garantendo a Los Angeles 2028 un clima politico sereno con la Casa Bianca, ma al prezzo di sacrificare i diritti di inclusione. Per i critici, si tratta di una capitolazione a visioni razziste e transfobiche che mirano a una definizione biologica binaria e poliziesca dello sport, ignorando la complessità della scienza moderna.
“Non sarebbe giusto che i maschi biologici competessero nella categoria femminile. In alcuni sport non sarebbe sicuro”, ha dichiarato fermamente Kirsty Coventry, difendendo una scelta che definisce basata sulla “scienza” e sulla “fairness“.
Un passo indietro di trent’anni
Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. Oltre 80 organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato il ritorno a pratiche di screening cromosomico che erano state abbandonate negli anni ’90 perché considerate umilianti e scientificamente incomplete. L’opacità del “Gruppo di Studio” che ha redatto le norme alimenta il sospetto che la decisione sia stata più politica che medica, volta a proteggere il brand olimpico dalle controversie mediatiche piuttosto che a tutelare gli atleti.