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Oltre il bersaglio: le persone LGBTI+ tra paure e piazze

Dopo i fatti di Berlino, l'odio bussa di nuovo. Dal divieto del burqa chiesto in Sicilia alla mobilitazione di Certi Diritti a Milano, cercando dati veri dati sulle violenze e sull'odio.

Oltre il bersaglio: le persone LGBTI+ tra paure e piazze

Cronaca, Eventi, News, Politica

31 Luglio 2026

Di: Radio Pride

Come ci si sente svegliarsi la mattina e sentirsi addosso un bersaglio? Per molte donne e persone LGBTI+ questa è diventata la quotidianità. Una specie di fuoco incrociato, dove da una parte c’è la politica muscolare che ha disperatamente bisogno di un capro espiatorio, da Putin a Trump, il copione è sempre lo stesso, e dall’altra il fondamentalismo religioso, in primis quello islamico, che non ammette deviazioni dalle propri postulati e atti di fede, spesso violenta.

È un odio che cova sotto la cenere dei social network, si gonfia giorno dopo giorno e poi, puntualmente, sfonda lo schermo e arriva nella vita reale. L’ultimo campanello d’allarme, tragico, è suonato a Berlino durante il Christopher Street Day. Le reazioni qui da noi non si sono fatte attendere, anche se con anime, toni e pance molto diverse tra loro.

Palermo: la paura, la Gay Street e la richiesta sul burqa

A Palermo, per dire, la paura si è tradotta in una reazione cruda, quasi d’istinto, che farà sicuramente discutere. Tramite un comunicato, la Gay Street locale ha chiesto al Comune di vietare l’accesso alla strada a chi indossa il burqa. Ne fanno una questione puramente di sicurezza. Dicono: “La città è piena di donne col volto coperto. In Italia è vietato dalla legge, non capiamo perché a loro debba essere concesso, la sicurezza viene prima di tutto”.

Si percepisce tutto il senso di vulnerabilità di chi si sente sotto attacco da due fronti: gli estremisti di matrice fascista da un lato e i terroristi islamici dall’altro. È interessante, e molto umano, il modo in cui raccontano il loro passato recente. Quando aprirono, ebbero problemi con le bande di ragazzini del quartiere che vandalizzavano tutto e strappavano le bandiere arcobaleno. Hanno scelto il dialogo. Ci hanno parlato. Risultato? Quei ragazzini sono finiti a bussare alla porta del Bunker Club per farsi regalare una bandiera e sfilare insieme al Pride di Palermo.

Ecco perché chiedono protezione alle istituzioni. Una reazione dura, forse scomoda per certi salotti, ma che nasce da chi sta sulla strada e si sente il terreno franare sotto i piedi.

Milano e l’urgenza di esserci: “Ich bin schwul”

Se a Palermo si chiudono i ranghi per paura, a Milano si prova ad aprire le piazze. «Ich bin schwul, und das ist auch gut so» («Sono gay, e va bene così»). È la storica frase dell’ex sindaco di Berlino Klaus Wowereit, diventata simbolo di libertà, ed è da qui che l’Associazione Radicale Certi Diritti è partita per chiamare a raccolta le persone.

Quello di Berlino non è solo un attacco alla comunità, ma ai valori di libertà e convivenza delle nostre democrazie. E davanti a questo, il silenzio non è un’opzione. Ci si ritrova in piazza per trasformare il cordoglio in un impegno civile, chiedendo che la sicurezza delle persone LGBTI+ esca dagli slogan e diventi una priorità politica vera, con interventi sulle cause dell’odio e senza ideologie spicciole.

Quello di Berlino non è solo un attacco alla comunità, ma ai valori di libertà e convivenza delle nostre democrazie. A rafforzare questo asse ideale tra Italia e Germania è intervenuta Anna Paola Concia, ricordando come quell’«Io sono gay e va bene così» sia ormai un principio cardine per i tedeschi. “Quello che è accaduto a Berlino sabato scorso è un evento traumatico“, ha sottolineato, ribadendo che questo principio va difeso con forza, contrastando a viso aperto l’estremismo religioso. Concia ha poi ringraziato Certi Diritti per aver indetto la manifestazione: in Germania di piazze solidali ce ne sono state tante in questi giorni, e il fatto che anche in Italia si supporti la comunità LGBTI+ e l’intera società democratica tedesca è, per lei, un segnale vitale e molto positivo.

Non si tratta, però, solo di solidarietà oltre confine, ma di capire cosa sta succedendo davvero alle nostre società. Lo ha detto a chiare lettere Pina Picierno, annunciando l’adesione di Spazio Pubblico all’iniziativa di Milano. Le sue parole non fanno sconti e ci sbattono in faccia la gravità del momento: l’emergenza, prima ancora che di ordine pubblico, ha radici profondamente culturali. “Esiste oggi un evidente e allarmante problema di sicurezza per determinate fasce della popolazione: le donne e le persone LGBTQIA+ si ritrovano a essere sempre più spesso vittime quotidiane di odio“, ha spiegato Picierno, ricordando come queste persone vengano trasformate in facili capri espiatori da retoriche regressive e discriminatorie. “Non possiamo derubricare questi atti a episodi isolati“, avverte. La soluzione? Contrastarne le cause con politiche pubbliche mirate e una decisa azione culturale. Perché difendere chi oggi è sotto tiro significa, banalmente, difendere le basi stesse della nostra democrazia. E davanti a questo, il silenzio non è un’opzione.

Chi ci colpisce davvero? I dati per smontare le tifoserie

E a proposito di ideologie spicciole. C’è un nodo che fa male, ma che Yuri Guaiana (sempre per Certi Diritti) ha centrato in pieno: le narrazioni parziali su chi attacca le persone LGBT+.

Oggi il dibattito è tossico. C’è chi dà la colpa solo all’estrema destra e chi solo all’islamismo. Da una parte si strumentalizzano le tragedie per criminalizzare intere comunità, dall’altra c’è il terrore cronico di sembrare “islamofobi”, finendo per censurarsi e non nominare nemmeno il problema. In entrambi i casi, a rimetterci è la realtà dei fatti, che viene tagliata fuori dall’inquadratura per far tornare i conti ideologici.

Serve guardare i numeri veri, come quelli raccolti e verificati dall’inchiesta della rivista TÊTU sugli attentati anti-LGBT+ dal 1990 al 2026. Capire dove avvengono le aggressioni, chi le motiva e quante vittime lasciano. Perché se non fotografiamo il problema per quello che è, in tutte le sue brutte sfaccettature, non riusciremo mai a costruire politiche di prevenzione efficaci. E continueremo a contarci, sperando di non essere i prossimi.