Omofobia, risarcimento record a Pescara: 113mila euro per otto anni di insulti
La storica sentenza del Tribunale civile riconosce il danno biologico e un'invalidità permanente alla vittima, un 39enne bersagliato per il suo orientamento sessuale dalla vicina di casa
L’incubo quotidiano e la diagnosi di danno biologico
Per otto lunghi anni è stato il bersaglio di un odio gratuito, riversato pubblicamente sui social e nella vita di tutti i giorni. Una persecuzione che oggi presenta un conto salatissimo: il Tribunale civile di Pescara ha condannato in primo grado l’antropologa e docente in pensione Maria Concetta Nicolai, 82 anni, a risarcire oltre 113mila euro a un 39enne di Spoltore, suo vicino di casa. A questa cifra si aggiungono circa 20mila euro tra spese legali e consulenze tecniche. L’odierno risarcimento affonda le radici in un complesso iter penale nato dalle denunce per diffamazione, da cui sono scaturiti ben quattro procedimenti. Di questi, due si sono già conclusi con condanne definitive, mentre gli altri due sono tuttora in fase di giudizio. È stata proprio la prima sentenza penale a demandare la valutazione del danno non patrimoniale a un giudice civile, aprendo così la strada alla causa culminata nella decisione del Tribunale di Pescara.
L’unica “colpa” della vittima? Il suo orientamento sessuale. Su Facebook, la donna lo definiva pubblicamente “minorato (politicamente corretto gay)“, spingendosi a invocare la necessità di separarlo dal consesso civile e “rinchiuderlo nel ghetto a cui lo condanna la sua diversità“. Un’aggressione verbale reiterata che ha lasciato cicatrici profonde e misurabili. Dopo i procedimenti penali per diffamazione, la giudice Patrizia Medica, supportata da accurate perizie medico-legali, ha infatti quantificato le ferite invisibili del 39enne: un danno biologico con un’invalidità permanente del 16% e 240 giorni di inabilità temporanea.
La diagnosi clinica è pesante: disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso in forma cronica e di grado moderato-grave.
Una condanna netta contro l’odio
Il pronunciamento segna uno spartiacque fondamentale per la tutela della persona. Nelle motivazioni, la giudice ha evidenziato come le condotte dell’82enne fossero finalizzate a “denigrare pubblicamente” la vittima, causando una “grave lesione di valori costituzionalmente tutelati come la reputazione, l’onore e la libertà sessuale“.
Una vittoria accolta con sollievo dalla difesa e, soprattutto, da Andrea Paci, il 39enne vittima degli insulti, che ha commentato così la decisione del tribunale: “Si tratta dell’ennesimo processo che ho affrontato a testa alta per difendere la mia dignità e la mia libertà. Questa sentenza chiarisce un aspetto molto importante, e cioè che l’omofobia fa male e può essere più dolorosa della violenza fisica”.
A fargli eco, allargando l’orizzonte della riflessione all’aspetto clinico e criminologico, è l’analisi della Consulente Tecnica di Parte (CTP), la psicologa dottoressa Chiara Ciurlino: “La vicenda occorsa ad Andrea Paci ha messo in luce quanto la violenza non abbia un marchio di genere né di età, potendo albergare perfino in una vicina di casa senza alcun legame con la persona offesa; il movente è psichico, la criminogenesi è infatti da individuarsi esclusivamente nell’assetto psicologico dell’autrice, comprovato dalla reiterazione delle condotte per lunghi anni; l’utilizzo del mezzo social ha facilitato la deumanizzazione della vittima, ridotta ad oggetto. Chi subisce questi crimini può arrivare ad autoeliminarsi per interrompere la sofferenza, pertanto la condanna stabilita dal Tribunale di Pescara riflette la gravità, effettiva ma anche potenziale, di simili azioni”.
Il riconoscimento del danno biologico come spartiacque culturale
Questa pronuncia rappresenta a tutti gli effetti una sentenza di grande rilievo contro l’odio omotransfobico e, più in generale, contro ogni forma di odio capace di generare danni irreversibili a chi lo subisce. Non è soltanto l’epilogo di un doloroso calvario giudiziario personale, ma un tassello cruciale in una più ampia battaglia culturale e istituzionale. In una società che fatica ancora a proteggere pienamente i propri cittadini e le proprie cittadine dai pregiudizi, questa condanna fissa un confine netto, ricordandoci che la dignità della persona non è negoziabile e che l’odio e la discriminazione sistematica presentano, giustamente, un conto molto salato.