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Ornella Vanoni: schietta, imperfetta, libera. Per sempre queer-adjacent.

La morte di Ornella Vanoni chiude un capitolo irripetibile della musica italiana: una voce unica, un’identità libera e un rapporto schietto con l’amore e con la comunità LGBTQIA+.

Ornella Vanoni: schietta, imperfetta, libera. Per sempre queer-adjacent.

Cultura Queer, Musica e teatro, News

22 Novembre 2025

Di: Nicola Garofano

Morire a 91 anni con un colpo improvviso, un malore, dicono, fa rumore. Non serve retorica: Ornella Vanoni non era una donna da frasi zuccherate. Era una frattura vivente, un’ironia tagliata col coltello, una voce che sembrava sigaretta, seta e malinconia. Oggi è impossibile riassumerla. Davvero impossibile. Perché Ornella non è mai stata solo musica. Era una postura. Un modo di attraversare la vita col passo storto ma deciso, tipo chi inciampa e poi ride perché l’eleganza, quella vera, non teme la caduta.

Si è spenta a Milano, la sua città, il 22 novembre 2025. Aveva 91 anni. E se n’è andata come ha vissuto: senza avvisare. Classe 1934. Famiglia borghese, educazione severa, collegi in giro per l’Europa. Lei vuole fare tutt’altro, estetista, forse, ma poi entra al Piccolo Teatro e incontra Giorgio Strehler. Ed è lì che nasce la Vanoni: musa, allieva, amante, attrice. Nel ’57 debutta ne I Giacobini e da lì nasce il suo primo mito: le canzoni della mala. Roba seria. Niente zucchero filato: coltelli, prostitute, galera, forbici poetiche. Strehler, Carpi, Dario Fo: tutti lì, a cucire una forma nuova di musica-teatro che lei porta a Spoleto nel 1959. Nessuna in Italia cantava così. Lei sì. Nel 1960 arriva Gino Paoli. Collaborazioni, canzoni, una storia d’amore scandalosa e scomoda. Lei una volta gli chiese: «Ma tu sei frocio?» E lui rispose: «No, perché?» E poi: «A me hanno detto che tu sei lesbica, canti male e porti male». Come finisce? Ridono. E si baciano. Perché già allora Ornella aveva capito una cosa che il mondo continua a faticare a ingoiare: la vita non si definisce con un’etichetta. Né l’amore.

Negli anni successivi conquista teatri, festival, giri del mondo. Vince Napoli, fa Rugantino fino a New York, crea la sua etichetta Vanilla, esplora Brasile, jazz, pop, teatro, bossa nova. Un catalogo infinito che comprende duetti, premi, sold out, tournée, album-capolavoro e un repertorio che oggi tutti chiamano “classico” anche se lei avrebbe risposto: «classico sarai tu». Tra i brani che restano: Senza fine, La musica è finita, Tristezza, Una ragione di più, Domani è un altro giorno, Io ti darò di più. E sì: nessun Sanremo vinto. Ma chi se ne frega, davvero.

Poco tempo fa, da Fabio Fazio, disse ridendo: «Il vestito ce l’ho, è Dior. La bara dev’essere economica perché tanto mi bruciate. Poi buttate le ceneri a Venezia. E Paolo Fresu deve suonare». Era ironia, era verità. Perché Ornella ha sempre progettato la sua uscita di scena. Con classe. Con teatralità. Con quella malinconia-lounge che sapeva proprio di lei.

Sarebbe facile oggi trasformarla in un’icona LGBTQIA+ perfetta. Non lo era. Non voleva esserlo. E proprio per questo la comunità l’ha amata: perché era umana, non simbolica. Ci sono stati scivoloni, post polemici, consigli non richiesti, come quello del gennaio 2016: «Conciati così sarà difficile far valere i vostri diritti, già difficili da ottenere. È da tanto tempo che vi consiglio: provate a sfilare con giacca e cravatta e fate vedere che siete persone normali, visto che è la normalità che cercate. Quando vi vedo conciati così ritengo che vi auto mortificate e questo mi da un grande dolore. Avrete sicuramente visto tutti quel meraviglioso film “Pride”. Il piccolo gruppo di gay uomini e donne vanno in soccorso dei minatori. Non erano vestiti da Priscilla! Non era una commedia musicale: hanno dimostrato di essere coraggiosi, generosi, alleati e meravigliosi».

C’è stato anche il tempo del mea culpa, del confronto, dell’imbarazzo onesto. Ma ci sono stati soprattutto gesti. Ornella, a CartaBianca nel 2019, non si è tenuta niente in tasca. Con quel tono da diva che sa di aver visto più storia di quanta ne possano leggere gli altri, ha detto chiaro che il Congresso delle Famiglie la irrita: idee vecchie, tossiche, pericolose. Sugli omosessuali è stata limpida come una lama: “Gli omosessuali non sono malati. Nascono così. Non possiamo tornare indietro.” Ha raccontato persino del suo assistente gay che a quattro anni già sapeva chi era. “Siccome andava dalle monache, mi disse la monaca era già entrata in me”. Nessun “da curare”, nessun “errore della natura”.

Ai microfoni di Belve di Francesca Fagnani su Rai2, ha fatto quello che ha sempre fatto meglio: togliersi filtri e pudori con un sorriso sarcastico. Ha parlato dei suoi amori, anche femminili, senza imbarazzo né etichette. Ha ammesso di aver fatto soffrire alcune donne che ha amato, perché, dice, il desiderio verso il corpo femminile non l’ha mai davvero sentito fino in fondo: lei si innamora delle persone, non dei generi. Tra risate e confessioni, ha definito la sua identità con ironia: «Sarò fluida, come si dice adesso… ma solo nei giudizi». Ha raccontato attrazioni, curiosità, e quella sua parte “maschile frocia”, come l’ha chiamata un’amica: capace di dire “che bella” quanto “che fico” con la stessa naturalezza. Una Vanoni moderna senza volerlo, queer senza proclami, istintiva, sincera e indomabile , anche nei sentimenti.

Nel 1976 incise: La storia di Marcello, una di quelle perle nascoste che Ornella regalava senza far rumore. Una ballata queer ante litteram, cruda, tenera, politica senza fare politica che racconta con tenerezza e malinconia la vita di un ragazzo di borgata cresciuto tra le pareti di una macelleria, in un mondo che non prevedeva possibilità diverse. Marcello sogna segretamente di essere Maria, un desiderio fragile come seta, trattenuto dalla paura, ma troppo vero per sparire. E nel finale, quasi con pudore, la trasformazione avviene: non come fuga, non come rivoluzione fragorosa, ma come verità silenziosa. Marcello resta dov’è, nella sua vita semplice, ma cambia nome. E finalmente, senza nascondersi più, è Maria. Un racconto di identità e coraggio in epoca in cui nessuno osava nominarli: un gesto artistico potente, prima che le parole trans, queer o diritti entrassero nel vocabolario comune.

L’unica richiesta: un’aiuola. Vivente. Fu una delle sue ultime battaglie: «Danno tutto da morti. Io voglio un’aiuola. Da viva. Manutenuta da me». È la cosa più Vanoni che abbia mai detto. Perché lei non voleva statue, targhe, intitolazioni postume. Voleva una piccola porzione di terra dove piantare pomodori. E guardarli crescere, come promemoria contro il tempo che passa.

Non piangiamola come monumento. Sarebbe offensivo. Piuttosto ricordiamola così: una donna che ha avuto il coraggio di essere sbagliata, imperfetta, vera. Senza filtro. Senza paura del silenzio. Con una voce che ora, oh, i brividi, resta davvero senza fine.