Pasolini, la verità come scandalo: altro che icona
Nella contraddizione la potenza della libertà: ricordare Pasolini è anche scegliere di non farsi ridurre a icone.
C’è poco da fare: Pier Paolo Pasolini continua a inquietarci. Sono passati cinquant’anni dal suo assassinio, ma Pier Paolo Pasolini continua a parlarci come se fosse ancora tra noi.
Non c’è retorica nel ricordarlo ancora oggi, a distanza di decenni dalla morte violenta che lo colse all’Idroscalo di Ostia. Non c’è retorica nel riconoscere in lui il coraggio intellettuale di chi ha scelto la disappartenenza, di chi ha detto la verità, la sua verità, con orgoglio, anche quando poteva costare caro. Perfino quando – forse – dire la verità, pur non avendo le prove, poteva costare la vita.
Di Pasolini ricordiamo, di solito, che fu poeta, regista, drammaturgo, polemista. Ma, prima di tutto, dovremmo ricordare che fu un uomo libero che pagò la libertà con la solitudine, con l’odio, con la violenza. Con la morte, appunto.
Eppure P.P.P. non smise mai di interrogare il suo tempo, di condannare la massificazione, di dare voce ai margini e a chi, da quei margini, esprimeva il proprio dolore, la propria autenticità e il proprio desiderio.
Questo era il suo scandalo: non adattarsi, non ammansirsi. Rifiutare, anche da omosessuale dichiarato (unico caso al suo tempo), la retorica omologante delle cosiddette icone. E infatti, P.P.P. non è e non è mai stato un’icona perché delle icone non ha mai condiviso la vocazione ad “integrarsi”, ad “addomesticarsi”, a compiacersi del consenso delle masse.
La contraddizione, lo scandalo, erano in lui atti politici.
Amava e denunciava, credeva e “bestemmiava”, si schierava e insieme distruggeva ogni appartenenza. Altro che icona.
Ma in questa tensione, sempre irrisolta, vive la sua potenza rivoluzionaria: la capacità di rivelare le discontinuità, di mostrare ciò che la società vuole cancellare, conformare, adattare, normalizzare.
In un Paese che ancora teme la complessità e preferisce il consenso al conflitto, Pasolini ci ricorda che solo il pensiero che disturba, il pensiero scandalosamente contraddittorio, è davvero libero.
Ricordarlo oggi non significa, dunque, celebrare o ricordare un’icona.
Significa riconoscere la scabra responsabilità del suo sguardo per continuare a domandare, a rivendicare, a pretendere verità.