icon cerca

Polisex e altre eresie: Ivan Cattaneo, 50 anni controcorrente

Ero troppo stravagante per l’esercito, troppo avanti per l’Italia: Ivan Cattaneo tra baci proibiti, rivolte queer e glam eterno.

Polisex e altre eresie: Ivan Cattaneo, 50 anni controcorrente

Cultura Queer

30 Luglio 2025

Di: Nicola Garofano

Classe 1953, poliedrico come pochi, Ivan Cattaneo è cantante, performer, pittore, poeta, icona queer e antesignano del gender fluid. Nell’Italia ingessata degli anni ’70, lui era già oltre: trucco pesante, idee chiarissime, e una voglia matta di scombinare le carte della normalità. Quando ancora non esistevano sigle, etichette o Pride, Ivan si prendeva il palco con la forza di chi non chiede permesso. Ha fatto coming out prima ancora di sapere cosa significasse, portando l’ambiguità e la libertà nel cuore della musica pop e della cultura di massa. Nel 1980 lancia Polisex, un brano che oggi definiremmo manifesto genderfluid. Eppure, dietro la provocazione, c’era sempre la visione profonda di un artista in anticipo su tutto: sul costume, sul mercato discografico, sull’attivismo, persino sulla memoria. Oltre alla celebre Polisex, Ivan Cattaneo ha esplorato l’omosessualità e il desiderio in molte altre sue canzoni, trasformandole in vere e proprie dichiarazioni d’amore fuori dagli schemi. Brani come Toro! Torero!, con le sue accese confessioni amorose in un mix di italiano e spagnolo, Sesso Selvaggio con il provocatorio verso “Adamo ed Eva / Adamo ed Ivan / gay Neanderthal”, o ancora Italian Slip, che racconta con ironia uno sguardo rubato in spiaggia, mostrano un artista capace di giocare con i generi e i ruoli, senza rinunciare alla tenerezza. In Odio e Amore, Idolo Biondo, Narciso (Ivan il Terribile) emergono storie d’amore omosessuale vissute con passione, consapevolezza. In Salve o Divina! (travestitostory) rende omaggio alla figura del travestito come icona di resistenza e sogno: un angelo urbano, fragile e fiero, che sfida le convenzioni con tacchi alti, trucco e desideri romantici, trasformando la notte in palcoscenico e il dolore in bellezza. Canzoni che, a distanza di anni, continuano a parlare d’amore con una libertà e una sincerità ancora raramente eguagliate. Oggi, alla soglia dei settant’anni, Ivan Cattaneo non ha smesso di creare né di lottare. Parla da solo, come ha fatto spesso nella sua carriera, ma con la lucidità feroce di chi ha vissuto tutte le metamorfosi dell’identità. In quest’intervista ci ha parlato della sua arte, del coming out precoce, di Mario Mieli e della rivoluzione sessuale, dell’omofobia che nasce dalla repressione e dell’invisibilità dell’omosessualità anziana. Ma anche di un futuro imminente: un cofanetto multimediale ricchissimo, dove riunisce canzoni, dipinti, aforismi e un romanzo che promette di essere il suo testamento spirituale.

Tu sei stato davvero dirompente negli anni ’70. Hai fatto coming out apertamente, anche nella musica.

«Sono stato il primo. Non solo nella musica: se pensi che negli anni ’70 nemmeno Pasolini o Giovanni Testori lo avevano fatto, capisci quanto fosse pionieristico. Mi diede coraggio il fatto di essere stato a Londra, dove avevo frequentato il Gay Liberation Front: un gruppo molto agguerrito e avanti, che lavorava sul territorio. Quando sono tornato in Italia, nulla è stato più come prima. In realtà il mio coming out risale a prima: l’ho fatto con mia madre a 13 anni, perché mi ero innamorato di un ragazzo, che ovviamente non sapeva nulla. Divertente che, dopo 60 anni, l’ho rincontrato. Eravamo a cena con sua moglie e gli ho raccontato tutto: si è fatto una gran risata. Ma per me, allora, fu la molla che fece scattare tutto. Io volevo sposarlo, pur non avendo nessun modello di riferimento. L’unico che avevo visto era su una rivista come Oggi o Gente, dove si parlava di “mostri che devono regolarizzare il proprio stato sessuale”. Così, andai da mia madre e le dissi: voglio diventare donna per poter sposare quel ragazzo. Avevo le idee molto confuse, ma parliamo della fine degli anni 60. Quando poi nel 1980 ho creato Polisex, non esistevano ancora sigle come LGBTQIA+: non sapevo come chiamare quell’amore che oggi definiremmo fluido. Usai un termine freudiano e lo chiamai semplicemente Polisex».

Hai spesso sostenuto che l’identità e l’amore non vanno etichettati. Lo pensi ancora oggi?

«Ci sono momenti diversi nella vita. Io ne ho vissuti tanti: storie, battaglie, lotte. A un certo punto erano necessarie. Ricordo le riunioni di autocoscienza con Mario Mieli e le femministe: ci si trovava in casa di qualcuno, come una sorta di setta carbonara. Si parlava di rivoluzione sessuale, ma si capiva già allora che doveva coinvolgere tutti: donne, uomini gay, e mancava solo il maschio etero. Ed è proprio lui che non ha fatto passi avanti. Le contraddizioni di oggi, come i femminicidi, sono il frutto di questo ritardo. Mario diceva che la rivoluzione sessuale è collettiva. Chiaro che ci sono i più oppressi, come le donne e i gay, e chi ha il ruolo del carnefice. Ma anche il carnefice non sta più bene in quel ruolo. L’omofobia, poi, non nasce solo dalla paura dell’altro, ma dall’omosessuale che molti uomini hanno dentro e non vogliono affrontare. Ho fatto il filo a uomini etero che si sono messi a ridere, o si sono sentiti lusingati. Altri invece hanno reagito con una furia cieca. Perché? Perché toccavo qualcosa che avevano seppellito dentro di sé. Quello è il vero omofobo».

In molti contesti, soprattutto nei piccoli centri, si perpetua ancora l’idea che “l’uomo deve fare l’uomo”. Quanto incide questo tipo di cultura?

«Tantissimo. Si parte da una rigida divisione dei ruoli: il maschietto in azzurro, la femminuccia in rosa. Se un bambino vuole giocare con le bambole, come facevo io, bisogna lasciarlo fare. Non “correggerli”. Altrimenti si creano scompensi che, crescendo, esplodono nei modi più assurdi. Quelli della generazione prima della mia spesso si sono sposati nonostante fossero gay, o sono finiti in seminario. La nostra società non ha mai offerto grandi libertà. Oggi va meglio: l’uomo è più libero, il gay ha modelli con cui identificarsi. Ai miei tempi non c’era nulla. I modelli siamo diventati noi: io, Renato Zero. Prima ancora Ney Matogrosso, brasiliano, dichiaratamente gay, un performer straordinario che anticipò tutti. Ora c’è un film su di lui su Netflix: Latin Blood – The Ballad of Ney Matogrosso. Ha 84 anni, ma quando si esibisce è ancora pazzesco».

Ti sei sentito solo nel portare avanti certe battaglie?

«Sì, molto. All’inizio ero proprio da solo. Non c’era nessuno che dicesse o facesse qualcosa per il mondo omosessuale. Nessun punto di riferimento. Io ero una piccola macchia nera nella musica leggera italiana».

Con “Polisex” negli anni ’80 hai creato un vero e proprio manifesto.

«Sì, è stato un rompighiaccio. Raccontava una cosa vera: io ero innamorato del ragazzo dell’unica donna che ho avuto nella mia vita, Alessandra, innamorata di me. A volte finivamo a letto in tre. Era tutto molto consapevole. Non era il classico triangolo in cui “lui chi è?”, molto giocato. Polisex era una denuncia, un manifesto gay, diceva: “Il corpo macchina si muove, può andare dove vuole, desiderare ciò che vuole”. Ed è giusto così».

Discograficamente, com’era essere un cantante dichiaratamente gay, riuscivi a trovare qualche casa discografica?

«Ero, e sono, un cantante di nicchia. Me l’hanno fatta pagare. I discografici, quelli più anziani lo sanno, consigliano ai cantanti di oggi di non fare coming out. Ai miei tempi c’era George Michael, Boy George, Elton John… Qualcosa stava nascendo. Ma oggi c’è una strana inversione: alcuni lo fanno solo per lanciare un libro, come Tiziano Ferro, altri evitano. Ma si vede».

Ti hanno mai chiesto esplicitamente di “normalizzarti” pur di vendere un disco in più?

«Sì, a volte mi hanno obbligato, a me stava bene. Quando esageravo nell’immagine. Nell’86 avevo un look quasi trans: capelli lunghi, unghie colorate, rossetto. I discografici mi chiedevano di correggermi. Anche la Rai: ero ospite di un programma, credo si chiamasse Italia Sera su Rai 1 e arrivavano proteste dai telespettatori. Il direttore, Brando Giordani, mi disse: “Sei un artista meraviglioso e una bella persona, ma per favore cerca di moderarti, arrivano tutte le telefonate dei benpensanti, che dicono che sei scandaloso, che sei diseducativo”. Insomma c’è stata una battaglia, ma anche con i discografici, per cui nell’82 ero estremo, nell’83 con Bandiera Gialla ero più accessibile».

È stata una lotta continua, allora…

«Quando volevo fare di testa mia, ad esempio, mi tagliavano la promozione del disco. È stata una vita sulle montagne russe. Non mi sono mai abbassato, ma l’ho pagata. E oggi vivo tutto questo nella mia solitudine: non ho partner, non sono sposato. Vivo la mia omosessualità da persona anziana. Devi lottare con la tua omosessualità e con il fatto che stai invecchiando, molte persone non ci pensano, ma l’omosessuale anziano ha dei problemi enormi, prima di tutto perché diventa trasparente  e non suscita più desiderio. Aggiungi anche tutte le problematiche degli anziani, salute permettendo. Anche nella musica, essere un artista gay, che sta diventando anziano, ogni giorno ha le porte sbattute in faccia, per cui diventa una cosa ancora più difficile. Io sto lottando giorno per giorno, non essendo aiutato da nessuno, con tutto il mio modo di volermi affermare, ma che bloccano in continuazione».

Nonostante tutto, continui a creare. Cosa stai preparando?

«Uscirà a novembre un cofanetto meraviglioso. Il mio discografico mi ha dato carta bianca: quattro CD audio, due DVD con la mia video arte, brani inediti, e due CD con i miei successi riarrangiati. Ci sarà anche un romanzo, le immagini dei miei quadri, testi critici sulla mia arte. È un progetto ricchissimo. Io non mi sono mai fermato: scrivo, canto, creo. Non ho il pubblico di Vasco Rossi o cose del genere, ho avuto una platea ampia solo col revival, quando toccavo la memoria collettiva. Ma le mie canzoni gay sono sempre state più faticose da portare avanti. I giovani gay oggi spesso non sanno nemmeno chi sono. E questo mi dispiace».

Cosa diresti alle nuove generazioni queer?

«Come diceva Indro Montanelli: “Una nazione che non considera il proprio passato, non avrà un futuro”. È fondamentale avere consapevolezza di ciò che è stato il movimento gay, di tutte le lotte che si sono fatte, da dove veniamo: da Stonewall o anche dalle mie battaglie insieme a Mario Mieli. Ad esempio, con lui andammo a protestare a Sanremo, fuori a una conferenza degli psichiatri contro l’omosessualità. Ci sono state tante lotte, e se non si considerano le radici del movimento gay e si dà tutto per scontato, come se fosse sempre stato così, si commette un errore gravissimo. Questo impedisce di difendersi quando si comincia a infastidire i benpensanti, e lì le cose si complicano. Bisogna sapere da dove veniamo, le battaglie che abbiamo fatto, anche per godersi di più un presente che è sì più libero, ma non completamente: le persone vengono ancora picchiate per strada, ancora ostacolate. Non è così roseo come sembra. Proprio perché i giovani gay, spesso, non hanno questa consapevolezza e danno tutto per scontato, sottovalutano i loro nemici. E questo facilita il rischio che, un domani, possa esserci un’inversione di marcia».

Hai fatto anche attivismo vero e proprio negli anni ’70. Com’era?

«All’epoca era necessario, perché davvero non c’era nemmeno il Gay Pride, non c’era niente. C’erano delle azioni. Mi ricordo, ad esempio, una volta con Mario Mieli siamo andati in un cinema dove proiettavano Domenica, maledetta domenica, un film inglese in cui, a un certo punto, un professore bacia un alunno sulla bocca. Io e Mario abbiamo cominciato ad applaudire durante quella scena. Quando siamo andati al Parco Lambro, al Festival di Re Nudo, ci ostacolavano. Siamo saliti su un palco urlando tutti gli slogan, anche un po’ ridicoli: “Froce sì, ma contro la DC”, perché erano tentativi molto naïf, molto ingenui. Però cercavamo di fare qualcosa per cambiare lo stato delle cose, che era davvero deprimente».

Sei stato esonerato dal servizio militare per “stravaganza”. Ci racconti com’è andata?

«Sì, io arrivavo da Londra. Sono dovuto tornare, io sarei rimasto lì, probabilmente ci sarei ancora oggi. Infatti un mio amico che era su con me è rimasto: lui è molto amico di Robert Plant, dei Led Zeppelin. Io, ai tempi, conoscevo David Bowie. Stiamo parlando del ’71. Poi però sono dovuto rientrare perché dovevo fare il servizio militare. Quando sono tornato mi hanno portato in caserma, ma io ero vestito come a Londra: capelli lunghissimi, unghie dipinte di verde, rossetto nero, tutto conciato. Appena sono arrivato, si sono spaventati tutti. Mi hanno portato in infermeria, e io avevo con me una lettera della sorella di Mario Mieli, che era una psicologa. Nella lettera si diceva che il mio comportamento, il mio stato, la mia personalità erano incompatibili con il servizio militare. Io allora dissi al colonnello: “Per favore, legga quella lettera, perché per me è pericolosissimo stare qui.” E lui rispose: “No no, guardi che è lei ad essere pericolosissimo… per i suoi compagni commilitoni.” E così mi hanno subito esonerato».

E questo romanzo di cui parlavi, che accompagna il cofanetto? Puoi anticiparci qualcosa?

«Non posso dire molto, non voglio rovinare la sorpresa. Ma sarà la parte principale del cofanetto. Ci saranno anche i miei aforismi, cento, scelti da un corpus di 7000, che poi diventeranno un libro a parte, Sedico Seduco. E ci saranno poesie, testi di canzoni, scritti di critici d’arte. Sarà un’opera completa, che raccoglie tutto il mio mondo».