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Sangue, provincia e amore gay: “Trascinami all’inferno” di Valentino Musu.

Intervista a Valentino Musu autore dell'horror Lgbt "Trascinami all'inferno": «Non c'è un solo modo di essere gay ma tanti modi di essere semplicemente se stessi».

Sangue, provincia e amore gay: “Trascinami all’inferno” di Valentino Musu.

Cultura Queer, Poesia e letteratura

10 Gennaio 2026

Di: Claudio Finelli

Trascinami all’inferno è il romanzo d’esordio del toscano Valentino Musu, pubblicato da Edizionisenzalinea, che unisce, in modo originale ed efficace, il genere horror alle tematiche lgbt. Il titolo del libro, che può sembrare una provocazione, si rivela in realtà una promessa: Musu, attraverso i suoi personaggi, esplora con disinvoltura i territori più scomodi dell’identità, del desiderio e delle relazioni, ritraendo, sullo sfondo, la realtà di un piccolo centro montano della provincia tosco-emiliana, la cui monotonia è improvvisamente scossa da inquietanti e sinistri fatti di sangue. Quella di Musu è una storia che parla a tutti e soprattutto a chi non si riconosce nei copioni già scritti e a chi cade e si rialza cambiando pelle. L’introduzione al romanzo è peraltro curata da Carlo Ditto, giornalista e autore di romanzi Lgbt, come “La pecora rosa”, “Crazy Bear” e “A destra dell’Arcobaleno”.

Per saperne di più su Trascinami all’inferno, abbiano raggiunto telefonicamente l’autore Valentino Musu.

Valentino, nel tuo romanzo i personaggi di Eros e Yuri sono due ragazzi che si scoprono attratti l’uno dall’altro in un contesto segnato da una quotidianità difficile e da eventi violenti. Qual è stata la tua intenzione nel collegare la dimensione dell’attrazione e del desiderio con ambientazioni di tensione, come i boschi di Pontenero e gli omicidi che vi si consumano?

Sono sempre stato quasi morbosamente “affascinato”, da tutti quei casi di cronaca nera avvenuti in contesti provinciali e all’apparenza pacifici ma che in realtà, a volte, nascondono i lati più perversi e oscuri della mente umana: credo che aver ambientato il mio romanzo nella classica “piccola cittadina dove si conoscono tutti e non succede mai niente”, contribuisca a rendere la storia molto più inquietante. In secondo luogo, credo che l’attrazione e il desiderio che i due protagonisti provano l’uno per l’altro, non sia direttamente collegata al contesto in cui è ambientata la storia: si sono semplicemente trovati e forse, inconsapevolmente, cercati. Eros e Yuri hanno le stesse ferite, la stessa vita e – si sa – attiriamo ciò che siamo.

Il tema della solitudine, dell’insicurezza e del sentirsi «morto che cammina» mi sembra essere abbastanza presente nel tuo romanzo.. In che modo l’immaginario LGBT+ — sia in termini personali che sociali — ha influenzato la costruzione del personaggio di Eros e il suo percorso narrativo?

Entrambi i protagonisti, Eros e Yuri, hanno caratteristiche ed esperienze di vita che sono direttamente ispirate al mio vissuto: stile, passioni. Il senso di solitudine, di isolamento e abbandono, che si riscontrano nei due personaggi, li ho provati in prima persona, e non sono direttamente collegati al mio orientamento sessuale, per cui la prima fonte di ispirazione è stata la più facile da trovare: me stesso. Non credo, poi, che l’immaginario LGBT+, almeno per come lo conosciamo attraverso i media, mi abbia particolarmente influenzato, mi sono ispirato per lo più a certe dinamiche e situazioni che si possono trovare in contesti come locali, feste, in cui tutti sono molto più interessati all’apparenza che alla sostanza.

L’ambientazione in un’area “anonima” e “squallida” dell’appennino tosco-emiliano amplifica il contrasto tra l’ordinarietà del lavoro quotidiano e l’escalation di violenza e desiderio. Perché hai scelto proprio questo contrasto come sfondo della storia e come credi che questo influisca sulla percezione del lettore rispetto alle tematiche LGBT+ ?

“Trascinami all’inferno”, è ispirato a luoghi e contesti che ho vissuto personalmente, non è stato difficile quindi, per me, ambientare la storia in una realtà come quella di Pontenero, che ci tengo a precisare, trattasi di un luogo fittizio ma che rappresenta quelle realtà provinciali, di cui l’Italia è piena, in cui spesso ci si può sentire demotivati, senza stimoli… ed è proprio qui che, a volte, la rabbia e l’insoddisfazione possono trovare terreno fertile per la violenza di qualsiasi tipo; anche l’amore tra i due protagonisti è infatti violento, viscerale, cupo, intenso. In quanto alle tematiche LGBT+, credo che i media ci abbiano abituato fin troppo a certi stereotipi e luoghi comuni, come se l’essere gay non sia un orientamento sessuale, ma qualcosa che abbia a che fare con uno stile di vita fatto di determinati aspetti quali: avere un certo tipo di immagine, ascoltare un determinato tipo di musica, seguire determinati personaggi. Non c’è un solo modo di essere gay ma tanti modi di essere semplicemente se stessi.

Infine: quali messaggi speri che i lettori LGBT+ (e non solo) traggano dal romanzo? In particolare, cosa ti piacerebbe che rimanesse sul tema della liberazione emotiva, del desiderio e della presa di coscienza della propria identità?

Il fulcro centrale di tutto il romanzo è la rabbia, il senso di ingiustizia, del non essere ascoltati, capiti e amati per quello che si è, e che puo’ portare anche la persona più buona e remissiva di questo mondo a trasformarsi in un mostro. Per me scrivere questo romanzo è stato terapeutico, un modo per tirare fuori tutti quei demoni che avevo dentro, e che non sarei riuscito ad esorcizzare in altri modi. Credo che il messaggio di fondo sia proprio questo: non lasciarsi sopraffare dalla rabbia, dall’insoddisfazione, ma cercare qualcosa di sano, bello, costruttivo anche quando sembra che tutto stia per crollarti addosso. In quanto a liberazione emotiva e presa di coscienza sulla propria identità, credo che la strada, purtroppo, sia ancora molto lunga. Sarebbe bello dire “fregatene”, “vivi la tua vita come vuoi”, ma la realtà è ben diversa: siamo ancora tutti schiavi delle aspettative altrui , degli standard imposti dalla società; ci vuole un gran lavoro su se stessi per “liberarsi”, per vivere per quello che realmente si è e non è facile perché, ancora nel 2025, chi è semplicemente sé stesso viene additato come “malato” o “sbagliato”.