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Sconfitta di Orbán in Ungheria: la caduta del regime inizia dal fiume in piena del Budapest Pride

Finisce l'era durata 16 anni di Viktor Orbán. Le piazze arcobaleno fanno tremare i governi illiberali, dagli USA di Trump a Netanyahu, fino all'Italia di Meloni-Roccella. Ma sul nuovo premier Péter Magyar restano profonde ambiguità sui diritti civili.

Sconfitta di Orbán in Ungheria: la caduta del regime inizia dal fiume in piena del Budapest Pride

Politica

13 Aprile 2026

Di: A. Sannino

Le elezioni parlamentari di oggi in Ungheria segnano probabilmente una svolta per la storia europea. Dopo sedici ininterrotti e controversi anni, l’Ungheria volta pagina e metta fina all’era politica di Viktor Orbán. Con lo spoglio giunto al 94%, i numeri parlano di un vero e proprio terremoto: il partito d’opposizione Tisza, guidato da Péter Magyar, ha ottenuto una vittoria che va oltre ogni aspettativa. Le proiezioni ufficiali assegnano a Tisza 138 seggi su 199. Un numero importantissimo che garantirebbe a Magyar la cosiddetta “super-maggioranza” dei due terzi, la stessa chiave d’oro che ha permesso a Orbán di blindare le istituzioni e stravolgere la Costituzione. Fidesz, il partito del premier uscente, crolla a 54 seggi, mentre l’estrema destra di Mi Hazánk si ferma a 7.

L’onda arcobaleno e la fine del regime. Come il Pride ha condannato Viktor Orbán

Per capire la portata di questo ribaltone storico, bisogna fare un passo indietro e guardare alle piazze. Viktor Orbán ha costruito il suo potere sull’antieuropeismo, sulle simpatie filo-putiniane, sul blocco sistematico degli aiuti all’Ucraina, ma soprattutto su una spietata crociata contro i diritti civili. Le sue leggi contro le persone LGBTQIA+ hanno segnato il punto politico e morale più basso nella storia dell’Europa Unita. Il divieto di manifestare per il Pride di Budapest doveva essere il colpo di grazia alla libertà di espressione.

E invece, forse, la fine di Orbán è iniziata esattamente in quel momento. Quella folla oceanica, quel fiume in piena di persone scese in strada al Budapest Pride sfidando i divieti governativi, ha innescato una scintilla irreversibile. Ha dimostrato che credere nell’Europa dei Diritti e della Pace non è un concetto astratto, ma l’unica vera, grande rivoluzione possibile contro le guerre, l’odio e l’oscurantismo delle destre estreme. Orbán ha tirato troppo la corda dell’odio per nascondere la corruzione dilagante, e il Paese gli si è rivoltato contro con un’affluenza record del 78% e con un voto chiarissimo.

Chi è Péter Magyar

Mentre migliaia di sostenitori festeggiano per le strade di Budapest tra abbracci, urla di gioia e le note di My Way di Frank Sinatra sparate dagli altoparlanti, sul palco sale il nuovo premier. “Abbiamo liberato l’Ungheria, insieme abbiamo sostituito il regime di Orban, insieme ci siamo ripresi la nostra patria”, urla Péter Magyar sventolando la bandiera nazionale. “La transizione sarà pacifica e tranquilla grazie a un mandato forte”.

Ma chi è l’uomo che ha sconfitto l’imbattibile Viktor? Péter Magyar, 45 anni, avvocato, non è un progressista nato nei salotti intellettuali di Bruxelles. È carne della carne del sistema che ha appena abbattuto. Ex membro di Fidesz ed ex marito dell’ex ministra della Giustizia Judit Varga, Magyar ha rotto col governo nel febbraio 2024, cavalcando l’indignazione per uno scandalo legato alla grazia presidenziale concessa in un caso di abusi su minori.

Da dentro il “sistema Orbán” ha raccontato i segreti del palazzo, denunciando la “facciata politica” atta solo a nascondere corruzione e arricchimenti illeciti. Magyar ha vinto perché ha sfidato Orbán sul suo stesso terreno: è un conservatore e populista, seppur fermamente pro-UE. Ha intercettato la rabbia per il carovita e il collasso dei servizi pubblici. L’anti-establishment ha battuto l’establishment.

L’ombra sui diritti LGBTQIA+: un’ambiguità calcolata e preoccupante

Tuttavia, l’euforia per la caduta di Orbán non deve offuscare la lucidità dell’analisi politica. Per la comunità LGBTQIA+, Péter Magyar non è automaticamente un alleato. Anzi.

L’approccio del nuovo premier sui diritti civili è stato finora dominato da un’ambiguità gelida e calcolata. Quando il regime di Orbán ha vietato il Pride, Magyar ha scelto la via del silenzio. Non ha mai nominato le persone LGBTQIA+, limitandosi a difendere in termini astratti “il diritto di assemblea”. Al Pride del 2025, che ha visto la partecipazione di decine di eurodeputati, lui era assente. Ha invitato i suoi a non cedere alle “provocazioni”, marcando una distanza di sicurezza siderale dalla causa arcobaleno.

Perché lo fa? Per cinismo elettorale. Magyar sa che difendere apertamente i diritti civili gli farebbe perdere i voti dell’elettorato conservatore in fuga da Fidesz. E così, non ha mai promesso di abrogare le leggi omofobe di Orbán, non ha risposto ai dodici punti programmatici proposti dalla federazione delle associazioni LGBTQ+ ungheresi (che chiedono matrimonio egualitario, tutele per le famiglie arcobaleno e fine delle terapie di conversione) e si è limitato a una battuta politicamente sagace ma vuota di empatia: “Viktor Orbán è diventato il Re europeo del Pride, visto che nessuno ha mai saputo mobilitare una folla così grande contro se stesso”.

Una neutralità che per molti analisti ungheresi, come Lakner di Telex, è inaccettabile per il leader del più grande partito del Paese.

L’Ucraina, la Russia e l’Europa, cosa può cambiare ora?

L’altra grande zona d’ombra riguarda la geopolitica. Magyar ha dichiarato che non invierà armi a Kiev e ha posticipato l’indipendenza energetica ungherese dalla Russia al 2035, ben oltre le richieste UE. Un approccio pragmatico che sa di continuità con l’era precedente. Eppure, Mosca ha cercato di ostacolarlo in ogni modo, montando contro di lui finti scandali sessuali pur di salvare l’amico Orbán.

Nonostante le ambiguità, a Bruxelles si respira. La premier uscente Ursula von der Leyen lo ha già sentito al telefono concordando “stretta cooperazione”: il primo obiettivo dell’UE è sbloccare subito il prestito da 90 miliardi per Kiev, su cui Orbán aveva piazzato il suo fatidico veto.

Le reazioni: da Zelensky a Meloni, l’addio a Orbán

Il mondo politico internazionale ha reagito in tempo reale alla notizia. Entusiasta il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che esulta per la “schiacciante vittoria” e si dice pronto “per incontri e un lavoro congiunto costruttivo”. Festeggiano i leader progressisti e moderati d’Europa: per lo spagnolo Pedro Sanchez “oggi vincono i valori europei”, mentre per il britannico Keir Starmer è “un momento storico per la democrazia europea”. Anche il segretario della Nato Mark Rutte si è affrettato a complimentarsi telefonicamente. Roberta Metsola ha ribadito che “il posto dell’Ungheria è al cuore dell’Europa”.

In Italia, le reazioni marcano le distanze tra gli schieramenti. Pina Picierno (Pd), vicepresidente dell’Europarlamento, non trattiene la gioia su X: “Finisce l’era di Orbán, del suo governo illiberale e al soldo del Cremlino. I cittadini hanno scelto l’Europa, evviva!”. Ancora più netta l’eurodeputata Ilaria Salis, che in Ungheria ha scontato 15 mesi di detenzione durissima: “L’Ungheria e l’Europa saranno un posto migliore. Goodbye forever Mr. Orban!”, scrive postando una foto sorridente.Me

Di tutt’altro tenore, seppur istituzionale, il messaggio della premier Giorgia Meloni. Nel fare le congratulazioni di rito al vincitore, la presidente del Consiglio italiana ha voluto lanciare un salvagente politico allo sconfitto: “Ringrazio il mio amico Viktor Orbán per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua Nazione”.

Oggi Budapest festeggia, e con lei gran parte dell’Europa. La diga illiberale è crollata. Ma da domani mattina, l’Unione Europea dovrà capire chi è davvero Péter Magyar, e se il fiume in piena dei diritti che lo ha portato al potere sarà incanalato verso la libertà o lasciato prosciugare sull’altare del calcolo politico.


Budapest Pride

I Pride baluardo di democrazia

C’è una riflessione che, in  questa notte storica per l’Europa, ritengo ineludibile. Se il castello di carte di Viktor Orbán è crollato, la spallata decisiva è arrivata probabilmente proprio da lì, dal fiume in piena del Budapest Pride. Quella piazza, sfidando divieti e intimidazioni, non è stata solo una sacrosanta rivendicazione di identità, ma un gigantesco, inarrestabile atto di insubordinazione civile contro un regime che per anni ha usato le minoranze come arma di distrazione di massa.

I Pride hanno smesso da tempo di essere “solo” parate. L’onda di Budapest ci dimostra che sono diventati un vero e proprio cardine politico, un argine vitale e gioioso contro le dittature e i governi illiberali. Sono il sismografo della democrazia di un Paese: quando il potere cerca di zittirli, è il momento esatto in cui bisogna urlare più forte.

L’opposizione LGBTQIA+ ai governi illiberali da Netanyahu a Meloni

Per questo motivo, la lezione ungherese ci grida che i Pride oggi sono ancor più necessari ovunque i diritti e lo stato di diritto vacillino. Lo sono negli Stati Uniti di Donald Trump, per difendere libertà fondamentali che rischiano di essere rimesse continuamente in discussione, e lo sono a Tel Aviv, dove scendere in strada con i colori dell’arcobaleno significa anche opporsi frontalmente alle derive estremiste del governo Netanyahu. E lo sono, non da ultimo, anche in Italia, per fare muro contro la retorica iper-conservatrice del governo Meloni-Roccella, un esecutivo che proprio alle politiche di Orbán – oggi sonoramente bocciate dalla storia – ha spesso guardato con malcelata ammirazione.

Oggi più che mai, insomma, abbiamo un disperato bisogno di Pride. Ne abbiamo bisogno a Budapest, in Italia, in Europa e negli USA. Ne abbiamo bisogno nelle piazze dell‘Ucraina ferita dalla guerra, così come nella Turchia sempre più opprimente di Erdogan e in Israele.

La “Rivoluzione Gentile” che spaventa i regimi

E guardando alla folla che questa notte festeggia la caduta del sistema orbaniano, non possiamo non coltivare una speranza ostinata: che questa stessa onda, prima o poi, possa inondare di libertà e di diritti anche le strade dell’Iran, dell’Arabia Saudita e della Russia e in tutti i Paesi dove le persone LGBTQIA+ e le altre minoranze di potere, come le donne, rischiano ogni giorno la vita. Perché la storia di queste elezioni ci insegna una cosa molto semplice. ovvero che dove c’è un Pride che resiste, c’è un popolo che ha smesso di avere paura. E i regimi, di fronte a un popolo che non ha più paura, prima o poi crollano.

Questa è la forza della democrazia: oggi può sconfiggere Orbán nelle urne, e domani potrebbe toccare a Trump, a Meloni o a Netanyahu. Ma è anche e soprattutto la forza dei nostri Pride e della nostra ‘Rivoluzione Gentile‘, per citare Franco Grillini; una forza che spaventa le dittature e chiunque cerchi di minare le democrazie e lo stato di diritto.