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Scontro Ranucci–Giletti, il caso delle chat della “lobby gay”

Le chat tra Ranucci e Boccia scatenano lo scontro in Rai con Giletti. Dalla delusione di Concia all'ironia di Grillini, fino all'ipocrisia di Gasparri, improvvisamente paladino dei diritti: cronaca di un'Italietta pruriginosa e provinciale.

Scontro Ranucci–Giletti, il caso delle chat della “lobby gay”

Politica

21 Febbraio 2026

Di: A. Sannino

Riparte il circo mediatico, e ancora una volta il pretesto è un buco della serratura. Il “caso Boccia“, con l’imprenditrice vesuviana rinviata a giudizio per stalking e lesioni ai danni dell’ex ministro Sangiuliano, si è trasformato in una faida interna ai palinsesti Rai, trascinando con sé un vecchio, inossidabile vizio italiano, l’uso dell’omosessualità in modo morboso, colpevolizzante e strumentale.

Il fatto

La miccia è stata innescata dalla pubblicazione, sulle pagine de Il Giornale, di alcune chat private del settembre 2024 tra il conduttore di Report Sigfrido Ranucci e l’imprenditrice campana. Nel mirino delle conversazioni, una presunta “lobby gay di destra” e un “giro pericolosissimo” in cui vengono infilati il direttore Tommaso Cerno, l’ex 007 Marco Mancini, Alfonso Signorini e Massimo Giletti.

La reazione è stata immediata da parte di Giletti che ha respinto in diretta tv l’etichetta di “lobbista”, parlando di profonda delusione umana. Ranucci si è difeso sui social, denunciando la manipolazione dei messaggi e spostando il tiro sui presunti legami televisivi e non tra Giletti, Cerno e l’ex spia Mancini. Al netto delle difese incrociate e di possibili strascichi in tribunale, a emergere è il retrogusto torbido della vicenda: l’identità sessuale accostata alle parole “lobby” e “pericolo”. L’orientamento intimo non è un fatto personale, ma un’ombra da gettare sull’avversario per delegittimarlo.

La delusione di Paola Concia e l’ironia di Grillini

A certificare la gravità di questo retaggio culturale sono state due voci storiche delle battaglie per i diritti civili, entrambe provenienti da quella sinistra che Ranucci, nell’immaginario collettivo, spesso incarna.

Intervistata da Hoara Borselli per Il Giornale, l’ex parlamentare Anna Paola Concia non ha fatto sconti, definendo quelle chat «morbosette» e sottolineando l’uso della parola “gay” in un’accezione inequivocabilmente negativa: “Pensavo che a sinistra certi pregiudizi fossero stati superati. Evidentemente mi sbagliavo”. Concia ha poi liquidato la fantomatica cupola omosessuale puntando il dito sul vero potere in viale Mazzini: “Le uniche lobby sono quelle dei partiti, che lottizzano la Rai dalla notte dei tempi”.

Usa l’ironia Franco Grillini. Il presidente onorario di Arcigay, parlando con Stefano Zurlo sempre per Il Giornale, ha derubricato l’idea di una cricca di destra a puro «avanspettacolo, uno sketch teatrale». Ma non ha risparmiato una dura critica alla sinistra, accusata di un «complesso da bar» e di poca «consapevolezza» che la porta a “balbettare” sui diritti civili concreti — dal matrimonio egualitario allo stop alle terapie di conversione — perdendosi in anacronistici moralismi.

L’ipocrisia della destra e del senatore Gasparri

Se a sinistra si fa i conti con i propri pregiudizi irrisolti, a destra il garantismo e la difesa dei diritti viaggiano rigorosamente a targhe alterne. Appena scoppiata la polemica, il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri si è precipitato a depositare un’interrogazione parlamentare, accusando Ranucci di «atteggiamenti omofobi» e chiedendo l’intervento della dirigenza Rai.

Un tempismo perfetto, che però sbatte contro un paradosso istituzionale imbarazzante, che suona come una vera e propria provocazione per l’elettorato: come mai Gasparri, oggi così solerte nell’ergersi a difensore della comunità LGBT+ e così sensibile al tema dell’omofobia, non mostra il medesimo zelo nel promuovere, votare o supportare una legge strutturale che condanni i crimini d’odio legati all’omofobia e la transfobia?

È la fotografia perfetta del nostro dibattito pubblico. Un Paese in cui i diritti civili vengono ignorati nelle aule parlamentari, ma diventano armi contundenti nei talk show. E dove dare del “gay” in una chat su WhatsApp solletica ancora un voyeurismo nazional-popolare da paesone provinciale, buono per le prime pagine di oggi, ma inutile per i diritti e soprattutto nella vita delle persone.