Siracusa Pride e il caso Heather Parisi: un movimento che litiga con se stesso con metodi di destra
Le associazioni si spaccano, Luxuria scrive al sindaco. Cronaca di un cortocircuito in cui si cerca il nemico in casa e si perdono di vista gli alleati.
I carri sono passati, la musica è finita. L’edizione 2026 del Pride, “Orgoglio Disarmante“, si è chiusa lasciando sul campo tante polemiche e non pochi interrogativi. Al centro di tutto c’è la scelta di avere Heather Parisi come madrina dell’evento. Una decisione che ha scatenato un mezzo terremoto: realtà storiche come Stonewall GLBT, Agedo, Uds e Cgil sono uscite dal comitato organizzatore per via di alcune dichiarazioni sui diritti delle atlete trans fatte dalla showgirl nel 2022. Ma, a guardare bene, il caso Parisi sembra solo l’innesco di un problema molto più grande e strutturale.
Il cortocircuito sui fondi pubblici e il “metodo di destra”
Il momento di massima frizione si è toccato quando il Mit di Bologna, Vladimir Luxuria e le associazioni uscite dal comitato hanno preso carta e penna per scrivere al sindaco di Siracusa, Francesco Italia. La richiesta? Garanzie sui fondi pubblici: in pratica, volevano la certezza che neanche un euro del Comune finisse per pagare il cachet di Parisi.
È un passaggio che fa riflettere. Fino a ieri, a fare le pulci alle delibere comunali per contestare i soldi dati ai Pride erano le destre conservatrici, mentre il movimento passava ore a spiegare che quei fondi non sono uno “spreco”, ma un investimento sociale ed economico. Ora vediamo esponenti di spicco e associazioni nazionali usare lo stesso identico metodo per fare pressione su un comitato locale. C’è da chiedersi se usare la propria forza mediatica per colpire un’organizzazione di volontari e volontarie sia una mossa politicamente lucida o solo un modo per assecondare la pancia e la rabbia dei social.
La caccia al “nemico imperfetto”
Il vero nodo della questione è il clima interno. I Pride nascono per unire e per farsi sentire, ma cosa succede quando l’asticella della “purezza” si alza così tanto che nessuno è più considerato abbastanza in linea? A Siracusa si è vista un’aggressività pesante – specialmente da parte di alcune sigle trans e queer – contro l’organizzazione stessa.
Il rischio evidente è l’isolamento. Invece di cercare alleati (magari sicuramente imperfetti) per fare massa critica nel mondo delle istituzioni, dell’arte o del femminismo, ci si consuma nella caccia al traditore interno. Al primo dissenso, si sbatte la porta e si abbandona il tavolo. E in questo vuoto, inevitabilmente, si infilano vecchie logiche di potere, spartizioni sindacali e partitiche che con lo spirito spontaneo e “dal basso” del Pride c’entrano pochissimo. Lo abbiamo già visto succedere a Napoli, si è ripetuto a Siracusa: si litiga nei direttivi associativi lgbtqia+ e ci si allontana dai bisogni veri delle persone che scendono in piazza con sempre più dubbi e perplessità.
Il silenzio come atto di non violenza
Mentre piovevano accuse, il Comitato Organizzatore del Siracusa Pride aveva scelto di non rispondere. Un silenzio durato per giorni, spiegato solo alla vigilia del corteo con una nota stampa che parlava di “atto di non violenza”. Hanno scritto: «La nostra non è stata indifferenza né distanza. Ci scusiamo. Continuiamo però a pensare che non alimentare uno scontro pubblico in un momento di forte tensione rappresenti una responsabilità».
Un tentativo di far sgonfiare la bolla dell’odio social, che però chi criticava ha letto semplicemente come un muro di gomma. Dal canto loro, i volontari e le volontarie del comitato hanno denunciato di essersi sentiti bersaglio di una ferocia mediatica assurda, praticamente lo stesso tipo di accanimento che il movimento di liberazione dovrebbe combattere. Un bel paradosso.
Le parole dei protagonisti
Il clima di tensione ha costretto tutti i soggetti coinvolti a prendere posizione, tracciando linee che difficilmente si ricomporranno a breve.
“Non possiamo permettere che una polemica interna oscuri il nostro obiettivo principale. Noi scendiamo in piazza per rivendicare diritti e denunciare la mancanza di leggi contro l’odio. Il fuoco amico fa male, ma il Pride è di tutta la comunità, non di chi urla più forte per dividere, alimentando una tensione di cui beneficiano solo i veri avversari dei nostri diritti.” Armando Caravini, Presidente Arcigay Siracusa.
“La scelta di Heather Parisi è stata collegiale, maturata nel rispetto del confronto interno. Ho scelto l’artista e l’icona. Mi scuso sinceramente se qualcuno si è sentito ferito o non rappresentato, ma respingo l’idea che la scelta sia stata motivata da intenti discriminatori o escludenti.” Diego Di Flora, Direttore Artistico Siracusa Pride.
“Sono felice di essere qui e orgogliosa di questa comunità. Polemiche? Quali polemiche! Io vedo solo tanti colori, siamo in piazza per la libertà di scelta. Alla comunità LGBTQ+ devo tutto, mi hanno insegnato che la diversità non si nasconde, si danza.” Heather Parisi, Madrina del Pride.
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E adesso?
Sabato 18 luglio il corteo c’è stato, i corpi sono scesi in strada e Piazza Euripide si è riempita. Ma il caso Siracusa lascia una ferita aperta e una domanda inevitabile per tutto il movimento LGBTQIA+ italiano: cosa si vuole fare da grandi?
Si può scegliere di chiudersi in una bolla dove sono ammessi solo i “puri e incontaminati”, asfaltando chiunque la pensa diversamente. Oppure si può tornare a fare politica, che è una cosa faticosa, imperfetta, e significa sporcarsi le mani, sopportare le contraddizioni e provare a mediare. Perché l’orgoglio in piazza è stato anche disarmante, ma se non si posano prima le armi digitali tra compagni e compagne di strada, alla fine non resterà molto da difendere.