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Torre Annunziata, inizia la demolizione di Palazzo Fienga: cade uno dei simboli nazionali della criminalità organizzata

Nel 2022 il Vesuvio Pride scelse di fermare il proprio corteo proprio dinanzi all'ex roccaforte dei clan. Con Annamaria Torre, figlia del sindaco di Pagani ucciso dalla camorra, nelle vesti di madrina, l'evento ha rappresentato l'apice della lotta intersezionale per la legalità e i diritti civili.

Torre Annunziata, inizia la demolizione di Palazzo Fienga: cade uno dei simboli nazionali della criminalità organizzata

Politica, Pride

6 Maggio 2026

Di: A. Sannino

Le ruspe che da oggi, 5 maggio 2026, stanno abbattendo le mura di Palazzo Fienga non portano via solo calcinacci e cemento. Portano via il simbolo tangibile di un potere criminale, quello del clan Gionta, che per decenni ha tenuto in ostaggio Torre Annunziata. Sotto gli occhi dei ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini, delle autorità locali e di Paolo Siani – fratello di Giancarlo, il cronista ucciso nel 1985 proprio a causa delle sue indagini sulla camorra oplontina e sui suoi legami con la malapolitica – il fortino raccontato dal giovane giornalista viene finalmente raso al suolo per fare spazio, dai progetti del ministero, a un parco urbano e a una piazza della legalità. Eppure, il rumore degli escavatori è stato sovrastato da un boato ben più sordo e profondo, quello delle dimissioni del sindaco di centrosinistra Corrado Cuccurullo.

A innescare la crisi sono state le durissime dichiarazioni del Procuratore Nunzio Fragliasso durante la cerimonia. Parole pesanti come macigni, che hanno denunciato la presenza di troppe opacità e contiguità con la criminalità organizzata in seno all’amministrazione comunale, chiedendo meno passerelle e più azioni concrete. Un intervento politico e istituzionale tranciante, che ha spinto il primo cittadino a rimettere il mandato per difendere la propria dignità personale e quella di una giunta che, a suo dire, ha lavorato senza sosta per rialzare la città. Uno schiaffo istituzionale che lascia la comunità oplontina attonita, sollevando interrogativi profondissimi sul rispetto delle regole democratiche, sulla tutela e la tenuta dello Stato di diritto e sul valore degli sforzi di una cittadinanza che prova faticosamente a voltare pagina

Vesuvio Pride 2022, quando l’onda arcobaleno sfidò la camorra

L’abbattimento di Palazzo Fienga rappresenta un momento storico anche per il nostro movimento queer. Per comprenderne il profondo significato, bisogna riavvolgere il nastro e tornare a un evento spartiacque per la società civile del territorio: il Vesuvio Pride del 2022. Dopo le edizioni storiche di Pompei nel 2018 e di Sorrento nel 2019, e a seguito del doloroso stop del 2020 imposto dalla pandemia, la manifestazione scelse di ripartire proprio dalle strade di questa città martoriata dalla camorra. Non si trattò di una semplice sfilata, ma di uno dei vertici più alti e vibranti della lotta intersezionale portata avanti per la difesa dei diritti delle persone LGBTQI+.

In un frangente storico delicatissimo, con il Comune affidato all’ennesima commissione prefettizia insediata dopo lo scioglimento per possibili infiltrazioni mafiose, l’associazione Pride Vesuvio prese una decisione radicale e dal forte impatto simbolico. Scelse di sposare a pieno la battaglia per la legalità, fondendo la rivendicazione dei diritti civili con la fiera resistenza contro le camorre. L’immagine del carro colorato che arresta la sua marcia esattamente di fronte a Palazzo Fienga, sfidando con la forza della gioia e dell’orgoglio quel monolite di paura e morte, resta ancora oggi una delle istantanee più potenti e incisive nella storia recente delle mobilitazioni per i diritti civili e sociali.

Quel giorno, a fare gli onori di casa al primo Pride nella storia della città, non c’era un sindaco. L’amministrazione era infatti affidata a una gestione commissariale, ma non mancarono le fasce tricolori dei primi cittadini dei Comuni limitrofi. Si strinsero in un abbraccio solidale a una comunità orfana della propria guida politica. Un quadro dal sapore amaramente profetico. Restituisce, infatti, un parallelismo perfetto con un presente in cui Torre Annunziata, dopo le improvvise e burrascose dimissioni del primo cittadino di queste ore, rischia di ritrovarsi nuovamente smarrita, vulnerabile e senza una chiara rotta istituzionale.

Annamaria Torre e Tania Sorrentino furono le madrine di un Pride eccezionale

La forza di quel Pride non risiedeva solo nella dirompente scelta del percorso, ma soprattutto nei volti di chi lo guidava. Nessun personaggio televisivo, nessun influencer del momento o stella dello sport a fare da richiamo mediatico. A guidare la marcia verso i cancelli di Palazzo Fienga furono chiamate due donne dalla dignità e dal coraggio straordinari, familiari di vittime innocenti della camorra, capaci di portare sulla propria pelle le cicatrici più profonde di un intero territorio.

Parliamo di Annamaria Torre, figlia di Marcello Torre, il “sindaco gentile” di Pagani fatto trucidare negli anni Ottanta per ordine del boss Raffaele Cutolo. Un omicidio consumatosi in quegli anni bui del post-terremoto, in cui i clan Gionta, D’Alessandro e Nuvoletta, forti di legami oscuri anche con pezzi deviati dello Stato, insanguinavano il vesuviano senza pietà. Accanto a lei sfilò Tania Sorrentino, una donna che solo un anno prima aveva visto la sua vita distrutta dall’assassinio del marito, Maurizio Cerrato, ucciso brutalmente sotto gli occhi della figlia, colpevole solo di averla difesa al culmine di un’assurda discussione per un parcheggio.

Dopo quel Pride, l’impegno civico di Tania si è tradotto in una militanza politica diretta, portandola a ricoprire il ruolo di vicesindaca proprio in questa giunta oggi dimissionaria. È qui che si consuma il paradosso più amaro per Torre Annunziata: quella che doveva essere la giornata della liberazione definitiva, l’atteso momento storico dell’abbattimento dell’ex covo dei clan e del riscatto per l’intera città, si è tramutata in una profonda crisi istituzionale che rischia ora di azzerare ogni faticoso tentativo di riscossa democratica e civile.

 

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Oltre le macerie della camorra

Oggi, mentre le ruspe smantellano i duecento vani del mostro di Palazzo Fienga, la polvere si posa su una città che sembra non trovare pace. La città di “Fortapàsc”, la città legata per sempre a Giancarlo Siani, a cui tanti auspicano venga intitolata la nuova piazza, rischia di ritrovarsi nuovamente senza una guida democratica. È un territorio sospeso tra le accuse durissime della Procura e la rivendicazione di un sindaco che si sente delegittimato ingiustamente, proprio da quello stesso Stato che in questo abbattimento cerca un forte segno di riscatto e rinascita.

La riflessione che emerge dai fatti di queste ore è complessa e dolorosa. Abbattere i simboli della mafia è un atto istituzionale fondamentale, ma la lotta alla camorra non si esaurisce con i simboli, per quanto potentissimi. Richiede la paziente ricostruzione del tessuto sociale, politico e democratico, un processo a cui il Vesuvio Pride del 2022 aveva tentato di contribuire attivamente unendo le piazze, la rivendicazione dei diritti e la memoria storica. Torre Annunziata e l’intero territorio vesuviano non meritano di essere identificati esclusivamente attraverso le proprie macerie, siano esse di cemento o di natura politica. Questa comunità merita di essere protetta e sostenuta per il coraggio mostrato in più occasioni, per onorare il sacrificio delle tante vittime innocenti di camorra e criminalità, per il  lavoro quotidiano di tante persone perbene e per le numerose manifestazioni di riscatto civile come il nostro Pride, quando quel 4 giugno del 2022, davanti ai cancelli di Palazzo Fienga, i colori dei diritti e la felicità presero finalmente il posto della paura.