Tra paure e censure perché un pezzo di elettorato LGBTQIA+ si sta spostando a destra
La paura del terrorismo, l'insicurezza crescente nelle città e l'attivismo ostaggio della rabbia social aliena i moderati e spinge l'elettorato LGBTQIA+ verso destra
C’è una crepa silenziosa, profonda e drammaticamente sottovalutata che attraversa il movimento LGBT+ nazionale e globale. Mentre, nel nostro Paese, i vertici dell’attivismo si azzuffano sui social o si perdono in guerre ideologiche sulle madrine dei Pride, una fetta sempre più consistente di persone LGBT+ compie un movimento inaspettato solo fino a qualche anno fa: guarda a destra, e vota a destra. Non si tratta più di casi isolati o di provocazioni estemporanee, ma di un trend politico e sociologico tangibile che attraversa l’Occidente.
Il fenomeno globale: dagli Stati Uniti alla Germania di AfD
Negli Stati Uniti, il fenomeno è ormai strutturale. Nonostante la retorica dei dem, una percentuale non trascurabile di elettori LGBTQIA+ – in particolare uomini gay con un buon livello di reddito – ha scelto di sostenere l’area conservatrice o movimenti populisti. Spesso la motivazione viene liquidata frettolosamente come cinismo economico, ma c’è molto di più: stanchezza verso un’iper-politicizzazione identitaria percepita come soffocante e la ricerca disperata di un ordine sociale percepito come più sicuro.
Ancora più emblematico è il caso europeo e tedesco. In Germania, partiti considerati agli antipodi dei diritti civili come l’AfD (Alternative für Deutschland) riescono a intercettare consensi all’interno del “mondo arcobaleno”. Come è possibile? Semplice: l’AfD ha saputo sfruttare cinicamente le paure legate alla sicurezza urbana, alla gestione dell’immigrazione e a un certo radicalismo estremo di determinate frange transfemministe percepite come ostili alle storiche battaglie identitarie delle donne o alla libertà d’espressione. La logica del “nemico del mio nemico” spinge parte della comunità a stringere patti impossibili pur di sentirsi protetta.
Se la caccia alle streghe regala l’elettorato alle forze sovraniste
Anche in Italia le cose non vanno diversamente. Lo spostamento a destra di una fetta consistente di elettori, così come di attivisti e attiviste, non nasce certo da un’improvvisa infatuazione per la tradizione sovranista, ma da una profonda e dolorosa reazione di rigetto verso il clima irrespirabile che si è creato a sinistra e dentro le stesse sigle militanti, unita all’incapacità di dare contemporaneamente risposte concrete alla crescente insicurezza delle persone LGBT+. Parliamoci chiaro: quando un movimento nato per rivendicare diritti civili passa più tempo a fare le pulci e a scovare nemici tra le proprie fila, piuttosto che combattere le discriminazioni là fuori… beh, significa che il cortocircuito è totale. E le alleanze, faticosamente costruite in decenni, come quella con il mondo femminista, semplicemente rischiano di dissolversi per sempre. Sembra di stare in un infinito, logorante Kramer contro Kramer. Anzi, facciamo pure di peggio. Pensiamo a quello che è successo con l’esclusione di Keshet o ancor prima di Polis aperta, o alla guerra fratricida e surreale scatenata in casa Arcigay contro Antinoo Arcigay Napoli. Quest’ultima, colpevole a quanto pare di aver difeso la propria autonomia di pensiero e di espressione. E che dire del Siracusa Pride? Una ferita che sanguina ancora. Per settimane non si è parlato d’altro che della madrina Heather Parisi. Le scuse, i chiarimenti, la sua volontà di esserci per difendere la libertà di scelta non sono serviti a nulla. La macchina dell’indignazione, affamata di capri espiatori, ha preteso la sua vittima, facendo saltare dal comitato organizzatore sigle storiche. È il paradosso triste di un attivismo che ormai preferisce sfogarsi con la bava alla bocca sui social, o inviare provvedimenti di espulsione per PEC (come successo per il caso di Antinoo Arcigay Napoli) piuttosto che sedersi a un tavolo per un confronto democratico, arrivando a immolare comitati Pride o realtà storiche sull’altare di una presunta “purezza” ideologica dettata dall’alto.
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Come l’attivismo inquisitorio e la paura regalano voti a destra
Questa ossessione per la gogna mediatica e la caccia al “nemico traditore“, alimentata da un certo attivismo sempre più sordo al dialogo, finisce per stancare e alienare chi cerca semplicemente dialogo e pragmatismo, tutele concrete e vivibilità. Se a questa asfissia interna si somma la paura vera, quella legata all’insicurezza globale e alle derive terroristiche e fondamentaliste – che ci perseguitano dai massacri di Orlando e Oslo fino alle allerte antiterrorismo di oggi a Berlino – la frittata è fatta. Di fronte a una sinistra percepita come troppo indulgente e pericolosamente distratta rispetto alle minacce reali alla sicurezza fisica delle persone, in tanti, delusi dalle associazioni e dal movimento LGBT+, preferiscono turarsi il naso, non partecipare più ai pride perché magari percepiti divisivi, escludenti o addirittura pericolosi, e cercare disperatamente riparo verso chi sventola strumentalmente la rassicurante bandiera della protezione.

Berlino Pride dopo il terribile attentato terroristico
Ignorare questo spostamento d’asse, liquidandolo come tradimento o stupidità politica, è l’errore più grande che si possa fare. Se chi dovrebbe difendere i diritti civili si trasforma in un tribunale inquisitorio, non stupisca se la gente, per pura paura di un mondo che percepisce come ostile, finisce per cercare rifugio altrove. Anche a costo di votare chi, storicamente, quei diritti non li ha mai voluti garantire, o addirittura di militare direttamente nei partiti di destra.