Il rapporto tra inizio e fine: tre fotografie di Nan Goldin che hanno fatto la storia della comunità queer
L’amore e l’assenza sono temi al centro della sua estetica, che affonda le radici nei drammi della società contemporanea. Un viaggio crudo tra dolore e dipendenza
Scattare come un atto politico di resistenza, come un tentativo estremo di fermare lo scorrere del tempo, per non dimenticare. Nel bene e nel male. Che si tratti di un picnic queer su un prato di Boston, o di un bacio sul letto di un ospedale – che suggella la fine di un rapporto gay segnato dall’AIDS – l’obiettivo della macchina fotografica dell’artista Nan Goldin (1953) è fermo, e senza giudizi racconta i drammi della società contemporanea. L’estetica dell’attivista e fotografa americana si manifesta attraverso tre scatti, tre istantanee che descrivono il mondo underground a cavallo tra gli anni Settanta e Novanta. La sua fotografia parte dalla necessità di cristallizzare attimi di vita che altrimenti senza pellicola sarebbero smarriti: “Pensavo che non avrei perso nessuno se lo avessi fotografato. Le mie foto mi ricordano quanti amici ho perduto”.
Un bacio contro l’AIDS

Nel 1993 Nan Goldin decide di seguire e di immortalare la quotidianità di un gallerista francese e del suo compagno. La serie, che ha come protagonisti Gotscho e Gilles, si sofferma sull’intimità dei due giovani innamorati fino agli istanti più drammatici. “Il bacio di Gotscho” congela la tenerezza prima della fine. Un gesto che segna la distanza tra vita e morte e incastona, come in una cornice, come in un quadro ‘rassegnato’ all’essenza, i momenti crudi della malattia. Nella fotografia realizzata davanti a un letto d’ospedale la fisicità si impadronisce della scena. Da una parte c’è un corpo immobile, svuotato della sua identità di uomo a causa dell’AIDS, e dall’altra un corpo vivo, che si flette per baciare il compagno creando un leggero movimento e disegnando un arco con la postura. La dicotomia tra il corpo rigido e scheletrico, e le spalle forti in controcampo, crea un’unione, una relazione metafisica che neanche la morte è in grado di spezzare.
Il picnic queer

“Picnic on the Esplanade” è una fotografia scattata a Boston nel 1973. Al centro dell’immagine ci sono delle donne transgender, sedute su un prato, che si godono un momento di relax all’aria aperta. A rubare l’attenzione è il concetto di condivisione, che si manifesta anche nella spontaneità dei gesti. I corpi non si muovono in uno spazio armonico, non sono plastici. Non hanno simmetrie e posture costruite, sono imperfetti, eppure sembrano essere in sintonia con la natura. Anche gli oggetti, la borsa, la tovaglia e l’ombrello sono posizionati senza un’apparente logica, al centro o ai margini della foto: sono parte di una dimensione che nel caos trova il proprio equilibrio. Una rivisitazione contemporanea e queer dell’opera impressionista “Colazione sull’erba” (“Le Déjeuner sur l’herbe”, 1863) di Édouard Manet.
L’autoritratto

Nelle foto intimiste di Nan Goldin si legge parte del suo passato. Nata nel 1953 a Washington, DC, da una famiglia ebrea di estrazione borghese, è la più giovane di quattro figli. La sua infanzia viene segnata dal suicidio della sorella più grande, che ha 18 anni. A 14 anni Nan stanca del contesto familiare, dopo essere stata espulsa da scuola, va a vivere a casa di diverse famiglie affidatarie. La dipendenza dalle droghe e gli abusi rendono il suo immaginario fotografico una rappresentazione cruda e sospesa della realtà. Tra i primi lavori trova spazio “Ivy wearing a fall”, una serie di ritratti di una drag queen che si muove ai margini di una metropoli che fa fatica ad accettarla. Un universo che si spinge dagli eccentrici party nella Grande Mela fino a postmoderne nature morte, come le sagome delle confezioni e delle boccette nel lavoro “Droghe sul tappeto”. La sua opera più celebre è “The Ballad of Sexual Dependency” del 1985, uno slide show con 700 immagini che nascono dalle esperienze della sua famiglia allargata e dominata dalla sottocultura gay. “Nan un mese dopo essere stata picchiata” (1984) è un autoritratto in cui l’artista si spoglia metaforicamente davanti all’obiettivo. La fotografa vuole raccontare attraverso un’immagine cruda il triste episodio di violenza domestica, che l’ha coinvolta, per sensibilizzare sul tema. A differenza di altre opere, Nan Goldin si mette in posa e guarda direttamente in camera. Il volto è tumefatto, il suo sguardo non è quello di una donna vinta, piegata dalla prepotenza del compagno e lacerata dal dolore. Ma quello di una persona che nonostante le percosse non si vergogna. Non ha perso la propria femminilità: gli orecchini, la collana di perle, che si intravede sotto i capelli ricci, e il rossetto fuoco – colore che rimanda alla sfumatura presente dell’occhio – sono elementi che trasformano questo scatto in un gesto di resistenza.