5 Dicembre 1967, il giorno in cui l’Italia processò l’omosessualità: il calvario di Aldo Braibanti
Dagli elettroshock imposti al compagno Giovanni alla mobilitazione degli intellettuali e del Partito Radicale: cronaca di un'ingiustizia che ha segnato il Novecento italiano.
5 dicembre 1967. È una mattina grigia a Roma quando le porte del carcere di Regina Coeli si chiudono alle spalle di Aldo Braibanti. L’uomo che viene arrestato non è un criminale comune, né un terrorista. È un ex partigiano, un poeta raffinato, un filosofo e, fatto che incuriosisce i cronisti, un esperto mirmecologo: uno studioso delle formiche.
L’accusa che pende sulla sua testa sembra uscita da un racconto gotico o da un tribunale dell’Inquisizione: Plagio.
A quasi sessant’anni da quella data, la vicenda Braibanti rimane l’unica condanna per questo reato nella storia repubblicana italiana. Una pagina vergognosa in cui lo Stato, armato del Codice Rocco di epoca fascista, entrò a gamba tesa nella vita privata di due uomini, trasformando l’amore in reato e la cultura in perversione.
Un reato incostituzionale
L’articolo 603 del codice penale puniva chiunque sottoponesse una persona al proprio potere “in modo da ridurla in totale stato di soggezione”. Era un concetto giuridicamente scivoloso, scientificamente indimostrabile, mai applicato prima di allora. Perché fu rispolverato per Braibanti? Perché bisognava dare un nome “legale” a ciò che l’Italia del 1967 non voleva nominare: l’omosessualità.
La “vittima” del presunto plagio era Giovanni Sanfratello, un giovane di 23 anni che aveva scelto liberamente di vivere con Braibanti, seguendolo dal torrione artistico di Castell’Arquato (Piacenza) fino a Roma. Per la famiglia Sanfratello, cattolica e tradizionalista, quella convivenza era inaccettabile. Non potendo accettare che il figlio fosse gay, si convinsero (e convinsero i giudici) che fosse “stregato”, plagiato da quel professore marxista e ateo.
L’orrore del manicomio ed degli elettroshock
Mentre Braibanti finiva alla sbarra, Giovanni, rapito letteralmente dalla famiglia, fu internato in una clinica per malattie psichiatriche e poi nel manicomio di Verona. Per 15 mesi fu sottoposto a decine di elettroshock e shock insulinici. L’obiettivo? “Guarirlo”. Nonostante le torture fisiche e psicologiche, al processo Giovanni fu l’unico a mostrare una dignità incrollabile.
“Non sono stato plagiato,” ripeté ai giudici, “Aldo non ha imposto le sue idee, io ho scelto la mia vita”.
Ma per la Corte, quella difesa accorata era la prova regina della sua sottomissione mentale: se lo difendi, vuol dire che sei plagiato. Un cortocircuito logico senza via d’uscita.
Un processo politico: “vite indegne di essere vissute”
Il processo divenne presto un campo di battaglia ideologico. Braibanti lo definì lucidamente:
“Questo non è un processo al plagio, è un processo politico alla mia vita privata e alla mia diversità.”
L’opinione pubblica si spaccò. Da una parte l’Italia benpensante e bigotta che vedeva in Braibanti il “mostro”; dall’altra gli intellettuali che capirono la gravità del precedente. Elsa Morante, Alberto Moravia, Umberto Eco, Marco Pannella e i Radicali si schierarono con l’imputato. Pier Paolo Pasolini, con la sua solita preveggenza, scrisse parole di fuoco sull’accaduto, paragonando la persecuzione di Braibanti a quella nazista contro le “vite indegne di essere vissute”:
“Se c’è un uomo mite… questo è Braibanti. Di fronte allo scandalo di un uomo debole e solo, i borghesi provano tutto il terrore… e quindi condannano.”
Eppure, la sinistra politica fu tiepida. Il PCI, partito in cui Braibanti aveva militato e che aveva lasciato, mantenne un imbarazzato distacco, prigioniero di un moralismo che vedeva l’omosessualità come una degenerazione borghese.
Il calvario di un innocente e la tardiva riparazione dello Stato
La sentenza arrivò nel 1968: nove anni di carcere (poi ridotti in appello). Braibanti ne scontò due dove continuò la sua attività di poeta e scrittore. Perse tutto: la casa, la biblioteca, la reputazione. Il 5 dicembre 1969, Aldo Braibanti torna libero, per effetto della sentenza della Corte d’Appello che aveva ridotto la pena da nove a quattro anni, due dei quali condonati per meriti resistenziali. La galera per non aver commesso alcun reato, per essere omosessuale. Sebbene non ci fu mai una formale cancellazione della condanna, la pressione dell’opinione pubblica contribuirono a creare il clima per la sua scarcerazione anticipata e, molto più tardi, per il riconoscimento del vitalizio della Legge Bacchelli nel 2006 (Governo Prodi). Un piccolissimo risarcimento economico per un uomo che era finito in povertà, ma che non poteva più cancellare l’umiliazione e l’ingiustizia subita.
Solo nel 1981, la Corte Costituzionale cancellò definitivamente il reato di plagio, dichiarandolo incostituzionale per la sua indeterminatezza. Braibanti aveva avuto ragione, ma la sua vita era stata il prezzo da pagare.
Il Signore delle formiche: memoria e attualità
Aldo Braibanti è morto nel 2014, ma la sua storia è tornata prepotentemente attuale grazie al film di Gianni Amelio, “Il Signore delle Formiche” (2022). La pellicola, con uno straordinario Luigi Lo Cascio, ha avuto il merito di togliere la polvere dagli atti giudiziari e mostrare l’uomo: il genio che studiava le formiche perché vedeva in loro una società perfetta, l’artista che recitava Campana con Carmelo Bene, l’uomo che voleva solo amare ed essere libero.
La ricorrenza del 5 dicembre 1967 è un monito. Oggi il reato di plagio non esiste più, ma la tentazione di usare la legge o la “moralità pubblica” per limitare l’autodeterminazione degli individui è sempre in agguato. La storia di Aldo e Giovanni ci ricorda i rischi delle “terapie riparative”, l’orrore dell’intromissione dello Stato nelle scelte affettive e la necessità di difendere sempre le minoranze dalla tirannia della “normalità”. Come disse Braibanti quando nel 1947 lasciò il PCI e si dimise da ogni incarico politico: “Non è un addio, ma un congedo”. Un invito a non dimenticare mai e a non abbassare mai la guardia, consapevoli che nessuna conquista democratica è mai al riparo dal rischio di essere perduta.
