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Assemblea Consiglio d’Europa: le ‘terapie riparative’ violano i diritti umani

Svolta storica, le terapie di conversione sono "antiscientifiche e crudeli". Il plauso di ILGA e "Meglio a Colori". L'ira dei Pro Vita. Il retroscena: così l'azzurra Polidori ha convinto i moderati e il PPE a votare la risoluzione contro le "terapie riparative". 

Assemblea Consiglio d’Europa: le ‘terapie riparative’ violano i diritti umani

Politica

3 Febbraio 2026

Di: Radio Pride

Con la risoluzione 2643 intitolata ‘For a ban on so-called conversion therapies’ e approvata con 71 voti a favore, 26 contrari e 2 astenuti, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa chiede agli Stati membri di dotarsi urgentemente di leggi che vietino e sanzionino penalmente le cosiddette “terapie di conversione” (o riparative).

Il testo è netto: queste pratiche, che mirano a reprimere o modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere, sono definite “prive di fondamento scientifico”, dannose e, in molti casi, vere e proprie violazioni dei diritti umani paragonabili alla tortura.

Lo scontro politico e il contenuto della Risoluzione

Il voto ha visto una spaccatura evidente. Da un lato la condanna ferma supportata dai Socialisti, dai Liberali e da una larga fetta del Partito Popolare Europeo (PPE); dall’altro il voto contrario dei conservatori, dei patrioti e dei gruppi affiliati, che vedono nel provvedimento una minaccia alla libertà educativa e religiosa.

La risoluzione, basata sul rapporto della parlamentare britannica Kate Osborne, non lascia spazio a dubbi sulle conseguenze mediche: depressione, ansia, PTSD e tassi elevati di suicidio, specialmente tra i giovani. Tuttavia, il testo finale contiene una specifica importante frutto di un compromesso politico: il divieto non colpirà il supporto fornito da genitori o psicologi, purché tale supporto non abbia l’obiettivo predeterminato di “cambiare o sopprimere” l’identità della persona.

Le reazioni: il plauso di “Meglio a Colori” e di ILGA. L’ira dei Pro Vita

La notizia ha immediatamente acceso il dibattito in Italia, Paese che – come ricorda la risoluzione citando l’esempio virtuoso di Malta – manca ancora di una legge specifica.

Per “Meglio a Colori”, la risoluzione è un segnale chiaro. “Meglio a Colori, che  ha contribuito con oltre 60.000 firme italiane alla petizione europea di All Out, esulta ma avverte:

“Le urla delle destre non sono bastate. In Europa esiste una forte maggioranza a sostegno dei diritti delle persone LGBTQIA+, trasversale anche a settori del PPE. Nonostante l’ONU le definisca una forma di tortura, 1 persona su 4 in Europa ne è ancora colpita. Ora tocca all’Italia: manca ancora una legge che vieti davvero queste pratiche subdole.”

Esulta anche ILGA-Europe che sulle proprie pagine social scrive:

L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha adottato una risoluzione fondamentale che chiedeva il divieto delle pratiche di conversione in tutta la regione. Queste pratiche mirano a cambiare, sopprimere o cancellare l’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone e causano gravi danni. Nonostante le forti pressioni dei gruppi organizzati anti-trans per escludere i trans dal testo, l’Assemblea ha mantenuto ferma e ha approvato la risoluzione a forte maggioranza. Lo standard ora è chiaro. Le pratiche di conversione devono finire. Quello che succederà dopo dipende se i governi sono disposti ad agire.

Di tenore opposto la reazione di Antonio Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, che parla di “ideologia gender” e rischi per medici e genitori:

“Il Consiglio d’Europa spinge a punire chi si oppone all’approccio affermativo, secondo cui un minore confuso va incoraggiato a cambiare sesso con bombardamenti ormonali. Se questa risoluzione diventasse legge, un genitore o uno psicologo potrebbero essere condannati per il tentativo di indagare le reali cause del disagio di un adolescente.”

Il “nodo” politico e la mediazione italiana: parla Catia Polidori

Per comprendere come si è arrivati a questo risultato e come si è riusciti a superare le resistenze del centro-destra moderato europeo, abbiamo intervistato l’On. Catia Polidori.

Deputata di Forza Italia e già Vice Ministro allo Sviluppo Economico, Polidori ha ricoperto in questi mesi il ruolo di Presidente della Commissione Uguaglianza e Non Discriminazione presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. In questa veste, ha guidato i lavori che hanno portato all’approvazione del testo della Risoluzione sulle terapie riparative, svolgendo un ruolo cruciale di mediazione.

Presidente Polidori, lei ha guidato la Commissione in un momento storico in cui i diritti civili sono terreno di scontro. Qual è stato il percorso per arrivare a definire queste pratiche come violazioni dei diritti umani?

«L’esperienza di Presidente della Commissione Uguaglianza è stata straordinaria. Come politici non siamo “tuttologi” e mi sono trovata a gestire temi delicati strettamente connessi ai diritti umani, declinati in quarantasei modi differenti, tanti quanti sono i Paesi membri. Per questa risoluzione, la Commissione ha discusso ampiamente e svolto audizioni. È stato sconvolgente per me e per i colleghi apprendere che in alcuni Paesi sono ancora in atto pratiche di conversione violente ed invalidanti. Proprio grazie a questo lavoro di approfondimento, il testo adottato il 29 gennaio è stato votato da una maggioranza qualificata».

Il voto ha visto una spaccatura a destra, ma il PPE – la sua famiglia politica – ha sostenuto la risoluzione. Come avete convinto i popolari che non si stessero criminalizzando le famiglie, ma solo le pratiche abusive?

«Il nodo politico è stato senz’altro lo scoglio più complicato. Era fondamentale che il secondo partito più importante del Consiglio d’Europa si esprimesse a favore. Ringrazio la relatrice Kate Osborne che ha compreso l’importanza di un consenso ampio. Nel PPE le sensibilità mutano a seconda del Paese di provenienza. Insieme al collega greco Georgios Stamatis siamo riusciti a presentare prima un emendamento che non limitasse il ruolo educativo dei genitori e poi, nottetempo, abbiamo sensibilizzato i colleghi. Abbiamo sostituito termini ritenuti troppo forti e modificato passaggi per chiarire i concetti. Con grande gioco di diplomazia, abbiamo ottenuto il voto quasi unanime sugli emendamenti».

Le associazioni pro-life sostengono che la risoluzione minacci di sanzionare genitori e medici che vogliono solo “indagare le cause del disagio”. Come risponde?

«In realtà, proprio con gli emendamenti proposti abbiamo meglio chiarito il passaggio che riguarda genitori e medici. La prima versione del testo lasciava spazio a queste critiche perché passibile di diversa interpretazione. Credo che gli interventi in Assemblea chiariscano definitivamente che l’obiettivo di tutti coloro che hanno votato a favore sia quello di bandire le pratiche cruente, sia dal punto di vista medico sia da quello psicologico, non il supporto legittimo».

L’Italia manca ancora di una normativa specifica. Crede che questo voto, arrivato con il sostegno di una larga maggioranza trasversale, possa sbloccare il dibattito nel Parlamento italiano?

«Ha ben detto: questa risoluzione invita i Paesi membri, non è vincolante, ma è sicuramente un passo avanti, soprattutto dopo aver emendato il testo accogliendo i suggerimenti pervenuti. Non so se i tempi siano maturi perché si apra un dibattito in Italia, ma intanto l’Europa ha iniziato a stabilire uno standard politico e culturale chiaro».