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Drag Italia di Stefano Mastropaolo: un viaggio queer tra le drag del Belpaese

L'autore non ha dubbi: "il drag mescola tutto e lo fa brillare. È ironia, identità, rivincita e spettacolo, tutto in una parrucca"

Drag Italia di Stefano Mastropaolo: un viaggio queer tra le drag del Belpaese

Costume & Società, Cultura Queer

18 Luglio 2025

Di: Claudio Finelli

Drag Italia di Stefano Mastropaolo è più che un semplice libro, è un’esplorazione appassionata e doviziosamente illustrata del panorama drag nazionale finalizzata a tracciare una mappa, unica nel suo genere, delle drag queen italiane.

Lontano dagli stereotipi della ribalta, il libro svela, con piglio fresco e ironico ma mai superficiale, i volti di decine di artistə che hanno trasformato l’arte drag in strumento di denuncia, in canale per raccontarsi senza veli, in vessillo glitterato della propria libertà. Dal volume di Mastropaolo emerge una narrazione corale: ci sono queen storiche e voci nuove, c’è il Nord e il Sud del Paese, ci sono le realtà underground e quelle più istituzionali.

Il lettore intercetta, penetrando nel volume di Mastropaolo, la cura con cui l’autore restituisce le varie testimonianze e ne apprezza l’ autentico desiderio di dare spazio a narrazioni che commuovono e infrangono tabù e convenzioni.

In questo complicato momento storico per le persone Lgbt+, il volume di Mastropaolo è un manifesto di resistenza inedito e arcobalenato.

Raggiungiamo telefonicamente Stefano Mastropaolo per saperne di più sul suo libro.

Stefano, quando, dove e come nasce la cultura Drag? Da cosa è nata la tua passione per l’arte Drag?

La cultura drag nasce ovunque ci sia qualcuno che decide di vestirsi troppo per dire qualcosa di vero. È una questione di eccesso e di cuore, di trucco… e di trucco nel senso di inganno. Non ha un solo luogo d’origine: la trovi nei club, nei camerini, negli sgabuzzini pieni di piume e paillettes, ma anche nei salotti davanti a un karaoke di Mina. Se vogliamo essere storicamente pignoli, possiamo risalire ai teatri che negavano alle donne la possibilità di recitare: lì il travestimento era necessità, non scelta. Non era drag, era misoginia. La corte di Francia? Un proto-drag meraviglioso, certo: parrucche, tacchi, ciprie a palate… ma anche lì, mancava qualcosa. Il vero Drag, per me, nasce con la modernità. È figlio delle prime scintille di rivolta all’ordine prestabilito, quel fuoco che inizia a bruciare nell’era vittoriana e poi esplode nel Novecento. Il drag è performance, ma è anche opposizione. È travestimento, ma anche dichiarazione d’identità. Per me è cominciata così: guardavo, ascoltavo, e sentivo che quel linguaggio parlava anche a me. Politica, moda… il drag mescola tutto e lo fa brillare. È ironia, identità, rivincita e spettacolo, tutto in una parrucca.

Cosa distingue, secondo te, la cultura drag italiana da quella americana o internazionale più nota al grande pubblico? Quali personalità drag hanno maggiormente colpito il tuo immaginario e perché?

La cultura drag italiana ha una teatralità tutta sua, un po’ da operetta, un po’ da soap del pomeriggio. Ci piacciono i gesti larghi, i drammi familiari, le imitazioni fatte col cuore e la battuta che fa ridere e poi ti rimane in gola. È meno perfetta, forse, ma più umana. E poi, diciamolo, qui puoi passare da Anna Magnani a Moira Orfei in tre mosse. Chi mi ha colpito? Tutte quelle che ho voluto nel mio libro…. Ovviamente!
dovendo fare qualche nome direi Dramna, che ogni sera si reincarna in qualcosa di nuovo: una volta vrenzola, un’altra volta signora del Vomero col foulard d’ordinanza. Le sue skin sono travestimenti e trappole: sembrano una cosa, poi ti fregano e ti parlano di tutt’altro. E sempre, sempre, resta quella forza orgogliosa e partenopea che le scorre nelle vene. Anche se non c’è nel libro lei sa che è come se ci fosse quindi non voglio non citare Elektra Bionic, che sembra uscita da una passerella intergalattica. Alta, tatuatissima, punk divina con lo sguardo fiero puntato dritto nel futuro. La guardi e pensi a Blade Runner se fosse diretto da Mario Bava: intensità, presenza, estetica potentissima. Un monumento vivente. Tsunami, che fa del corpo un manifesto, dell’autoironia una religione, e del lipsync una questione di vita o di morte. Precisione chirurgica, ma col sorriso di chi sa ridere prima di tutto di sé… Le Karma B, che non considero più “drag”, ma Artisti in Drag — che sembra solo una questione linguistica, ma in realtà stravolge tutto. Hanno saputo traghettare il drag dalla sua forma più artigianale a quella che oggi è, a pieno titolo, un’arte. Sono diventate le sacerdotesse di una religione pagana, con la cultura come vangelo, l’accoglienza come rito e il potere delle differenze come fede. Quando salgono sul palco, non assisti a uno spettacolo: entri in un tempio. E poi la ovviamente Priscilla, che sembra una regina dell’antica Grecia reincarnata in un musical di Broadway: elegante, tagliente, con quella capacità di tenere in piedi uno show anche a microfono spento.

La cultura drag è in continua evoluzione: oggi si moltiplicano identità, stili, contaminazioni. Come immagini la scena drag italiana nei prossimi anni? Più queer, più fluida, più politica… o magari tutto questo insieme?

Io me la immagino più queer, più fluida, più libera e – per fortuna – più incasinata. Perché il drag bello non è mai ordinato: è mischiato, esagerato, spiazzante. Un giorno ti porta in un ballo di corte, il giorno dopo ti lancia in un rave queer in un capannone abbandonato. Sarà più politica, ma senza perdere il gusto di essere frivola. Più attenta ai corpi, ma sempre pronta a giocare. Più caotica, nel senso migliore del termine. Spero che continui a mescolare stili, riferimenti, accenti, corpi e geografie. Che ci sia spazio per tuttə, anche per chi non rientra nei formati preconfezionati. Perché il futuro del drag – se vogliamo dirla con un po’ di ironia – sarà incantevolmente disordinato. E a tratti, glitteralmente commovente.