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Diritti LGBTQIA+, guerra a Gaza e accuse incrociate scuotono i Pride italiani

La questione palestinese infiamma i Pride italiani: a Roma e Napoli la comunità si divide tra solidarietà a Gaza e accuse di antisemitismo, cercando una difficile via per la pace e l'unità.

Diritti LGBTQIA+, guerra a Gaza e accuse incrociate scuotono i Pride italiani

Politica, Pride

29 Luglio 2025

Di: Fabiano Esposito M.

La guerra in Medio Oriente entra nei Pride italiani, dividendo la comunità queer tra sostegno alla Palestina, accuse di antisemitismo e polemiche sugli sponsor. A Roma, come a Napoli, si protesta contro la presenza dell’associazione LGBTQAI+ ebraica Keshet e delle aziende accusate di legami con lo stato di Israele.

Come ogni anno lo svolgimento del Pride accende ampi dibattiti all’interno della società tra chi è favorevole e marcia con orgoglio lungo le strade della città e chi invece lo critica definendolo disprezzatamente una “carnevalata”.

Tuttavia, l’importanza del pride per le persone LGBTQIA+ non può essere messa in discussione. Si tratta di un’occasione di rivendicazione dei propri diritti, sempre più minacciati da governi di estrema destra, di denuncia per clima di odio verso la comunità e ne sono testimonianza le tante aggressioni omofobiche e transfobiche avvenute dall’inizio dell’anno, nonché un modo per dare visibilità ad una comunità costretta a nascondersi a lavoro, in famiglia e a volte anche con gli amici per paura di ritorsioni e di perdere chi si ama.

Questa volta però a dividere la comunità queer è stata la guerra a Gaza, tema cruciale del Pride. Bandiere pro-Palestina hanno sfilato insieme a quelle arcobaleno per denunciare il genocidio in atto nella Striscia perpetrato dal Governo israeliano di Netanyahu. Da Nord a Sud le manifestazioni si sono dispiegate per richiedere maggiori diritti per la comunità, la fine della guerra a Gaza e il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Qui Roma

L’edizione 2025 del Roma Pride è stata al centro di accese polemiche che hanno visto contrapposti il Circolo Mario Mieli, organizzatore dell’evento e Arcigay Roma. Le divergenze, esplose principalmente attorno alla scelta degli sponsor, hanno evidenziato una profonda spaccatura all’interno della comunità LGBTQIA+ romana, portando alla nascita di un corteo alternativo e a un dibattito serrato su temi come il “pinkwashing” e la presenza di alcuni sponsor. Attivisti e attiviste hanno accusato gli organizzatori di Roma Pride di collaborare con aziende che finanzierebbero il genocidio, tra cui Starbucks e Procter & Gamble, i cui azionisti, sarebbero, per chi contesta, vicino a Israele e ad aziende che producono armi che vengono utilizzate contro la popolazione palestinese.
In risposta a quella che hanno definito una “deriva commerciale e istituzionale” del Roma Pride, diverse realtà transfemministe e pro-Palestina, tra cui il collettivo Non una di meno, hanno dato vita a un corteo alternativo: il Priot Pride. Svolgendosi in contemporanea ma in un’altra zona della città, il Priot Pride si è proposto come uno spazio di rivendicazione più radicale e intersezionale, lontano dalle logiche del “rainbow capitalism“. Le organizzatrici hanno esplicitamente contestato il “Pride istituzionale”, accusandolo di essere “complice del sionismo” e di aver perso la sua carica originaria di movimento di liberazione. Il Priot Pride ha quindi messo al centro del proprio discorso la lotta contro ogni forma di oppressione, legando la causa LGBTQIA+ a quella antifascista, transfemminista e alla solidarietà con il popolo palestinese.

Inoltre, durante lo svolgimento del Pride, lo scorso 14 giugno, tra i quaranta carri che hanno riempito il corteo, c’era anche quello della Keshet Europe, la rete di persone e organizzazioni lgbtqia+ ebraiche che ha deciso di partecipare al pride sventolando bandiere arcobaleno con sopra la stella di David. Tuttavia quando intorno alle 17 Arcigay e Gender X chiedono 5 minuti di silenzio per ricordare le vittime di Gaza, il carro ebraico non partecipa continuando la sfilata con la musica alzata, nonostante la gentile richiesta appoggiata da tutti gli altri carri della parata. Subito si sono sollevate critiche e polemiche contro la comunità ebraica la quale a sua volta ha attaccato alcuni partecipanti e associazioni definendole antisemiti.

L’UGEI (Unione Giovani Ebrei Italiani) ha poi scritto un articolo pubblicato sul loro sito in cui afferma “Abbiamo chiesto aiuto al movimento, e il movimento è venuto. Ma anche in quel contesto, che avrebbe dovuto essere liberatorio e gioioso, ci siamo sentiti bersagliati per ciò che siamo. Nonostante l’assenza di simboli statali, siamo stati giudicati e attaccati. Questo dimostra quanto la volontà di dividere, di ridurre ogni identità a una bandiera, prevalga sulla possibilità di ascoltare davvero.” Keshet Europe ribadisce di non voler rappresentare alcuna nazione, ma solo le persone. Dalla parte di chi soffre, chiunque esso sia.

Qui Napoli

Ampliamente dibattuto è stato anche il Napoli Pride, quando il presidente di Antinoo Arcigay Antonello Sannino, recatosi in Israele per fini istituzionali e per il Pride di Tel Aviv è stato bloccato nel paese dopo gli attacchi israeliani in Iran che hanno comportato la cancellazione di tutti i voli nonché un clima particolarmente teso per il rischio di un’escalation internazionale. Dopo giorni di terrore l’attivista napoletano è riuscito a tornare a casa ma diverse critiche gli sono stato mosse per la sua scelta. Si è organizzato così una sorta di Pride alternativo “Arrevutamm Pride” il 28 giugno, che appoggiando la causa di “No Pride in genocide” ha marciato per le strade di Napoli con bandiere palestinesi al grido di “Free Palestine”.

Il Napoli Pride si è però tenuto il 5 luglio, organizzato da Antinoo Arcigay Napoli e da altre associazioni che ha provato ad unire la comunità e a porre fine alle discussioni per mettere in primo piano la pace sopra ogni cosa. La madrina del Pride, Gaia, ha deciso di marciare accanto alla comunità trans di Napoli con la Kefiah legata al braccio, simbolo di sostegno alla popolazione palestinese. Quello di Napoli è stato l’unico pride a garantire la libertà di parola, concessa a tutt* tramite l’open mic ovvero “2 minuti per portare la voce di ogni collettivo, gruppo, assemblea, associazione che voglia parlare“. Proprio in questo momento la situazione si scalda. Sul palco salgono i rappresentanti della comunità queer ebraica e dell’associazione Keshet, con le loro bandiere arcobaleno con la stella di David. Dal pubblico, però, si levano forti contestazioni da parte di chi sventola le bandiere della Palestina al grido di “No pride in genocide“.

Sarà poi il discorso commovente di Gaia a unire i cuori dei presenti: “Io voglio un Pride che grida “non in nostro nome”. “Non in nostro nome”, se il nostro silenzio copre il suono delle sirene a Gaza. Non in nostro nome, se l’arcobaleno viene usato per mascherare crimini d’odio. Non in nostro nome, se qualcuno decide che alcune vite valgono meno di altre. Il mio orgoglio, oggi, s’inchina davanti a voi, che avete scelto di esserci per un Pride umano, politico e indivisibile. Il nostro silenzio non salverà nessuno, ma la nostra presenza può sicuramente cambiare qualcosa. Quindi io dico urliamo insieme il Pride è di tutte, tutt*, tutti e non sarà mai in nostro nome”.