Il cortocircuito dei Pride: l’appello di Keshet e l’ombra dell’antisemitismo
Alla vigilia del Pride Month, l'associazione Keshet lancia un appello social contro fake news e strumentalizzazioni: un richiamo urgente per restituire alle manifestazioni la loro natura di spazi sicuri, accoglienti non violenti.
È appena trascorsa la Giornata Mondiale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia e, alla vigilia del Pride Month, il movimento LGBTQIA+ è chiamato a una grande prova di maturità. Dobbiamo però dirci una verità scomoda: le nostre piazze, quelle che da sempre rivendicano la nonviolenza e l’accoglienza, stanno diventando il teatro di una vera e propria caccia all’uomo. Quello che è successo negli ultimi anni ai gruppi queer ebraici nei Pride italiani non è una semplice “divergenza politica”. È un’esclusione violenta, sistematica. Se l’intersezionalità diventa una scusa per decidere chi ha il diritto di sfilare e chi no, allora il movimento ha smarrito la sua bussola. L’appello lanciato da Keshet Italia sui social non è solo una denuncia. È uno specchio che ci costringe a guardare le nostre ipocrisie.
Ma com’è possibile che le piazze del Pride, da sempre baluardo di accoglienza, si siano ridotte a questo? La verità è che l’intersezionalità è stata svuotata di significato. Nata per unire le lotte, oggi viene usata come un’arma di esclusione di massa, una porta spalancata alla propaganda più becera e alla ricerca di un facile consenso. Non c’è più spazio per il dialogo e per il confronto civile e democratico, ma solo per le tifoserie ideologizzate.
L’associazione Keshet, tra identità ebraica e militanza queer
Keshet Italia e la sua controparte continentale Keshet Europe, guidate rispettivamente dai presidenti Raffaele Sabbadini e Ariel Heller, rappresentano uno snodo fondamentale per chi vive la doppia identità di persona ebrea e parte della comunità queer. La storia recente dell’associazione all’interno delle manifestazioni italiane è segnata da un crescendo di tensioni insostenibili. Già nel 2024, di fronte a un clima di strisciante ostilità, l’associazione aveva annunciato la propria assenza dai maggiori Pride italiani. Un passo indietro doloroso, che avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme sulle condizioni di agibilità democratica all’interno dei nostri spazi di rivendicazione. Eppure, il ritorno in piazza nel 2025 ha segnato una pagina ancora più buia per il movimento, dimostrando come la gestione dei grandi eventi comunitari e di piazza richieda oggi una tenuta culturale ben più salda per respingere ogni forma di discriminazione.

Quando il Pride smette di essere uno spazio sicuro
La cronaca delle manifestazioni del 2025 hanno restituito un quadro allarmante. Al Roma Pride, il carro di Keshet è stato duramente attaccato. I rappresentanti di Keshet, che sfilavano pacificamente con le bandiere arcobaleno adornate dalla Stella di David e con i vessilli della pace, sono stati completamente isolati. L’escalation non si è fermata al silenzio. Gli attivisti e le attiviste dell’associazione hanno denunciato di essere stati bersaglio di aggressori che si avvicinavano al carro urlando epiteti inaccettabili come “assassini” e “terroristi“, accompagnati da saluti nazisti e gesti mimanti pistole. Queste aggressioni, tutt’altro che sporadiche, hanno visto coinvolti anche altri carri e sono proseguite ininterrottamente per l’intera durata del corteo.
L’episodio pur avendo suscitato lo sdegno di diverse figure istituzionali, non è stato isolato, ma si è ripetuto in altri pride. Solo al Napoli Pride l’associazione Keshet è riuscita a prendere la parola dal palco, affrontando però durissime contestazioni, urla, lanci di oggetti e perfino tentativi di irruzione, fermati prontamente solo dall’intervento dalle Forze dell’Ordine. È successo a Roma. Poi a Napoli. Poi a Bologna, poi a Caserta. Una vera reazione a catena.
A Bologna, in particolare, si è registrato forse l’apice di questa dinamica escludente. Il Rivolta Pride cittadino porta avanti da anni una sempre più incomprensibile politica di esclusione, così, anno dopo anno, sono state allontanate diverse realtà queer. Dapprima è toccato a Polis, “colpevole” di associare poliziotti e militari LGBTQIA+, e poi alla stessa Keshet. Questo clima è stato confermato del resto dall’atteggiamento del Cassero, storica realtà LGBTQIA+ italiana. Durante un’assemblea pubblica on-line, la presidente Camilla Ranauro ha gettato la maschera, chiedendo che i Centri Antidiscriminazione si dichiarino obbligatoriamente “antisionisti” per poter lavorare in rete. Pensiamoci un attimo: parliamo di centri finanziati dallo Stato per proteggere le persone queer dalle discriminazioni. Imporre un test di lealtà geopolitica probabilmente significherebbe sbarrare la porta in faccia a una persona LGBTQIA+ ebrea che ha appena subito un’aggressione o un insulto, magari vittima di odio omotransfobico

Se la Stella di David diventa una colpa
Al centro di questa preoccupante deriva vi è una pericolosa distorsione del valore dei simboli. La bandiera, da elemento di visibilità e orgoglio, viene trasformata in un’arma d’odio e in uno strumento di gogna pubblica. Quando un simbolo — come la Stella di David — smette di essere riconosciuto come parte del bagaglio culturale, intimo e spirituale di una persona, e viene invece ridotto a pretesto per isolare e aggredire, ci troviamo di fronte a una vera e propria arma d’odio. Il simbolo, in questo caso religioso, viene intenzionalmente svuotato del suo significato originario per essere impugnato come una clava contro una minoranza. Il confine tra legittima critica politica e aperto antisemitismo crolla definitivamente. È un corto circuito inaccettabile. Mentre ad altri simboli religiosi declinati in versione “rainbow”, come croci, rosari o mezzelune, viene garantito pieno diritto di cittadinanza nelle parate, l’emblema ebraico viene stigmatizzato e usato come strumento di offesa contro chi lo indossa pacificamente. Confondere deliberatamente l’identità di un popolo con le azioni e le politiche inaccettabili di un governo significa agitare la piazza, corrompendo il Pride che, da spazio sicuro di liberazione, rischia di divenire terreno per le tifoserie. Le piazze del Pride smettono così di essere spazi di rivendicazione per trasformarsi in tribunali sommari, dove l’identità altrui viene giudicata, condannata e usata per legittimare l’esclusione e l’aggressione.

Il carosello social di Keshet e la richiesta di esistere
La denuncia più lucida e sofferta di questo cortocircuito è arrivata proprio dalla recente campagna social di Keshet. Attraverso un carosello su Instagram, l’associazione ha squarciato il velo sulle tante fake news, spesso pregne di ipocrisia, diffuse nel movimento queer e nei pride. Nel loro appello, chiedono semplicemente di poter partecipare pacificamente e serenamente ai Pride, ricordando a tutti che l’ansia di sfilare non è immaginaria né frutto di vittimismo performativo, ma la conseguenza diretta di aggressioni fisiche e verbali realmente subite. Con grande chiarezza, Keshet smaschera il “gaslighting” di chi minimizza la loro paura e rifiuta categoricamente i “test di lealtà” imposti a chiunque porti un simbolo ebraico. Ricordano, con la forza insostituibile della memoria storica, che la Stella di David è lo stesso simbolo che in Europa le persone ebree erano costrette a cucire sui vestiti per essere identificate e perseguitate. L’associazione sottolinea inoltre un principio democratico fondamentale: il popolo di uno Stato non è responsabile delle azioni del proprio governo, esattamente come i cittadini e le cittadine italiane non sono responsabili delle scelte dell’attuale esecutivo. Pur ribadendo la propria solidarietà e vicinanza alle sofferenze del popolo palestinese, Keshet rifiuta “l’Olimpiade delle sofferenze” e mette in guardia contro l’uso superficiale di termini pesanti, ricordando che denunciare la crescita dell’antisemitismo non cancella l’esistenza di una tragedia umanitaria in Medio Oriente e a Gaza.
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Riappropriarsi del senso originale del Pride
È inutile far finta di nulla di fronte a queste contraddizioni interne. Il Pride è, e deve rimanere, la celebrazione vitale delle diversità. Affinché mantenga la sua spinta propulsiva, deve avere la forza di superare ogni steccato e rigettare la tentazione di usare bandiere e simboli identitari come pretesti per escludere. Trasformare le piazze in luoghi condizionati e ostili rischia di cancellare decenni di lotte per i diritti civili. All’interno del Pride, Keshet, o l’associazione Polis e qualsiasi altro gruppo LGBTQIA+ devono avere il diritto inalienabile di sentirsi liberi, sicuri di poter essere se stessi e di celebrare il proprio libero pensiero. Solo recuperando questa radicale vocazione all’inclusione, i Pride potranno continuare a essere un uno spazio aperto e un motore autentico di cambiamento sociale, proteggendo la diversità e la libera espressione da ogni forma di omologazione o gabbia ideologica.













