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Le Kessler: morte sincronizzata, vita rivoluzionaria

Icone queer e simbolo del varietà, hanno scelto di morire insieme con il suicidio assistito. Una storia di libertà, autodeterminazione, corpo e identità.

Le Kessler: morte sincronizzata, vita rivoluzionaria

Cinema e tv, Cronaca, Cultura Queer

18 Novembre 2025

Di: Nicola Garofano

C’è qualcosa di profondamente queer nel vedere due donne identiche sfidare la norma sin dall’inizio. Le Gemelle Kessler, Alice ed Ellen, non sono state due semplici showgirl. Sono state l’immagine televisiva di un’Italia che si stava svegliando, lentamente, faticosamente, da decenni grigi. Con frange, gambe chilometriche e un’aria da “scusate, noi siamo avanti”. Dentro quella patina elegante da varietà, però, c’era qualcosa che la comunità LGBTQIA+ ha sempre riconosciuto: la capacità di trasformare il corpo in dichiarazione, l’arte in eccesso, la presenza in reclamazione di spazio. Erano ironiche, identiche, impeccabili, e se l’Italia le guardava con desiderio o con imbarazzo, la cultura queer faceva di loro qualcos’altro: un simbolo. Nel mondo queer, gli idoli non devono parlare di noi: devono risuonare con il nostro desiderio di libertà, di trasformazione, di spettacolo come sopravvivenza.

Alice Kessler aveva 30 minuti in più della sorella gemella Ellen. Nate il 20 agosto 1936 a Nerchau, in Sassonia, sono state tra le artiste tedesche di maggior successo. Cresciute sotto una disciplina ferrea imposta dal padre, iniziano a danzare da bambine e vengono selezionate per il corpo di ballo per bambini dell’Opera di Lipsia. A 16 anni, nel 1952, scappano verso Ovest, a Düsseldorf. Per essere indipendenti e autosufficienti economicamente ballarono in un teatro di rivista. E poi, nel 1955, la svolta: il direttore del Lido di Parigi le vede, le vuole, le prende. Da lì comincia la parte che il mondo ricorda: Parigi, tournée internazionali, Frank Sinatra, Fred Astaire, Harry Belafonte. Ricevettero persino un’offerta per apparire con Elvis Presley nel film “Viva Las Vegas“, ma rifiutarono per paura di venire ingabbiate nel filone dei film musicali hollywoodiani e finire così “tipo-etichettate”, cioè costrette in ruoli ripetitivi che avrebbero limitato la loro libertà artistica.

Ma sono stati gli italiani ad amare di più le Kessler. In Italia hanno fatto anche una delle loro ultime apparizioni televisive di rilievo: le gemelle furono festeggiate sulla RAI per il loro 85° compleanno. Ellen e Alice vissero in Italia per quasi 24 anni, a partire dal 1962. Crearono un vero e proprio culto nel 1975. Quell’anno, foto di nudo delle trentanovenni apparvero sull’edizione italiana di “Playboy“: la rivista andò esaurita nel giro di tre ore.

Le sorelle Kessler avevano 89 anni. Sono state trovate nella casa dove vivevano, una bifamiliare nell’elegante sobborgo di Monaco di Baviera, Grünwald, l’una accanto all’altra, in due appartamenti confinanti, separati solo da una parete scorrevole. La polizia sarebbe stata informata dopo che le due donne erano già decedute. Quando sono arrivati, gli agenti hanno potuto solo constatare il decesso ed escludere la responsabilità di terzi. Il suicidio assistito è una pratica che, a determinate condizioni, è ammessa secondo la legge tedesca. Quando la notizia è esplosa sulle testate internazionali, una cosa è diventata subito chiara: non è stato il destino, è stata una decisione. Lucida. Voluta. Condivisa. Da tempo le gemelle erano in contatto con la Deutsche Gesellschaft für Humanes Sterben (DGHS), una delle principali organizzazioni tedesche impegnate nella difesa dei diritti civili sul fine vita e dell’autodeterminazione dei pazienti. Non è stato un gesto improvviso né impulsivo: ci sono stati colloqui, valutazioni… Ieri, quando tutto era pronto, i responsabili dell’associazione si sono presentati nella loro casa. Nessun ospedale freddo, nessuna stanza anonima. Solo il loro spazio. Il loro tempo. La loro scelta.

Il procedimento è semplice solo in apparenza: viene predisposto un accesso venoso e una flebo contenente una dose elevata di barbiturici anestetici. Ma c’è un dettaglio fondamentale: devono essere loro ad avviare il flusso. Nessuno può farlo al posto loro. Una volta iniziata l’infusione, il corpo si arrende lentamente: prima sopraggiunge il sonno profondo, poi il silenzio del cuore. Una fine rapida, indolore, consapevole.

E questo, che piaccia o meno, è un atto politico. Non rumoroso. Non militante nel senso classico. Ma radicale: l’autodeterminazione fino all’ultimo respiro. Viviamo in un mondo dove il corpo di una donna viene ancora controllato, giudicato, regolato. Viviamo in un mondo in cui il concetto di fine vita è continuamente medicalizzato, moralizzato, incorniciato come tragedia o come tabù. Le Kessler, invece, hanno guardato quell’ultima soglia con la stessa compostezza con cui entravano in scena: “Se siamo nate insieme, se siamo state specchio l’una dell’altra tutta la vita… allora finiamo insieme”. Coerenza.

Il fatto che fossero gemelle, non solo sorelle, aggiunge una dimensione più profonda alla loro storia. Si sa che i gemelli vivono un legame che va oltre il semplice legame fra fratelli o sorelle: un attaccamento che è “intenso e irrinunciabile”. Alcuni definiscono il rapporto gemellare «più simile al legame genitore-figlio che a quello fra fratelli normali». In sostanza, il “noi” gemellare spesso si costituisce come identità doppia fin dall’inizio: condividere la vita prima della nascita, lo spazio, gli sguardi, un riflesso dell’altro. Nel caso delle Kessler, quest’unità visiva, sonora, performativa, è divenuta anche il loro marchio: non “io e lei” ma “noi due”. E quando è arrivato il momento dell’uscita di scena, quel doppio non si è sciolto. Hanno scelto insieme.

Le Kessler non hanno inciso album manifesto come la Minnelli, non hanno incendiato discoteche gay come Raffaella Carrà, non sono state portavoce come Cher. Eppure, nelle community queer europee e italiane, soprattutto tra chi ha vissuto l’epoca d’oro del varietà, le Kessler erano riconoscibili. Non perché parlavano di identità, ma perché performavano libertà. E quando due donne di 89 anni decidono che nessuno: nessuna religione, nessuna legge, nessuna morale, può decidere quando “è il momento”, quello spirito ritorna.

Le Kessler, credo, non abbiano mai proclamato un’alleanza politica con la comunità LGBTQIA+. Credo non fossero attiviste, ma il modo in cui hanno vissuto, specchiandosi, esagerando, spettacolarizzando la femminilità come rito e non come gabbia, parla il nostro linguaggio. E il modo in cui hanno scelto di morire, unite, parla ancora più forte.