L’asse Mosca-Ankara e la crociata autoritaria contro la libertà delle persone LGBTQ+
Dalla criminalizzazione in Russia al nuovo codice penale turco: Putin ed Erdogan uniti nel segno della repressione.
Il vento dell’illiberalismo soffia con una forza senza precedenti lungo l’asse che collega il Cremlino ai palazzi del potere di Ankara, delineando una strategia comune che vede nella cancellazione dei diritti LGBTQ+ un pilastro portante per il consolidamento del consenso autoritario. Non si tratta più di episodi isolati di discriminazione, ma di una sistematica demolizione dello Stato di diritto che utilizza la leva della moralità pubblica per giustificare la repressione politica. In questo scenario, i neoimperialismi di Russia e Turchia si muovono in modo speculare, trasformando la visibilità delle persone queer in un crimine contro lo Stato, equiparabile all’estremismo o al terrorismo, colpendo non solo gli individui ma l’intera infrastruttura culturale e sociale dei due Paesi.
La censura di Putin e il caso Eksmo, la letteratura LGBTQ+ accusata di terrorismo
In Russia, la morsa si è stretta attorno al cuore pulsante della cultura e dell’informazione. Il recente fermo di Yevgeny Kapyev, amministratore delegato di Eksmo, la principale casa editrice nazionale, segna un punto di non ritorno. L’accusa di “estremismo e terrorismo” legata alla pubblicazione di romanzi a tematica LGBTQ+ dimostra come il regime di Vladimir Putin non si accontenti più di colpire l’attivismo di piazza, ma voglia sradicare ogni traccia di diversità dalla letteratura e dall’immaginario collettivo. Questa persecuzione editoriale trova il suo fondamento giuridico nella controversa sentenza della Corte Suprema del 2023, che ha marchiato il “movimento LGBT internazionale” — un’entità giuridicamente inesistente — come organizzazione estremista. Le conseguenze sono state immediate e devastanti, la chiusura forzata di testate storiche come Parni+ e lo smantellamento del Centro comunitario per le iniziative LGBT di Mosca testimoniano la volontà di rendere invisibile una intera comunità, punendo chiunque offra supporto psicologico, legale o semplicemente racconti storie di quotidiana resilienza.
Il nuovo Codice penale in Turchia e l’offensiva di Erdogan contro le identità queer
Parallelamente, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan sta compiendo un salto di qualità nella repressione attraverso il cosiddetto “11° pacchetto giudiziario”. Se finora l’ostilità del governo si era manifestata con il divieto dei Pride e una retorica d’odio sempre più accesa, la nuova proposta di modifica del Codice penale punta a istituzionalizzare la discriminazione. Il testo trapelato mira a punire con la reclusione fino a tre anni chiunque promuova comportamenti contrari al “sesso biologico” o alla morale pubblica, arrivando a criminalizzare persino le cerimonie simboliche tra persone dello stesso sesso. La gravità di questa norma risiede nella sua natura onnicomprensiva, a differenza della legge russa sulla “propaganda gay”, che inizialmente mirava alla sfera pubblica e ai minori, la proposta turca non distingue tra vita privata e pubblica, aprendo le porte a una sorveglianza statale che potrebbe penetrare fin dentro le mura domestiche dei cittadini.
La diversità diventa il nemico pubblico numero uno
Questa convergenza repressiva non è casuale, ma risponde a una precisa agenda politica che vede nel 2025 e nel 2026 anni cruciali per la ridefinizione dell’identità nazionale in senso reazionario. Mentre la Turchia proclama l'”Anno della Famiglia” per giustificare il giro di vite su artisti, media e accademici, la Russia utilizza gli strumenti della lotta al terrorismo per silenziare ogni forma di dissenso che passi attraverso la rivendicazione dei diritti civili. La verità che emerge da queste azioni è che per regimi che fondano il proprio potere sull’uniformità e sul controllo, l’esistenza stessa di una comunità che rivendica il diritto all’autodeterminazione rappresenta una minaccia esistenziale. Dichiarare “estremista” chi scrive di amore o salute mentale, come denunciato dai giornalisti russi in esilio, è l’ammissione definitiva che la diversità è diventata il nuovo nemico pubblico numero uno in una guerra globale contro le libertà individuali che non accenna a placarsi.