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Olimpiadi Los Angeles 2028: alla Casa Bianca va in scena lo show transfobico di Trump

Il Presidente non firma alcun atto, ma sfrutta l'evento del Mese della Donna per una patetica sceneggiata politica. Le vere strette sullo sport, intanto, si decidono tra CIO e Corte Suprema. Crolla il mito dello sport neutrale.

Olimpiadi Los Angeles 2028: alla Casa Bianca va in scena lo show transfobico di Trump

Costume & Società, Politica, Sport

15 Marzo 2026

Di: A. Sannino

Quello che era stato presentato come un nuovo ordine esecutivo si è rivelato essere soltanto l’ennesima sceneggiata di Donald Trump, un atto patetico nella forma, ma forse per questo ancora più pericoloso nella sostanza politica. Con il dichiarato appoggio del CIO, il Presidente sta stringendo i tempi per centrare il suo vero obiettivo, ovvero l’esclusione totale delle atlete transgender dalle categorie femminili dei Giochi di Los Angeles 2028.

Il paradosso del Mese della Donna e il dibattito sui diritti

A far discutere l’opinione pubblica non sono solo le sue prese di posizione, ma quell’insostenibile atteggiamento guascone e irridente con cui ha trasformato la Casa Bianca nel palcoscenico per la sue messinscena. Muovendosi con la consueta tracotanza, nel corso di una conferenza stampa dedicata alle Olimpiadi di Los Angeles 2028, il Presidente ha infatti rimproverato i giornalisti presenti per non aver applaudito quando ha rivendicato i suoi divieti contro le atlete trans nelle scuole e nelle università. A questo scontro si aggiunge un ulteriore paradosso, la sceneggiata transfobica è avvenuta durante un evento organizzato per celebrare il Mese della Donna, alla presenza della First Lady Melania Trump e di un pubblico composto da molti bambini e bambine.

Questa concomitanza solleva interrogativi profondi: si può davvero celebrare l’emancipazione femminile escludendo una parte della società così vulnerabile e spesso marginalizzata? Per molti osservatori e attiviste, utilizzare un momento storicamente dedicato all’avanzamento dei diritti per deridere e limitare quelli delle atlete transgender crea un evidente cortocircuito. C’è il forte timore che, invece di promuovere valori di equità, si finisca per lanciare un messaggio escludente — specialmente alle nuove generazioni presenti all’evento — trasmettendo l’idea che i diritti siano un privilegio selettivo.

Verso Los Angeles 2028: il CIO si allinea

La mossa della Casa Bianca non sembra essere un caso isolato, ma si inserisce in un quadro di profonda revisione delle regole sportive internazionali. La nuova presidente del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), Kirsty Coventry, ha infatti annunciato l’intenzione di introdurre un divieto totale per le atlete trans nelle categorie femminili di tutti gli sport.

L’annuncio ufficiale di questa stretta è atteso nella prima metà del 2026. Qualora confermata, si tratterebbe di un vero e proprio spartiacque, per la prima volta assisteremmo a una policy uniforme adottata congiuntamente dal CIO e dalle varie federazioni internazionali, creando uno standard globale in vista di Los Angeles.

Il ruolo decisivo della Corte Suprema USA

In questa complessa cornice, dove politica e sport si intrecciano, si inserisce un altro appuntamento cruciale per i diritti civili. Il 13 gennaio 2026 la Corte Suprema degli Stati Uniti terrà un’udienza decisiva sui casi West Virginia v. B.P.J. e Little v. Hecox.

Le sentenze su questi due casi potrebbero ridefinire in modo permanente e vincolante il diritto allo sport per le ragazze trans in tutta l’America, tracciando la linea giuridica definitiva con cui gli Stati Uniti – e di riflesso le Olimpiadi casalinghe del 2028 – dovranno confrontarsi.

Il mito della neutralità e l’ingerenza della politica e delle ideologie nello sport

Questa complessa vicenda riapre il dibattito sul rapporto tra il mondo dello sport e il potere. Le istituzioni sportive, a partire dal CIO, hanno sempre rivendicato una presunta “bolla” di neutralità, un’autonomia sacra che vorrebbe tenere i campi da gioco al riparo dalle turbolenze sociali e soprattutto politiche. Eppure, la storia ci insegna che questa indipendenza è spesso un’illusione. Fin dai tempi dei regimi totalitari del Novecento — dalle Olimpiadi di Berlino del 1936 piegate alla propaganda nazista, fino ai boicottaggi incrociati durante la Guerra Fredda — i governi hanno costantemente utilizzato le imprese sportive come vetrina per affermare la propria supremazia o per veicolare specifiche agende politiche.

Oggi, il terreno di scontro si è spostato dalla propaganda di regime alle moderne “guerre culturali” sui diritti civili. L’ingerenza della politica non si manifesta solo nell’assegnazione dei grandi eventi, ma entra direttamente nei regolamenti, trasformando il corpo degli atleti in un vero e proprio campo di battaglia ideologico. Quando un Presidente firma un ordine esecutivo per decidere chi può gareggiare, o quando i massimi tribunali vengono chiamati a definire i confini delle categorie olimpiche, il velo di neutralità cade definitivamente.

Le Olimpiadi di Los Angeles 2028 rischiano dunque di passare alla storia non solo per i record sportivi, ma per essere lo specchio di un’epoca in cui lo sport si conferma il riflesso più nitido — e a volte più spietato — delle divisioni ideologiche della nostra società.

 

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