Omofobia, lesbofobia e transfobia in Italia: perché il calo delle denunce non è una buona notizia (anzi)
I dati OSCAD della Polizia parlano di un calo delle (già poche) denunce. La vera domanda è se le persone LGBTQIA+ siano tornate a non fidarsi dello Stato.
Qualche settimana fa, sulle pagine de La Verità, è saltato all’occhio un dato che a prima vista potrebbe addirittura sembrare una mezza vittoria, se non si vuole cadere nella provocazione tendenziosa del giornalista di Pro Vita che parlava con estrema superficialità di “emergenza inventata”. Stando all’OSCAD (l’Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori del Ministero dell’Interno), dal 2019 al 2023 ci sarebbe stato un calo del 40% delle denunce per reati di matrice omofobica, lesbofobica e transfobica.
Un bel respiro di sollievo, giusto? L’Italia sta diventando un paese più civile? E invece no. Purtroppo la realtà, quella che si respira fuori dai grafici ministeriali, è parecchio diversa.
L’OSCAD fa un lavoro importante, intendiamoci, ma non riesce a fotografare il paese reale. Quell’odio strisciante, quello che ti rovina la vita tutti i giorni, lo trovi facilmente altrove. Lo trovi nei bagni delle scuole, dove gli insulti omofobici, lesbofobici o transfobici sono all’ordine del giorno. Lo trovi sui luoghi di lavoro, dove la precarietà ti tappa la bocca: chi ha il coraggio di denunciare un capo o un collega quando il contratto scade tra tre mesi? Lo trovi, inondante e tossico, ovunque sui social.
Omofobia, lesbofobia e transfobia si nutrono di isolamento e paure
La verità (quella con la v minuscola, la verità dei fatti) è che l’omofobia e la transfobia si nutrono di isolamento. I casi non vengono denunciati quasi sempre semplicemente perché si ha paura. Paura delle ritorsioni sociali. Paura di non avere le spalle coperte dalla propria famiglia, dagli amici, dagli insegnanti. Siamo ancora un paese in cui si fatica a fare coming out a casa, nello spogliatoio della palestra, in ufficio, figuriamoci andare in una caserma a denunciare un’aggressione.
Mentre l’OSCAD registra solo le denunce formali arrivate alle forze dell’ordine (mostrando quel calo del 40% che rischia di essere frainteso), osservatori autonomi, come omofobia.org, gestito dalla Tenda di Gionata, con l’aiuto di molti volontari di vari gruppi e coordinato da Massimo Battaglio, documenta centinaia di casi ogni anno che non arrivano mai in questura o in caserma, ma che sono denunciati sui social, dalla stampa, dai media o dalle associazioni e collettivi LGBTQIA+ presenti sui vari territori. Questo divario numerico enorme dimostra esattamente che l’odio non sta diminuendo, ma che probabilmente sta diminuendo la fiducia nello Stato, fatto da tutti noi. La discrepanza tra i dati ufficiali (bassi) e i dati raccolti dal portale e dalle associazioni (alti) è la prova del cosiddetto under-reporting (la mancata denuncia).
Quindi, quel “calo del 40%” probabilmente non ci sta dicendo che l’odio è diminuito, anzi forse ci sta urlando tutt’altra cosa. Ovvero che le persone LGBTQIA+ sono tornate ad avere paura di denunciare, cosa che già facevano con estrema difficoltà. Sono tornate a diffidare dello Stato, quello stesso Stato che purtroppo, invece di difendere i più fragili ed esposti, spesso punta il dito contro e alimenta l’odio – per bocca o tramite i social della propria classe dirigente e politica.
Se non ricostruiamo un clima di fiducia, storie disperate e silenziose di clandestinità emotiva continueranno a consumarsi nel buio. Penso al caso di Luca Esposito nel salernitano, e a tutte quelle tragedie figlie di una solitudine imposta da una società che ti emargina e ti isola. Non si contano i suicidi – il cui rischio, come confermano i dati scientifici, è purtroppo molto più alto per le persone LGBTQIA+ –, così come gli abbandoni scolastici o i ragazzi cacciati di casa che finiscono nei Centri Antidiscriminazione (per fortuna attivi in oltre 30 città italiane dal 2021). Questo è il vero prezzo dell’omofobia, della lesbofobia e della transfobia sociale strisciante.
Il problema europeo e la trappola delle “narrazioni comode”
Questa mancanza di sicurezza e di fiducia non è solo un problema di casa nostra. A livello europeo, la situazione è incandescente, e spesso la politica la usa nel modo peggiore possibile.
Lo ha spiegato benissimo Yuri Guaiana in una lucida riflessione sull’HuffPost per Certi Diritti. Guaiana è partito da una ferita freschissima: l’attentato al Pride di Berlino del 25 luglio 2026, dove un estremista di origini libanesi, Abdul Ballout, ha investito e accoltellato la folla, uccidendo una madre polacca e ferendo gravemente 29 persone.
Di fronte a queste tragedie, la politica si divide come in uno stadio, usando schemi opposti ma ugualmente ciechi. Da una parte, la destra strumentalizza l’accaduto per portare avanti un’agenda anti-migratoria generalizzata (nonostante l’attentatore fosse cittadino tedesco cresciuto lì). Dall’altra, una certa fetta della sinistra fa fatica a nominare chiaramente la matrice islamista dell’attacco, per paura di essere tacciata di islamofobia o per malinteso antirazzismo, finendo per lasciare la comunità LGBTQIA+ scoperta e indifesa.
Guaiana ci ricorda una cosa fondamentale: servono i dati, non le ideologie. Se guardiamo i numeri degli attentati anti-LGBT+ dal 1990 al 2026 (dal bar Uncle Charlie’s di New York, passando per la strage del Pulse di Orlando, fino a Bratislava e Berlino), scopriamo che su 11 attacchi documentati, 8 sono di matrice religiosa radicale (soprattutto jihadista, ma anche estremismo ortodosso) e 3 nascono dal suprematismo bianco e neonazista.
E allora, cosa possiamo fare?
Come dice Certi Diritti, non dobbiamo scegliere quale estremismo condannare, dobbiamo condannarli entrambi. Ma per farlo servono tracciamenti demografici seri dei crimini d’odio, programmi educativi per i giovanissimi, e una formazione adeguata per i vari pezzi dello Stato, per le Forze dell’ordine e probabilmente ancor di più per i nostri politici, impreparati e spesso inadeguati.
Tornando all’Italia, il punto di partenza è uno solo, ovvero ricreare fiducia. Ma per farlo serve prima di tutto capire il problema, studiarlo sul serio. C’è un bisogno disperato di ricerca scientifica e sociale sui fenomeni di omofobia, lesbofobia e transfobia. Su questo aspetto, diciamolo chiaramente, siamo drammaticamente indietro rispetto al resto d’Europa. Andiamo a tentoni, spesso basandoci su percezioni e non su analisi strutturate.
E i dati da dove li prendiamo? I Centri Antidiscriminazione pubblici e le case rifugio fanno un lavoro enorme per accogliere e salvare vite, ma dovrebbero diventare anche dei veri e propri “hub” territoriali per la raccolta dati. Per funzionare davvero devono lavorare in strettissima sinergia con gli altri pezzi dello Stato. Penso proprio all’OSCAD, ad esempio. Se centri antiviolenza, antidiscriminazione, istituzioni locali e forze dell’ordine e osservatori indipendenti come omofobia.org si parlassero e incrociassero i dati in una rete di protezione reale, chi subisce violenza oppure odio e discriminazione capirebbe di non essere solo contro un muro di gomma.
Finché lo Stato sembrerà un un entità indifferente o addirittura ostile, le denunce continueranno purtroppo probabilmente a calare (e non certo perché sta diminuendo l’odio) o rimanere solo una piccolissima punta dell’iceberg della questione reale di un Paese ancora profondamente e culturalmente omofobo, lesbofobo e transfobico.