Scout cattolici, svolta dell’Agesci: via libera ai capi educatori Lgbtqia+
L'orientamento sessuale e l'identità di genere non saranno più motivo di esclusione per l'accesso ai ruoli educativi. Plauso delle associazioni LGBTQIA+, ma si riapre lo scontro tra progressisti e conservatori nel mondo cattolico e in politica.
L’orientamento sessuale e l’identità di genere non sono più criteri di esclusione per chi chiede di svolgere un ruolo educativo nell’Associazione guide e scouts cattolici italiani. La decisione dell’Agesci, ratificata con l’approvazione del documento intitolato Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo, segna un cambio di passo decisivo nelle politiche di inclusione e di accoglienza dell’associazione giovanile cattolica più grande d’Italia.
Il testo stabilisce che il profilo del “capo cristiano educatore” debba essere valutato dalle Comunità capi prescindendo dall’orientamento affettivo e dall’identità di genere di chi richiede di entrare in associazione. La delibera è il risultato di un percorso di ascolto avviato nel 2022 dal consiglio generale, durante il quale l’Agesci ha raccolto le testimonianze dirette dei propri iscritti, registrando una realtà territoriale frammentata: da un lato esperienze positive di inclusione, dall’altro casi di allontanamento e “storie di sofferenza” legate a pregiudizi e linguaggi irrispettosi.
Il documento parla esplicitamente della necessità di “promuovere percorsi volti al superamento di sentimenti e atteggiamenti omolesbobitransfobici“, definiti un ostacolo materiale all’integrazione di ragazzi e capi all’interno dei gruppi.
Le reazioni
La decisione ha generato reazioni immediate, evidenziando le storiche fratture all’interno del mondo cattolico e del panorama politico italiano.
Sul fronte delle associazioni Lgbtqia+, il riscontro è ampiamente positivo. Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, parla della fine di “una lunga storia di isolamento e discriminazione“, sottolineando come la scelta di una realtà capillare come l’Agesci mandi un messaggio chiaro all’intero Paese: le persone Lgbtqia+ sono una risorsa anche all’interno del servizio educativo e delle comunità cristiane. Il centrosinistra ha accolto la notizia condividendo la linea di Arcigay, definendo la svolta un passo fondamentale per l’inclusione e la laicità degli spazi formativi.
Di segno opposto, invece, l’accoglienza in ambito conservatore. L’apertura dell’Agesci ha formalizzato un nuovo strappo all’interno della Chiesa italiana, già divisa sulle timidissime aperture pastorali del pontificato di Papa Francesco (su tutte, la dichiarazione Fiducia Supplicans sulle benedizioni alle coppie omosessuali). Se l’area del cattolicesimo democratico difende la linea dell’associazione, richiamandosi a una “pedagogia dell’accoglienza” pienamente evangelica, i settori più tradizionalisti parlano di una rottura dottrinale.
Sulla stessa linea si posizionano le forze politiche di centrodestra e le associazioni pro-life (come Pro Vita & Famiglia), che accusano i vertici dell’Agesci di aver ceduto a pressioni esterne e di aver tradito il patto educativo con i genitori cattolici. Il timore sollevato da queste aree è che l’ingresso di educatori Lgbtqia+ possa introdurre nei percorsi formativi dei più giovani temi legati all’identità di genere, considerati in contrasto con la dottrina tradizionale della Chiesa sulla famiglia. Un dibattito che, a ridosso della decisione, promette di mantenere alta la tensione tra le diverse anime dell’associazionismo cattolico italiano.
La svolta nel quadro del Terzo settore
A questa lettura politica ed ecclesiale si aggiunge una dimensione giuridica e sociale altrettanto rilevante. L’Agesci è una Associazione di promozione sociale iscritta come rete associativa al RIUNTS (Registro unico nazionale del Terzo settore). Questo dettaglio conta, perché il documento richiama implicitamente anche la logica di non discriminazione nell’ammissione degli associati richiesta a tali enti. L’identità di genere e l’orientamento affettivo vengono quindi letti in stretta connessione con la responsabilità educativa e la struttura associativa stessa.
La rilevanza pubblica della decisione nasce proprio qui. Una associazione educativa nazionale che opera nel tempo libero, nella formazione extra-scolastica e nelle alleanze con le comunità locali definisce un criterio che potrà incidere sulle prassi di centinaia di territori. La posta in gioco supera, di fatto, la sola domanda su chi possa diventare o meno capo scout: riguarda la cultura decisionale che una rete educativa così ramificata porta nei luoghi dove famiglie, parrocchie e società civile si incontrano ogni giorno.
In questo quadro, l’adeguamento allo spirito del Codice del Terzo Settore (il Decreto Legislativo 117 del 2017, che ha profondamente ridisegnato il comparto) non rappresenta un mero adempimento burocratico, ma un potente motore di trasformazione. La Riforma, imponendo principi di democraticità, pari opportunità e assenza di discriminazioni negli statuti degli enti, dimostra quanto le norme e le leggi antidiscriminatorie siano fondamentali per innescare un reale cambiamento. Quando l’impianto normativo fissa paletti rigorosi a tutela dei diritti, spinge anche le realtà più grandi e tradizionali a interrogarsi, a evolvere e ad adeguare le proprie prassi. È la prova tangibile che la legge non è mai solo teoria su carta, ma lo strumento concreto con cui, pezzo dopo pezzo, si riscrive la cultura e la storia civile del nostro Paese.