Ungheria, cancellata la legge anti-Lgbt+ di Orbán: la prima svolta di Péter Magyar
Con 139 voti a favore, il Parlamento di Budapest smantella le norme sulla "tutela dei minori" del 2021. Un segnale netto del nuovo corso europeista, ma sui diritti civili la strada resta in salita.
Era nell’aria da settimane, ora c’è anche il voto in aula. Ieri il Parlamento ungherese ha dato un colpo di spugna a uno dei simboli più discussi dell’era di Viktor Orbán, cancellando le restrizioni anti-Lgbtq+ contenute nella legge del 2021 sulla cosiddetta “tutela dei minori”. I numeri dicono 139 voti a favore e 51 contrari. È la prima vera inversione di rotta sui diritti civili da quando il nuovo premier europeista Péter Magyar ha preso in mano il governo lo scorso maggio.
Ungheria e diritti LGBTQ+: cosa prevedeva la “legge propaganda” del 2021
Ma cosa viene archiviato, nel concreto? Quella che attivisti e opposizioni avevano subito ribattezzato “legge propaganda” bloccava qualsiasi rappresentazione pubblica delle persone Lgbtqia+ nei media, nelle pubblicità e soprattutto a scuola. La giustificazione ufficiale dell’ex governo nazionalista era la protezione dei minori da contenuti ritenuti nocivi. Nella pratica, però, il provvedimento ha generato anni di censura capillare: libri sigillati in libreria, film tagliati o trasmessi a notte fonda e materiali didattici epurati da ogni riferimento all’identità di genere o all’orientamento sessuale.
Il post Orbán: dalle restrizioni sulla famiglia alle norme anti-Pride
Chiudere i conti con il passato, comunque, non sarà questione di un pomeriggio. In oltre un decennio al potere, Orbán ha alzato un vero muro legislativo contro la comunità Lgbtqia+. Il primo mattone risale al 2012 con la legge sulla protezione della famiglia, che riconosce solo il matrimonio eterosessuale e il legame biologico o adottivo tra genitori e figli. Poi, nel 2020, la stretta sui documenti d’identità: divieto assoluto per le persone trans e intersessuali di rettificare il sesso assegnato alla nascita.
E resta ancora sul tavolo il provvedimento più duro, la legge anti-Pride entrata in vigore il 15 aprile 2025. Una norma che ha allargato i poteri di sorveglianza della polizia e introdotto sanzioni pesanti non solo per chi organizza, ma anche per chi partecipa ai cortei. Misure che, come denunciano le associazioni sul posto, hanno finito per legittimare isolamento sociale, discriminazioni e veri e propri episodi di violenza. Il voto di ieri riapre uno spiraglio a Budapest, ma per smontare l’intero impianto del vecchio governo a Magyar servirà parecchio altro lavoro.