L’8 marzo e il divario di genere: nel mondo islamico le condizioni più critiche, tra violenze e repressione.

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Otto marzo, Giornata Internazionale della donna o – con un’espressione certamente impropria – definiamo Festa della Donna. Questa data fu scelta nel 1977, quando L’ONU, con la risoluzione 32/142, stabilì la “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”.

Secondo alcune fonti, la scelta dell’8 marzo è funzionale a commemorare la morte di più di cento operaie che nel marzo del 1911 furono coinvolte nel rogo dell’edificio newyorchese della Triangle Waist Company, in cui lavoravano in condizioni atroci. Altri collegano la data a uno sciopero di lavoratrici tessili, duramente represso a New York l’8 marzo del 1857 o a una rivolta pacifista di operaie russe, che ebbe luogo a Pietrogrado l’8 marzo 1917.

La cosiddetta questione femminile, che iniziò ad emergere già nei primi decenni del secolo scorso, oggi è tutt’altro che risolta.

Il Global Gender Gap Report stilato dal World Economic Forum ha reso noto che ci vorranno circa 132 anni per colmare il divario di genere nel mondo e arrivare, finalmente, a una vera parità tra uomini e donne.

Le donne italiane, purtroppo, se la passano peggio delle donne di altri Paesi e non solo europei, se è vero che il World Economic Forum, nel succitato report, ci indica che l’Italia è al 79esimo posto relativamente ai comportamenti virtuosi nei confronti delle donne e al 104esimo posto relativamente al divario di genere che attinge, ad esempio, la partecipazione economica.

Questa situazione così palesemente asimmetrica, evidentemente frutto di una società ancora profondamente segnata dal maschilismo e dal patriarcato, è il terreno fertile in cui proliferano discriminazioni, reiterati stereotipi e violenze.

A proposto di violenze, è soltanto il caso di ricordare che, in Italia, un uomo uccide una donna ogni tre giorni mentre continuano senza sosta gli abusi sessuali, i maltrattamenti, le molestie, lo stalking, la violenza psicologica, il revenge porn e la violenza via social.

E se in Italia la situazione è critica, ci sono Paesi, come l’Iran, l’Afghanistan o l’Arabia Saudita, in cui la condizione delle donne è davvero molto grave.

Amnesty International, in prossimità della Giornata Internazionale della donna, ha denunciato che le autorità Iraniane avrebbero intensificato il controllo e la repressione sulle donne per costringerle a portare il velo, continuando a reprimere nel sangue e con la violenza la resistenza al grido di” Donna Vita Libertà” diffusasi dopo la morte di Mahsa Amini, arrestata e picchiata per aver indossato in maniera scorretta lo hijab.

Le donne iraniane che provano a disubbidire, stando a quanto riferito anche da Amnesty, subiscono spesso la confisca delle auto dalle autorità iraniane e vengono intimidite con telefonate e messaggi.

Per quanto riguarda l’Afghanistan, le donne si vedono negare, dal governo talebano, il riconoscimento di qualsiasi diritto. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo dove non è permesso alle donne frequentare le scuole superiori. Non ci sono donne nel governo e quelle che hanno avuto il ruolo di Parlamentari prima dell’ascesa dei talebani, risiedono attualmente in Grecia.

In Arabia Saudita, la condizione delle donne, nonostante alcuni, forse apparenti, passi in avanti, resta molto grave, basti ricordare la condanna subita da Salma al-Shehab, attivista per i diritti delle donne che, come denunciato da Amnesty International nell’agosto 2022, condannata a 34 anni di carcere più altri 34 anni di divieto di viaggio per aver scritto un post su twitter in cui chiedeva il rispetto dei diritti umani e la scarcerazione di un’altra attivista.

Vale la pena, considerato il momento storico che stiamo attraversando, ricordare la condizione delle donne a Gaza, sotto Hamas, condizione che ad un marcato gender gap, dovuto all’applicazione quasi integrale della legge islamica, aggiunge un tasso di violenza allarmante come riportato dal report del 2021 “Il femminicidio nella società palestinese”, redatto dal Centro femminile di assistenza e consulenza legale (WCLAC), Forum delle ONG palestinesi per la lotta alla violenza contro le donne (aL-Muntada). Un esempio? Le donne di Gaza sono ancora colpite dal cosiddetto delitto d’onore tacitamente avallato dal governo di Hamas nei confronti di quelle ritenute responsabili di condotte sessuali “disonorevoli”.

Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, la General Union of Palestinian Women e altre istituzioni femministe hanno denunciato che nel 2019 almeno 18 donne sono state uccise da membri della famiglia che si consideravano lesi nell’onore.

D’altronde, che la donna in diversi paesi musulmani viva una situazione di gravissima subalternità, è un dato indubitabile, conseguente ad interpretazioni spesso rigidamente maschiliste, patriarcali e sessiste della legge e della religione islamica.

Insomma, a poche ore da quest’ennesima commemorazione dell’8 marzo, è importante ricordare non solo le sacrosante rivendicazioni relative alla condizione delle donne nel nostro Paese, ma anche la condizione, a dir poco medioevale, in cui vivono le donne in gran parte del mondo islamico, condizione funzionale a negare libertà e autonomia alle donne che, di fatto,  sembrano essere ridotte al ruolo di “schiave” del maschio/padre/padrone da cui dipendere anche per i diritti e i bisogni più elementari.

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