Juan Jesus parla di razzismo e si commuove all’allenamento dei bambini accolti a Napoli

“Meglio vincere pochi trofei, ma essere un esempio per i bambini”

Salvatore Piro

Un calcio al razzismo e tanta voglia di pace, il messaggio universale parte dai bambini. Accompagnati da un ospite d’eccezione. Queste le frasi “chiave” che descrivono l’iniziativa solidale svoltasi Lunedì 20 maggio, a partire dalle ore 17, presso il centro sportivo Kodokan di Piazza Carlo III a Napoli. Intitolata “Alleniamoci per la Pace”, voluta dalla Impresa Sociale Arci Mediterraneo Srl in partnership con Eventi Sociali APS, Scuola Calcio Asd Petrarca di Napoli, con i bambini e le bambine dell’Educativa Territoriale ARCI di Borgo Sant’Antonio Abate, Antinoo Arcigay Napoli e il Kodokan, ha visto allenarsi insieme i ragazzi di una squadra di calcio davvero speciale: composta da bambini fuggiti dalle guerre e bambini italiani. Presente all’evento, anche il calciatore brasiliano del Napoli, Juan Jesus. Proprio lui, l’arcigno difensore che nel marzo scorso, al termine della partita di Serie A disputata allo stadio San Siro di Milano, contro i campioni d’Italia dell’Inter, aveva pubblicamente denunciato di aver subito presunti insulti discriminatori dal collega nerazzurro Francesco Acerbi. Caso, infine, archiviato per insufficienza di prove dal Giudice sportivo Gerardo Mastrandrea.


Mentre si rivolgeva ai piccoli, parlando del razzismo nel calcio, il giocatore del Napoli si è visibilmente commosso: “Prima di tutto voglio essere da esempio per i miei figli – ha detto Juan Jesus stringendo a sé il proprio piccolo – Nella mia carriera ho sempre provato a essere una persona pulita. Quello che è successo a me è stata una brutta cosa. Ho fatto quello che dovevo fare, purtroppo è andata come è andata. Sapevo come sarebbe andata a fine. Nel calcio si può vincere, si può perdere, ma preferisco vincere qualche trofeo in meno ed essere un esempio per i bambini”. La speciale iniziativa per la Pace ha raccolto il patrocinio della comunità afgana, della comunità ebraica, della comunità ucraina e il sostegno delle varie comunità arabe e africane del territorio di Napoli.


Tra i protagonisti della giornata c’era Anhelina, 9 anni, (ne aveva 8 quando è arrivata in Italia), originaria di Ivanofrankivsk, città dell’Ucraina occidentale. Anhelina non ha più notizie di suo padre dall’inizio della guerra. Lei e sua madre, Lilia, non hanno più nessuno in Ucraina perché Lilia è cresciuta in un orfanotrofio e oggi sono ospiti nelle strutture gestite da Arci Mediterraneo. Summera, invece, arriva con suo figlio Ali dal Pakistan. Si sono lasciati alle spalle un marito e un padre violento ma non le cicatrici e i traumi fisici, frequenti e ripetuti, subiti in passato. Anche loro sono ospiti dell’Impresa Sociale Arci Mediterraneo, guidata da Mariano Anniciello, che opera nel terzo settore dagli anni ’90 e che dal 2013 si occupa di accoglienza per migranti nel Centro-Sud. “Il calcio deve insegnare il rispetto, ma spesso chi dovrebbe dare il buon esempio si lascia andare a comportamenti ignobili. Questi bambini vogliono dare una lezione anche a chi, sui campi di Serie A, non comprende l’importanza del proprio ruolo e la gravità di un atto di razzismo – dice Mariano AnnicielloAttraverso il calcio, impariamo che la vera vittoria non è quella che si ottiene sconfiggendo un avversario, ma quella che si conquista collaborando per un obiettivo comune. Questi bambini allenano i propri valori e costruiscono ponti invece di muri. Ogni volta che scegliamo di rispettare e apprezzare le differenze, stiamo facendo un passo verso un mondo migliore”.

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