icon cerca

Da Sanremo 1972 alla deriva USA: l’ombra delle “terapie riparative”

Dalla "Stonewall ligure" del '72 al recente cortocircuito della Corte Suprema americana e il ritorno inquietante delle terapie riparative. Mentre Strasburgo chiede il bando totale di pratiche definite "crudeli", l'Italia resta sospesa tra le omissioni della comunità scientifica e l'assenza di una legge.

Da Sanremo 1972 alla deriva USA: l’ombra delle “terapie riparative”

Diritti civili, Politica, Salute

5 Aprile 2026

Di: A. Sannino

Sanremo non è solo la città dei fiori, della canzone italiana o il metronomo della nostra cultura nazionalpopolare. C’è una data, incisa nella storia dei diritti civili del nostro Paese, che trasforma la riviera ligure nella culla dell’orgoglio LGBTQIA+, il 5 aprile 1972.

Quel giorno, davanti all’ingresso del Casinò, non c’erano cantanti o direttori d’orchestra, ma una quarantina di militanti del F.U.O.R.I.! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), affiancati da attivisti e attiviste giunte da mezza Europa. L’obiettivo era chiaro e rivoluzionario: sabotare il Congresso internazionale del Centro Italiano di Sessuologia, un consesso di stampo cattolico che discuteva di “devianze” e promuoveva atrocità cliniche come l’elettroshock e la lobotomia per “guarire” l’omosessualità. Travestiti da medici, armati di fialette maleodoranti e di un coraggio inaudito, quegli attivisti ruppero il silenzio. Fu la prima manifestazione pubblica per i diritti omosessuali in Italia. Fu per molti la nostra Stonewall, la scintilla primigenia dei pride italiani. Eppure, a oltre mezzo secolo da quella rivolta, il fantasma di quelle “cure” continua ad aggirarsi, mutando forma ma non sostanza.

Il cortocircuito americano: quando la censura si maschera da libertà

Ciò che sembrava relegato a un passato oscuro, oggi ritrova una spaventosa legittimità legale oltreoceano. Pochi giorni fa, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha assestato un colpo durissimo ai diritti umani. Con una maggioranza schiacciante di otto a uno, i giudici hanno dato ragione a Kaley Chiles, terapeuta evangelica, annullando di fatto il divieto imposto dallo Stato del Colorado sulle cosiddette terapie di conversione per i minori.

La motivazione, redatta dal giudice conservatore Neil Gorsuch, è un capolavoro di equilibrismo giuridico che fa rabbrividire, vietare a un professionista di “orientare” un giovane paziente verso i dettami della propria fede violerebbe il Primo Emendamento, ovvero la libertà di espressione e di religione. Si tratta di un cortocircuito logico in cui la parola “libertà” viene impugnata come un’arma contro le soggettività più fragili. L’America, un tempo faro dei diritti civili, si conferma oggi intrappolata in una deriva oscurantista MAGA accelerata dalle scorie dell’era Trump, smantellando decenni di conquiste: dal diritto all’aborto fino all’identità di genere.

L’Europa alza un muro, la scienza non ammette dubbi

Se gli Stati Uniti arretrano, l’Europa cerca faticosamente di tracciare una linea rossa. Nel scorso mese di febbraio, l’Assemblea del Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione storica che chiede agli Stati membri di mettere al bando e sanzionare penalmente le terapie riparative. Nonostante le barricate dei gruppi ultraconservatori, il messaggio di Strasburgo è netto: non c’è nulla da “riparare”, e tentare di farlo equivale a una tortura.

Il fronte politico europeo poggia su fondamenta scientifiche inattaccabili, validate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da innumerevoli studi internazionali. Studi scientifici accreditati recenti (2022/2023) e pubblicati su riviste come JAMA Network Open hanno ampiamente documentato come queste pratiche spingano i minori verso l’abisso della depressione, dell’abuso di sostanze e del suicidio. Non solo: indagini recenti (Gibb, 2025) dimostrano danni misurabili perfino a livello cardiovascolare, con picchi di ipertensione e infiammazione sistemica in chi è stato sottoposto a queste violenze psicologiche.

Il silenzio complice dell’Italia

Torniamo allora a Sanremo, punto di partenza della nostra riflessione. L’Italia di oggi vive un dualismo socioculturale evidente. Da un lato, abbiamo la cultura di massa, la musica, lo spettacolo, proprio il palco dell’Ariston è diventato negli anni uno specchio (a volte perfino un megafono) delle istanze di genere e della fluidità. La stagione dei Pride italiani, che ogni anno riempie le strade di colori e rivendicazioni, è vibrante e politicamente viva.

Dall’altro lato, però, la politica e le istituzioni sanitarie arrancano in un silenzio assordante. Il nostro Paese manca ancora di una legge che vieti esplicitamente queste pratiche, a differenza di nazioni come Malta, Francia, Germania e Grecia, o di altri Stati europei. Mentre l’Ordine degli Psicologi ha preso una posizione chiara e netta di condanna, adeguandosi alle indicazioni scientifiche e alle direttive europee, pesa come un macigno il mutismo in ambito medico, come quello di settori quali la psichiatria e la cardiologia.

La lezione di quel 5 aprile 1972

è che i diritti non sono mai acquisiti per sempre e che non bisogna mai smettere di lottare. Mentre negli Stati Uniti si consuma l’ennesimo drammatico strappo ai danni delle persone LGBTQIA+, in Italia la società civile e il movimento queer non possono voltarsi dall’altra parte e devono spingere la comunità scientifica e la classe politica dirigente ad intervenire. Le terapie di conversione sono una violenza sistemica contro la persona, una vera tortura. E al silenzio complice, oggi come cinquantaquattro anni fa davanti a quel Casinò, bisogna rispondere riprendendosi la parola. E pretendendo una legge e interventi di condanna inequivocabili.