Papa Leone: “La benedizione di coppie gay? Ci sono questioni più importanti di quelle sessuali”
Derubricare le libertà sessuali a questioni secondarie è un clamoroso errore geopolitico che ignora una delle principali radici ideologiche dei conflitti globali.
L’attivismo geopolitico di Papa Leone ha recentemente assunto i toni di una sfida aperta ai sovranismi, segnando una distanza netta dalle posizioni di Donald Trump e ribadendo una condanna senza appello contro ogni forma di belligeranza. Tuttavia, dietro l’invocazione di una pace universale, emerge una frizione logica che interroga non solo i fedeli, ma l’intera comunità internazionale. Definire le questioni sessuali come temi di secondo piano rispetto ai grandi scenari bellici significa, paradossalmente, ignorare come il controllo dei corpi e la repressione delle identità siano diventati i nuovi strumenti della guerra ibrida e ideologica.
Diritti LGBTQI+ nel mondo, dalle persecuzioni in Iran alle violenze di Stato
La posizione del Pontefice, che liquida la benedizione delle coppie omosessuali o i dibattiti sulla morale sessuale come questioni meno importanti, sembra trascurare una realtà drammatica. In vaste aree del pianeta, l’appartenenza alla comunità LGBTQI+ o la condizione femminile non sono temi dottrinali, ma frontiere di sopravvivenza. Esiste un filo rosso che lega le guerre in corso alla violenza di Stato in Iran o alla persecuzione istituzionalizzata in molti Paesi del Medio Oriente, dove il genere e l’orientamento sessuale diventano capi d’imputazione che conducono alla forca o alla lapidazione. Questa non è semplice morale sessuale, è la negazione del diritto primario alla vita e alla felicità, lo stesso che la Chiesa difende con forza quando si parla di missili e droni.
L’omotransfobia come arma geopolitica
Il limite di questa visione gerarchica dei problemi del mondo appare ancora più evidente se si analizza il conflitto in Ucraina sotto la lente della retorica russa. Il Patriarca di Mosca, Kirill, ha più volte giustificato l’invasione russa non come una semplice operazione territoriale, ma come una guerra metafisica contro l’Occidente, descritto come un territorio moralmente corrotto dalla cultura LGBTQI+. Quando la religione viene utilizzata come arma per santificare l’aggressione, la questione sessuale smette di essere un dettaglio teologico e diventa il motore di un’ideologia che genera fosse comuni e guerre. Putin e Kirill hanno trasformato l’omofobia di Stato in un pilastro della loro dottrina bellica, dimostrando che l’odio contro le diversità è l’anticamera necessaria alla disumanizzazione del nemico.
Religioni monoteiste e patriarcato
L’errore prospettico risiede nel non riconoscere che l’odio che alimenta le guerre è strutturalmente identico a quello che colpisce le donne e le quelle che vengono percepite come minoranze sessuali. Le tre grandi religioni monoteiste, pur con sfumature diverse, condividono spesso una radice patriarcale e misogina che fatica a scardinare i meccanismi di dominio sull’altro. Se la Chiesa vuole davvero porsi come mediatrice di pace, non può permettersi il lusso di considerare marginale la persecuzione di milioni di donne e persone LGBTQI+ nel mondo. La pace non è solo l’assenza di bombe, ma la rimozione dei presupposti culturali che rendono la violenza socialmente e politicamente accettabile.
Pace e diritti civili
La difesa dei diritti civili e l’opposizione alla guerra sono quindi due facce della stessa medaglia. Ignorare il dolore di chi viene perseguitato per chi ama o per la propria identità significa lasciare spazio a quel fanatismo che, inevitabilmente, finisce per imbracciare le armi. La diplomazia della Santa Sede e del Pontefice dovrebbe riflettere sul fatto che nessuna pace sarà mai duratura finché non sarà universale, includendo quel rispetto per la dignità umana che non può e non deve conoscere alcuna gerarchia di importanza.