Movimento LGBTQ+ in crisi: perché la politica non basta più (e serve una nuova rete)
Prendendo spunto dalla lucida analisi di Clayton Gibson su The Advocate, è tempo di dirlo: l'attivismo da vetrina ha fallito. Per proteggere i diritti queer servono potere economico, comunità reali e meno dipendenza dai partiti.
C’è un elefante nella stanza di cui fatichiamo a parlare, le vecchie ricette dell’attivismo queer si sono inceppate. A scoperchiare il vaso di Pandora ci ha pensato di recente Clayton Gibson, direttore della QWELL Community Foundation, in un editoriale tagliente uscito su The Advocate. La sua tesi è tanto scomoda quanto reale. Ci siamo illusi che bastasse vincere qualche elezione o avere l’appoggio delle star per metterci al sicuro. E invece ci ritroviamo con i diritti rimessi in discussione, le giovani persone trans sotto attacco e un senso di precarietà costante.
Ha ragione Gibson quando dice che abbiamo scambiato la rappresentanza politica per la soluzione a tutti i mali. Sia chiaro, le battaglie in parlamento e nei parlamentini regionali e comunali restano fondamentali. Ma diciamoci la verità: a cosa serve una legge sulla carta se poi una persona queer fatica a trovare una casa in affitto, un lavoro pagato il giusto o un medico che non la guardi dall’alto in basso?
Il crollo del rainbow washing e i limiti della visibilità LGBTQ+
Il punto più dolente sollevato nell’articolo di The Advocate riguarda la fragilità delle nostre fondamenta associative e movimentiste. Per anni il movimento negli USA si è appoggiato sui finanziamenti delle grandi aziende e nel nostro Paese con un parziale supporto degli enti pubblici, nazionali e locali, anche questo sempre più in discussione con l’avanzata dei governi reazionari di ultradestra. Poi l’aria è cambiata, la politica si è fatta ostile e molte corporation hanno tagliato i fondi ai programmi di inclusione (DEI) alla velocità della luce. Chi si aspettava fedeltà dal mercato è rimasto col cerino in mano.
Nel frattempo, migliaia di associazioni continuano a lavorare a compartimenti stagni, bruciando energie per sopravvivere invece di fare fronte comune. C’è poi un altro abbaglio che dobbiamo avere il coraggio di ammettere. quello dell’ossessione per la visibilità. I social ci hanno convinti che “esserci” e fare rumore equivalesse a vincere. Ma come fa notare giustamente Gibson, la visibilità è validazione, non protezione. Anzi, in tempi bui, esporsi senza avere alle spalle una struttura solida ci trasforma solo in bersagli più facili.
Dal potere economico queer alla comunità. Come ripensare l’attivismo
Come se ne esce, allora? Per Gibson smettendo di fare pugilato a casaccio e iniziando a fare judo, usando la nostra forza di leva. I numeri citati da Gibson per gli Stati Uniti fanno riflettere anche noi: il potere d’acquisto queer sfiora i 1.700 miliardi di dollari e la stragrande maggioranza delle persone comuni è contro le discriminazioni. La forza economica e gli alleati ci sono, solo che li disperdiamo.
L’idea a cui sta lavorando la fondazione QWELL per il 2027 – una piattaforma digitale sicura per connettere consumatori queer, alleati e aziende davvero amiche – indica una strada pragmatica e intelligente. Se spostiamo i nostri sforzi solo verso chi ci sostiene sul serio, il mercato ci ascolta eccome. Ma il vero salto di qualità sta nel tornare a guardarsi in faccia e usare la tecnologia non per fare performance sui social, ma per spingere le persone a incontrarsi, magari proprio a cena nel proprio quartiere, creando legami tra generazioni diverse, mutuo soccorso e reti di emergenza. La riflessione di Gibson ci lascia probabilmente una lezione preziosa, dobbiamo smettere di aspettare che siano sempre le istituzioni a salvarci. È ora di costruirci da soli le mura di casa.