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Tra arresti, perquisizioni e blocchi social: ecco cosa sta succedendo alla Turchia anti-lgbt di Erdoğan

Il Paese, 47esimo nella “Rainbow map” dell’ultimo rapporto di ILGA, si trova a vivere un periodo di forte repressione per il movimento arcobaleno

Tra arresti, perquisizioni e blocchi social: ecco cosa sta succedendo alla Turchia anti-lgbt di Erdoğan

Diritti civili, Media, News, Omofobia, Pride

15 Settembre 2026

Di: Francesca Saccenti

Nel fine settimana scorso, le autorità turche hanno fermato 162 sospetti. Una retata nazionale e conservatrice per rivendicare i valori tradizionali, intitolata “Ailem Güvende”, che significa “La mia famiglia è al sicuro”. Un giro di vite contro le organizzazioni lgbtqia+, i locali notturni e gli attivisti “marchiati” con una parola, con un acronimo che da sempre fa storcere il naso al governo, presieduto da Recep Tayyip Erdoğan, che da vent’anni impone diktat con una visione sempre più autoritaria. Nonostante nel Paese l’omosessualità non sia un reato da quando l’Impero ottomano ha adottato un nuovo codice penale nel 1858, le operazioni della notte del 12 e 13 settembre, condotte in 15 province, fanno parte di un piano decennale (2025) che si pone l’obiettivo di incentivare la natalità, con l’appello alle coppie di avere almeno 3 figli, per contrastare l’invecchiamento della popolazione mantenendo la forza economica. Il peccato originale dei gay, “pervertiti” – come sono stati spesso definiti dalle alte cariche della Turchia – è di avere contribuito al calo del tasso delle nascite. Un processo di “genderizzazione” che suona come una minaccia. La polizia ha effettuato blitz nelle città di Istanbul, Ankara, Smirne e Mersin per reati e accuse di “oscenità”, favoreggiamento della “prostituzione” e “spaccio di droga”. Tra le persone coinvolte figurano membri attuali ed ex esponenti di gruppi impegnati nella causa queer e per la sensibilizzazione contro il virus dell’HIV. 

I profili 

I segnali, che qualcosa di grosso stava ribollendo in pentola, si potevano già leggere quando alcuni siti web e profili di “X” di ONG sono stati bloccati. A stringere la morsa il ministro della Giustizia turco, Akin Gürlek, che attraverso i social media ha fatto sentire la sua voce, affermando che la procura sta indagando su 162 sospettati, 9 associazioni e 13 attività commerciali. ”La mia famiglia è al sicuro” ha lo scopo – secondo quanto si apprende – di “salvaguardare i bambini, l’istituzione della famiglia e l’ordine pubblico”. Sui numeri non si hanno certezze perché le opinioni tra fonti istituzionali e media sono  discordanti. Il relatore del Parlamento europeo per la Turchia, Nacho Sánchez Amor, ha definito i recenti arresti “un’escalation scioccante nella repressione”. “Proseguiamo con fermezza i nostri sforzi per proteggere i nostri figli, l’istituzione della famiglia e l’ordine sociale”, ha detto Gürlek, specificando che al momento sono in corso anche delle indagini sul trasferimento di denaro verso e da parte delle organizzazioni lgbt. Tra i social finiti nella black list ci sono quelli dell’Associazione di Studi sui Media e Diritto (MLSA), la sezione turca di Amnesty International e il quotidiano “Evrensel”.

L’omosessualità in Turchia

La Turchia, secondo la “Rainbow map 2026” dell’ultimo rapporto di ILGA, è la terzultima in lista in tema di diritti lgbtqia+: al 47esimo posto su 49 con un punteggio totale del 5%, seguita solo dall’Azerbaigian e dalla Russia (2%). Qui l’omosessualità è legale sin dalla fondazione della Repubblica nel 1923, e se guardiamo ancora più indietro nella storia del Paese, i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso erano già stati depenalizzati dal 1858, sotto l’Impero ottomano. Non esiste alcuna legge che vieti l’omosessualità, ma non esistono delle norme che tutelino la comunità contro le discriminazioni e leggi in favore delle unioni civili, del matrimonio egualitario e delle convivenze registrate. Le persone gay non possono prestare servizio militare e non possono adottare i figli congiuntamente. Per quanto riguarda la transizione di genere è possibile modificare il proprio nome sui documenti dal 1988, dopo il parere positivo medico e l’autorizzazione del tribunale. “A gennaio – è scritto su un report ILGA – la Turchia ha presentato le proprie osservazioni difensive alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) nell’ambito del ricorso avviato da Kaos GL, una delle più antiche organizzazioni lgbt nel Paese, contro le interdizioni imposte ad Ankara su marce ed eventi queer. Il caso riunisce due ricorsi: quello relativo al divieto della marcia contro l’omofobia del 2016 e quello riguardante il divieto a tempo indeterminato di tutte le attività lgbt imposto durante lo stato di emergenza del 2017. L’esecutivo ha negato qualsiasi discriminazione, sostenendo che le restrizioni fossero motivate esclusivamente da ragioni di sicurezza”.

Cosa sta succedendo

Negli ultimi anni il clima per la comunità lgbtqia+ sta diventando ostile, complici le posizioni estremiste del governo presieduto da Recep Tayyip Erdoğan. Si sta assistendo a un progressivo arretramento in tema di diritti civili. “A ottobre 2025, il presidente ha presentato alla Grande Assemblea Nazionale della Turchia la proposta di legge di bilancio del governo centrale per il 2026, che stanziava 22 miliardi di lire turche (circa 600 milioni di euro) per programmi volti alla “tutela e al rafforzamento della famiglia”, secondo quanto scritto in un report di ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association).  I Pride non si possono svolgere liberamente dal 2015, con l’apparente motivazione legata alla sicurezza pubblica. Undici anni fa durante la giornata dell’Orgoglio di Istanbul i manifestanti sono stati accolti dalle autorità locali con il lancio di lacrimogeni, colpiti con getti potenti degli idranti e arrestati in massa per non avere rispettato il divieto. Un altro problema fondamentale è legato alla libertà di espressione, le associazioni e gli attivisti si trovano di fronte a costanti pressioni legali, confrontandosi con una censura sempre più stringente. Nel 2025 durante la conferenza “Anno della famiglia” ad Ankara, Erdoğan ha affermato la necessità di intensificare la battaglia contro la causa arcobaleno. Essere omosessuali – ha dichiarato – è “un’anormalità”.