Iran, dove esistere è un crimine: la resistenza invisibile della comunità queer iraniana
Viaggio nella Repubblica Islamica, dove la legge islamica impone la chirurgia forzata o la condanna a morte per le persone omosessuali.
In Iran, l’amore o semplicemente l’esistere come persone queer possono essere una condanna a morte. Nel sistema giuridico della Repubblica Islamica, basato su una rigorosa interpretazione della Sharia, i diritti delle persone LGBTQ+ non sono semplicemente ignorati: la loro stessa esistenza è criminalizzata. Vivere come persona queer in Iran significa navigare quotidianamente tra la paura della polizia morale, lo stigma familiare e la minaccia costante di violenza fisica, financo la morte.
Tra interventi chirurgici forzati e condanne a morte
L’Iran presenta un panorama legale unico e inquietante. Da un lato, i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso sono punibili con la morte; dall’altro, lo Stato riconosce e sussidia le operazioni di riassegnazione di genere.
Per il Codice Penale iraniano l’omosessualità è illegale. Per gli uomini, la sodomia (lavat) è punibile con la morte, a discrezione del giudice della Sharia. Per le donne, la pena è solitamente di 100 frustate, ma può evolvere in pena di morte alla quarta condanna. Nel 1987 l’Ayatollah Khomeini emise una fatwa che obbligava le operazioni di cambio sesso per le persone “diagnosticate” come transessuali. Il rapporto del Relatore Speciale ONU sui diritti umani in Iran ha più volte definito le pratiche di “riassegnazione di genere forzata” come una forma di tortura.
Questo ha creato una distorsione drammatica. Le persone omosessuali vengono spesso messe di fronte a una scelta impossibile: rischiare la pena di morte o sottoporsi a interventi chirurgici irreversibili e terapie ormonali per “correggere” il proprio corpo e rientrare nella binarietà uomo-donna accettata dallo Stato. Molti gay e lesbiche fuggono dal paese proprio per evitare questa mutilazione forzata.
La comunità queer iraniana, tra silenzio e diaspora
Esistono associazioni LGBTQ+ in Iran? Ufficialmente, no. Qualsiasi organizzazione che promuova i diritti queer all’interno del paese verrebbe smantellata immediatamente e i suoi membri arrestati per “propaganda contro il sistema” o “corruzione sulla terra”.
Tuttavia, esiste una rete vitale che opera dall’estero, in una vera e propria situazione di diaspora, offrendo supporto legale, visibilità e canali di fuga. Basta ricordare 6Rang (Iranian Lesbian and Transgender Network), forse l’organizzazione più nota. Ha sede all’estero e documenta instancabilmente le violazioni dei diritti umani, portando le testimonianze alle Nazioni Unite. L’Iranian Queer Organization (IRQO), con sede in Canada, offre supporto ai rifugiati che cercano asilo in Occidente. Ci sono poi delle reti clandestine all’interno del paese, le persone comunicano tramite app crittografate e social media (spesso usando VPN), ma il rischio di infiltrazione da parte delle forze di sicurezza è altissimo.
I casi più eclatanti e i volti della Resistenza iraniana
Negli ultimi anni, alcuni casi hanno bucato il muro del silenzio, scuotendo l’opinione pubblica internazionale.
Nel 2022, due attiviste, Zahra Sedighi-Hamadani (nota come Sareh) ed Elham Choubdar, sono state condannate a morte con l’accusa di “corruzione sulla terra” (Efsad-fil-Arz). Erano accusate di promuovere l’omosessualità, il cristianesimo e di comunicare con media ostili alla Repubblica Islamica. Grazie a una massiccia campagna globale guidata da Amnesty International e altre ONG, la condanna a morte è stata annullata dalla Corte Suprema alla fine del 2022 e le donne sono state rilasciate su cauzione nel 2023, pur rimanendo sotto stretta sorveglianza. Nel maggio 2021, invece, Alireza, un ragazzo gay di 20 anni, è stato rapito e decapitato da membri della sua stessa famiglia (fratellastro e cugini) nella provincia del Khuzestan. I familiari avevano scoperto che Alireza era stato esentato dal servizio militare a causa di “depravazioni sessuali” (codice usato per l’omosessualità). La sua morte ha scatenato un’ondata di indignazione online in occidente, mettendo in luce come le leggi statali iraniane legittimino di fatto i delitti d’onore familiari. Come dimenticare poi quel 19 luglio 2005, quando Mahmoud Asgari e Ayaz Marhoni (rispettivamente di 16 e 18 anni) furono impiccati pubblicamente a Mashhad. La loro esecuzione divenne un caso mediatico globale per la brutalità delle immagini — che ritraevano i due adolescenti in lacrime mentre venivano preparati al patibolo.

foto Wikipedea
Le denunce delle organizzazioni umanitarie
Le organizzazioni internazionali come Amnesty International, Human Rights Watch (HRW) e l’ILGA denunciano regolarmente pratiche disumane: dalle terapie di conversione come l‘uso di elettroshock, somministrazione forzata di psicofarmaci e “cure” spirituali per modificare l’orientamento sessuale, all’attività quotidiana della polizia informatica iraniana crea falsi profili su app di incontri gay per adescare, arrestare e ricattare gli utenti, ma anche l’uso della tortura, spesso le persone LGBTQ+ detenute subiscono regolarmente violenze sessuali e isolamento nelle carceri.
ILGA: Iran “Zona Rossa” per i diritti delle persone LGBTQ+
L’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) monitora costantemente la situazione iraniana, considerandola una delle più critiche a livello globale.
Nel suo rapporto di riferimento mondiale, ILGA classifica l’Iran come uno dei 6 stati membri dell’ONU in cui la pena di morte è la punizione legalmente prescritta per gli atti sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso. L’Iran è costantemente inserito nella “zona rossa” della mappa globale dei diritti, rappresentando il massimo livello di criminalizzazione statale. ILGA denuncia fermamente la pratica iraniana di sottoporre le persone gay e lesbiche a interventi chirurgici forzati. L’organizzazione non considera questi interventi come un diritto alle cure per le persone trans, ma come una forma di tortura e mutilazione genitale volta a “cancellare” l’omosessualità, violando l’integrità fisica degli individui.
Comunità queer e movimento “Donna, Vita, Libertà”
Nonostante la repressione, la comunità LGBTQ+ iraniana è parte integrante del movimento di protesta “Donna, Vita, Libertà” scoppiato dopo la morte di Mahsa Amini. Molti manifestanti hanno sventolato bandiere arcobaleno durante le proteste all’estero e, più timidamente, all’interno del paese.
