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La Juta non si ferma: una Candelora di pace e accoglienza sfida la frana e i pregiudizi

Impossibile raggiungere Montevergine, la comunità dei femminielli, guidata dall'ATN, celebra all'Annunziata di Mercogliano. Tra gioia e preghiera, Don Vitaliano apre il pulpito alle donne trans. Grande commozione per il ricordo di Paolo, vittima di bullismo a 14 anni.

La Juta non si ferma: una Candelora di pace e accoglienza sfida la frana e i pregiudizi

Costume & Società, Religione e fede

2 Febbraio 2026

Di: A. Sannino

MERCOGLIANO (AV) – Non è bastata una frana a fermare la devozione, né a spegnere i colori di una tradizione che da secoli intreccia fede e identità. Questo 2 febbraio, giorno della Candelora, la storica “Juta dei femminielli” ha dovuto cambiare meta fisica, ma non spirituale.

A causa degli smottamenti che hanno reso inagibile la salita al Santuario di Montevergine, il pellegrinaggio annuale non ha potuto raggiungere “Mamma Schiavona” sulla vetta del Partenio. Tuttavia, la fede e la tenacia della comunità trans e queer hanno trovato una nuova casa. Grazie all’organizzazione dell’ATN (Associazione Trans Napoli), il bus dei fedeli ha raggiunto la chiesa dell’Annunziata di Mercogliano. Qui, in un’atmosfera di festa e di gioia, si è compiuto un piccolo miracolo di accoglienza e pace.

Don Vitaliano Della Sala ha accolto i pellegrini con un’omelia potente, trasformando l’imprevisto logistico in un messaggio universale. “La Juta è la celebrazione dell’incontro tra l’umano e il divino,” ha ricordato il parroco, “quell’incontro tra diversità e persone necessario oggi più che mai per fermare le guerre”. È stato un rito di prime volte storiche: sul pulpito, per leggere le Sacre Scritture e pregare, sono salite le donne trans, Adriana, Loredana, Last Queen e Gold Queen. Una preghiera e una messa quella di Don Vitaliano contro tutti gli odi e le guerre, nel segno di una Chiesa che si fa madre accogliente.

La celebrazione quella di Don Vitaliano ha onorato la memoria di Marcello Colasurdo, anima, voce e tammorra del popolo della Juta, la cui assenza fisica è stata colmata dai canti e dal ricordo vivo dei presenti.

Don Vitaliano: il parroco che apre le braccia

è figura carismatica, vero punto di riferimento per gli “ultimi”. Don Vitaliano ha saputo trasformare la chiesa dell’Annunziata in un rifugio contro l’odio. La sua non è stata una semplice messa, ma un atto politico e spirituale contro l’omotransfobia. Pregando per tutte le vittime dell’odio, il parroco ha ribadito che la Pace non è un concetto astratto, ma si costruisce partendo dall’ascolto dell’altro, dall’incontro con l’altro. Aprendo il pulpito alla comunità trans, Don Vitaliano ha mandato un segnale inequivocabile: davanti a Dio non esistono barriere, e la diversità è una ricchezza da custodire, non una minaccia da combattere.

La Juta: tra storia e leggenda di Mamma Schiavona

La “Juta” (l’andata, la salita) non è un semplice pellegrinaggio folcloristico, ma un rito identitario con radici profondissime. La leggenda narra di due giovani amanti omosessuali che, scoperti a consumare il loro amore, furono legati a un albero sul monte Partenio, condannati a morire di freddo e stenti tra i lupi. La tradizione vuole che fu proprio la Madonna, commossa dal loro sentimento, a salvarli inviando un raggio di sole a sciogliere il ghiaccio e le catene. Da allora, la comunità dei femminielli venera la Madonna di Montevergine — detta “Mamma Schiavona” per il volto scuro dell’icona bizantina — come la propria protettrice. “Mamma Schiavona tutto vede e tutto perdona”, o meglio, tutto accoglie. È la Madonna che non giudica, colei che asciuga le lacrime di chi è stato rifiutato dalla società.

Il dolore di Massimo e il ricordo di Paolo: “Ucciso dalle parole”

Nel clima di festa della Candelora, un velo di profonda commozione è sceso sulla chiesa quando Massimo Saveriano, attivista queer e fedele, ha preso la parola dal pulpito. Con la voce rotta dall’emozione, ha voluto dedicare un pensiero a chi non ce l’ha fatta a resistere all’odio.

Massimo ha ricordato la tragica storia di Paolo, un ragazzino di soli 14 anni che si è tolto la vita, schiacciato dal peso insostenibile del bullismo e della derisione. Paolo non veniva chiamato col suo nome. Per i bulli era “Paoletta”, “femminuccia”, o “Nino D’Angelo” (usato in senso dispregiativo per il caschetto biondo). Parole come pietre, lanciate quotidianamente per ferire la sua identità in formazione. Il ricordo di Paolo, rievocato nel cuore della festa, è stato un monito durissimo: l’accoglienza celebrata oggi non è solo un rito, ma una necessità vitale per impedire che altri ragazzi debbano morire di solitudine e vergogna.

 

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