“Non c’è bisogno di perdere la memoria per essere un gay felice”: le confessioni di Gabriele Piazza tra social e primo romanzo
L’autore de “Il gay felice”: “L’omofobia? È solo una grande forma di ignoranza, si cura con la conoscenza”
“Chiedono ai comici di fare ridere, poi arriva la politica che ci ruba il lavoro! Però noi persone gay possiamo guidare l’auto e se andiamo in ospedale ci curano. Per combattere l’omofobia ci vogliono le istituzioni, ma se ci insultano rispondiamo con il sorriso: facciamoci scivolare addosso le discriminazioni”. Classe 1995, l’attore e content creator romano Gabriele Piazza – il fenomeno web che sta facendo impazzire le logiche dell’algoritmo con una pagina Instagram da 250mila follower e con un profilo TikTok da più di 100mila seguaci – non si ferma ai video sarcastici sui social, ma va oltre raccontando le difficoltà del mondo lgbtqia+ nello spettacolo teatrale “Eterofobo” e nel nuovo romanzo “Il gay felice – Storia di un omo senza fobia”. Nel libro, edito da DeAgostini, il protagonista Michelangelo ha ventisei anni, vive a Roma ed è un aspirante attore. La vita, tra sogni e battute d’arresto, è scandita dalla sua omosessualità che considera “una condanna”. Tutto cambia quando un grave incidente gli provoca un’amnesia selettiva: il personaggio dimentica l’esistenza dell’omofobia e finalmente – libero dallo sguardo giudicante degli altri – inizia a seguire le sue regole.
Michelangelo è l’alter ego di Gabriele Piazza o è solo il frutto della tua fantasia?
C’è meno di me di quanto la gente possa immaginare, non si tratta di un’autobiografia. Come spesso accade alle persone della comunità lgbtqia+, Michelangelo si scontra con “un’omofobia interiorizzata”. Il personaggio fa parte di una categoria posta ai margini: rischia di avercela con se stesso o con chi non incarna un ideale preciso. E poi fa una vita diversa dalla mia anche se è un attore, mi rivedo soprattutto nelle scene dei provini, ma sui grandi temi del romanzo si perde questa somiglianza.
Nella società attuale una persona gay può essere felice nel contesto in cui vive o deve per forza perdere la memoria per esserlo?
Siamo molto indietro, ma rispetto a 30 anni fa facciamo una vita meravigliosa! Sono un ottimista, anche se ci sono delle criticità. Il governo e le istituzioni sembrano remare contro l’emancipazione completa. Non bisogna fare un incidente come nel romanzo per essere felici, ma è necessario cercare di cambiare prospettiva, magari mettendosi degli occhiali con dei filtri diversi!
Nei mesi scorsi un intervento del generale Roberto Vannacci durante la trasmissione “Otto e mezzo” è diventato virale. I politici stanno rubando il mestiere a voi comici?
Quando ho iniziato a produrre contenuti socialmente più impegnati alcuni mi dicevano: “Vabbè, lascia stare la politica e torna a fare ridere”. E io ho risposto: ”Guarda, io lo farei, però il compito dei politici dovrebbe essere quello di fare politica e invece fanno ridere. Quindi io che faccio ridere, faccio politica”.

I social hanno stravolto il modo di comunicare, quanto è difficile stare dietro ai diktat dell’algoritmo?
Oggi rispetto al passato c’è la necessità di creare video che siano caratterizzati da una maggiore brevità. Succede ormai anche al cinema: dopo un tot di secondi l’inquadratura deve cambiare. Siamo disabituati a osservare una stessa immagine per troppo tempo, si è trasformata la nostra capacità di concentrazione. Ma i social non hanno solo aspetti negativi, ci hanno facilitato nell’accesso a informazioni e notizie. Poi dipende molto da quanto sento che il mio cervello si sta facendo condizionare.
Cioè?
Ci sono delle volte in cui mi sembra facile non inseguire l’algoritmo perché la comunicazione deve esistere a prescindere dalle visualizzazioni. Altre volte mi dico: “Cavolo, io questa cosa l’ho fatta per farla arrivare a più gente possibile, e invece c’è un muro. Un insieme di numeri. Un programma per il computer che decide per te.
Ti è successo anche nella promozione del libro “Il gay felice”?
Mi scontro con il fatto che per i social la pubblicità di un romanzo, non è un contenuto adatto per Instagram perché non favorisce un’interazione velocissima. Ho pubblicato una storia in cui dicevo: “Scusate se vi sto rompendo le scatole con questo libro, ma…” e un follower mi ha risposto: “Non mi stai rompendo le scatole per niente, pensa che nemmeno sapevo che l’avessi scritto”.
Se l’avesse saputo?
Magari sarebbe corso subito a comprarlo. Certi contenuti non arrivano, è come volersi scontrare con Dio. Nel senso che è un meccanismo talmente più grande di te che a un certo punto devi dire: vabbè, che ci posso fare?
Perché i tuoi reel “girano” così bene?
Mi dicono che sono spontaneo. Credo che questo aspetto si percepisca: il modo in cui parlo ai miei follower non è diverso dal modo in cui mi rivolgo agli amici e non è diverso dal modo in cui comunico con i miei familiari. Forse e questa la chiave, non mi pongo dall’alto verso il basso e non ti faccio lo spiegone!
Spesso i social vengono visti con molti pregiudizi. Prima si studiava e si faceva gavetta, adesso si cerca la fama in maniera improvvisata?
Non sono molto d’accordo. Prima un attore aveva successo sul grande schermo anche senza formazione. La sua dote era di catturare lo sguardo. Non è che Marilyn Monroe avesse fatto un’accademia. E non penso che sia tanto diverso rispetto a quello che facciamo oggi. Poi è chiaro che bisogna studiare e formarsi, però l’importante è tenere alta l’attenzione, no? C’è un lato marcio, c’è della “spazzatura” nella televisione e nel cinema. Sui social ci sono tantissimi contenuti e creator, il bilancio è sproporzionato. Quando ti affacci al mondo dell’arte dopo molti provini pensi: “Ma sai cosa? Al posto di aspettare ora prendo in mando io la situazione!”.
Alla fine si tratta di piacere…
L’obiettivo sono i like. Se piaci non è una colpa, non significa per forza che l’indice di gradimento dipenda da un sistema fallato. A volte piaci perchè hai delle qualità, altre volte, invece, perché sei talmente tanto ridicolo che la gente ti vuole guardare e alla fine pure quella è una qualità! Nel Medioevo c’erano i giullari di corte, cambiano le epoche e i mezzi di comunicazione si evolvono.
Il libro nasce da una tua idea o ti è stato commissionato dalla casa editrice?
Ho sempre scritto nella vita, ho seguito anche dei corsi di drammaturgia, ma quando mi è arrivata la proposta ero pronto. Se adesso arrivasse un’invasione aliena, invece, non sarei pronto!
Hai dei luoghi di ispirazione?
Qualsiasi posto in cui ci siano delle interazioni sociali, come la metro, e negli spazi in cui le persone si sentono abbastanza libere di essere loro stesse, ad esempio in palestra. Avevo voglia di scrivere una cosa “catchy” (orecchiabile), scorrevole, divertente e che facesse riflettere.
C’è un modo per combattere l’omofobia?
Si contrasta nella socialità cercando l’appoggio delle istituzioni. Poi bisognerebbe farlo con l’ironia ribaltando la situazione. Non siamo obbligati a farci ferire da ogni singola parola, da ogni insulto che ci viene rivolto, a volte le cose bisogna farsele scivolare addosso anche se fa male. Ho notato spesso che molti omofobi quando si crea un confronto e ci si conosce, cambiano. L’omofobia è solo una grande forma di ignoranza, si cura con la conoscenza.
