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Addio a Tinto Brass: è morto a 93 anni il maestro del cinema erotico e della disobbedienza

Dai tagli della censura al trionfo de La chiave con Stefania Sandrelli, si spegne a Roma il regista anarchico che sfidò l'Italia più bigotta in nome del piacere e della libertà.

Addio a Tinto Brass: è morto a 93 anni il maestro del cinema erotico e della disobbedienza

Cinema e tv

4 Novembre 2026

Di: A. Sannino

Se n’è andato a Roma, a 93 anni, Giovanni “Tinto” Brass. L’annuncio è arrivato dalla moglie Caterina Varzi e dai figli Beatrice e Bonifacio, che per l’ultimo saluto hanno scelto funerali strettamente privati. Con lui scompare molto più del “re dell’eros” da botteghino. Se ne va un intellettuale colto, coerente fino all’ostinazione, capace di vivere secondo le proprie regole fregandosene dei giudizi altrui. In “un’Italietta” ancora intrisa di riflessi fascisti, aggrappata alle sottane dei preti o all’austera morale comunista della prole contro i “vizi e vizietti borghesi”, Brass è stato un visionario coraggioso. Aveva i suoi limiti umani, certo, ma chi può davvero scagliare la prima pietra senza peccati?


Tinto Brass insieme alla moglie Caterina Varzi

Dagli esordi con Rossellini a Venezia: la storia di Tinto Brass prima dell’eros

Prima del sigaro perennemente acceso e della fama da guardone impenitente, c’era la pittura. Il soprannome “Tintoretto” – poi accorciato in Tinto – glielo aveva cucito addosso il nonno, il pittore Italico Brass, osservandolo disegnare nella Venezia della sua giovinezza. Ed è proprio come un pittore veneziano che Tinto, lasciata in un cassetto la laurea in Giurisprudenza, ha sempre trattato la pellicola, con luce, carnee e colori forti.

Fatto il pieno di cinema a Parigi nella leggendaria Cinémathèque di Henri Langlois, in piena fibrillazione da Nouvelle Vague, torna in Italia per farsi le ossa con Roberto Rossellini e Joris Ivens. Il debutto del 1963, In capo al mondo, viene subito bloccato dai censori; lui, per tutta risposta, cambia il titolo in Chi lavora è perduto e tira dritto. È la sua stagione pop e ribelle, quella di Nerosubianco e del frenetico Col cuore in gola (1967), con le tavole a colori di Guido Crepax come storyboard. Proprio il film che lo scorso 1° settembre la Mostra del Cinema di Venezia 2026 ha celebrato in 4K conferendogli il Premio Pietro Bianchi, mentre una febbre lo teneva già bloccato a casa.


Così fan tutte (1992) – Tinto Brass, Claudia Koll

Il caso Caligola, “La chiave” e le muse del cinema erotico italiano

Negli anni Settanta il sesso diventa lente politica sul potere con Salon Kitty e col travagliatissimo kolossal Caligola (1979), da cui prese le distanze dopo feroci liti al montaggio con il patron di Penthouse Bob Guccione. Un set folle, da cui cacciò su due piedi Maria Schneider, presentatasi coperta fino alle caviglie, per affidarsi alla fedelissima Teresa Ann Savoy. Del resto, i rifiuti eccellenti non gli sono mai mancati, da Silvana Mangano a Sophia Loren, blindata dal marito Carlo Ponti che lo liquidò chiedendogli se fosse impazzito.

La svolta arriva nel 1983 con La chiave, tratto da Tanizaki ma inondato di luce lagunare. Stefania Sandrelli diventa l’icona di un desiderio adulto finalmente senza colpa, anche se l’attrice non ha mai nascosto gli scontri durissimi sul set con un regista tanto geniale quanto manipolatorio. Da lì esplode il fenomeno di costumem, Miranda lancia Serena Grandi, Capriccio consacra Francesca Dellera, Paprika e Così fan tutte trasformano Debora Caprioglio e Claudia Koll in divinità popolari, fino alle ultime pellicole degli anni Duemila come Senso ’45 e Monamour.

Tinto Brass le critiche del femminismo. Politica radicale e libertà del desiderio

Bersagliato per decenni dal movimento femminista per il suo sguardo voyeuristico – critiche a cui rispondeva sghignazzando: «Se amare il sesso significa essere un maiale, mi autodenuncio» – negli ultimi anni è stato in parte rivalutato per aver sdoganato il piacere delle donne mature.

«Tranquillamente ateo», libertino nel senso filosofico del termine e storicamente vicino alle battaglie radicali di Marco Pannella, Brass ha sempre rifiutato le etichette. Nel 2008 guidò con orgoglio la giuria del Queer Lion a Venezia e amava ricordare un episodio in un club scambista parigino dove, al buio, accarezzò un uomo senza poi ritrarsi: «Non faccio distinzione di genere, conta solo la sincerità del desiderio». Oggi che nel cinema vedeva solo «troppa prudenza e zero ribellione», la sua anarchia mancherà terribilmente.