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Ho scritto il libro che mi avrebbe salvato da adolescente

Nicola Campanelli si racconta a San Giorgio a Cremano in occasione dell'uscita del suo nuovo libro. L'autore: "In Italia manca il coraggio politico, all'estero l'educazione sessuale è realtà, qui un tabù".

Ho scritto il libro che mi avrebbe salvato da adolescente

Cultura Queer, Poesia e letteratura

29 Novembre 2025

Di: Rita Cocco

Sabato 22 novembre, nella splendida cornice di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano, presso l’Info Point culturale a Villa Bruno, si è tenuta la presentazione dell’ultimo romanzo di Nicola Campanelli, L’amore che avrebbe dovuto essere (Graus Edizioni). L’evento, organizzato in collaborazione con le associazioni Two+Two e Pride Vesuvio, ha visto l’autore dialogare con l’avvocata Raffaella Spinelli, attivista del direttivo di Pride Vesuvio e referente dello sportello CAD.

Campanelli, classe ’75 e origini napoletane, è una figura poliedrica: ex avvocato, danzatore, giornalista e oggi scrittore a tempo pieno. Vive a Barcellona dopo tredici anni trascorsi a Berlino, città che hanno fatto da sfondo alla sua evoluzione personale e artistica. Dopo l’esordio diaristico del 2013 con Confessioni di un ragazzo perbene, Campanelli torna con un’opera più matura, che mescola vissuto personale, inchiesta sociale e scavo psicologico.

L’incontro a Villa Bruno si è trasformato presto in una riflessione collettiva su temi urgenti: il peso del linguaggio, la violenza di genere e l’assenza di un’educazione sessuo-affettiva strutturata in Italia.

Che tipo di scrittore ti senti oggi?
Sono uno scrittore nato per caso. Tutto è iniziato grazie a un professore, amico di mio padre, con cui scambiavo lunghe lettere; è stato lui a suggerirmi questa strada. Oggi, però, scrivo per mandare un messaggio preciso. Voglio creare una coscienza civile. Ho scritto il libro che avrebbe fatto la differenza per me, se lo avessi letto da adolescente. Se riesco a cambiare la prospettiva anche di una sola persona, ho raggiunto il mio scopo.

Campanelli si definisce uno “scrittore giardiniere”, prendendo in prestito la definizione di George R.R. Martin: non un architetto che pianifica tutto a tavolino, ma qualcuno che pianta un seme e osserva cosa nasce. Curiosamente, la stesura di questo libro è partita proprio dall’immagine di una magnolia, nata inizialmente come spunto per un racconto breve.

Il titolo è evocativo, ma il contenuto va oltre. Parliamo di relazioni omosessuali: rispetto all’estero, cosa manca qui in Italia?
Manca una classe politica disposta a fare quel passo in più necessario. La sensibilità del singolo non basta, il cambiamento deve passare attraverso le istituzioni. Io ho avuto la fortuna di avere il supporto di famiglia e amici, eppure ho sempre vissuto in una società eteronormativa che mi faceva sentire diverso, sbagliato. Mi sentivo invisibile. È impossibile non subire questo condizionamento esterno.

Quanto ci facciamo condizionare da qualcosa che è “solo un’idea”?
Non è solo un’idea: è reale perché esiste nel linguaggio. Le parole sono fondamentali: attraverso di esse mandi un messaggio e legittimi un pensiero. Non si può essere leggeri con le parole.

L’autore racconta come Berlino gli abbia permesso di strapparsi di dosso le etichette e ricominciare. Tuttavia, il romanzo è intriso di malinconia per i luoghi d’origine: Procida, Pozzuoli, i Campi Flegrei. Una geografia dell’anima che riflette un legame indissolubile con la propria terra.

Il libro sembra un manuale su cosa l’amore non dovrebbe essere. Cosa dovrebbe essere, invece?
Rispetto. E dialogo. Rispettare il partner, ma prima di tutto se stessi, è la base di qualsiasi relazione sana.

Il tuo testo è stato adottato come libro didattico a Barcellona. Ti senti responsabile verso le nuove generazioni?
Non cerco quel tipo di responsabilità né voglio dare risposte dogmatiche, ma è stata un’esperienza bellissima. Lì si fa educazione sessuo-affettiva nelle scuole, c’è un’attenzione diversa. In Italia, invece, proposte simili vengono bocciate. Spesso, purtroppo, il vero lavoro educativo va fatto sugli adulti prima ancora che sui ragazzi.

L’incontro si è concluso con un invito alla lettura delle storie di Matteo e Camilla, i protagonisti del libro, non solo per intrattenimento, ma per instillare – soprattutto nei più giovani e fragili – quel germe di speranza necessario a non sentirsi più inadeguati di fronte a chi non sa rispettarci.