Grandi sì, ma senza smettere di essere fragili. In libreria il nuovo romanzo di Ivan Cotroneo
Tra Napoli, relazioni, memoria e vulnerabilità maschile, Grande dà voce a ciò che spesso resta nell'ombra: intervista all'autore Ivan Cotroneo.
Grande, il nuovo romanzo di Ivan Cotroneo pubblicato da La Nave di Teseo, non si limita a restituire ai lettori la storia di Ernesto, il protagonista, ma li immerge in una densa e intensa temperatura emotiva: Grande è un romanzo intimo e inquieto che attraversa il corpo, la cura, il desiderio, la memoria familiare e la fatica contemporanea di diventare adulti senza smarrire la propria identità.
Tra notti napoletane, fragilità maschili e relazioni che cercano continuamente un equilibrio, Cotroneo costruisce personaggi lontani dagli stereotipi, capaci di esporsi con assoluta autenticità, senza eroismi e senza maschere. Ne emerge una riflessione profonda sulla vulnerabilità, sull’amore e sul bisogno — sempre più urgente — di sentirsi riconosciuti dagli altri.
A pochi giorni dalla presentazione che avrà luogo sabato 30 maggio alle 19:00, presso il FreeId, bar sociale di Antinoo Arcigay Napoli, nel centro storico della città partenopea, abbiamo incontrato l’autore per parlare di invisibilità, identità e di quella strana, complicata avventura che chiamiamo ancora “diventare grandi”.

In “Grande” il corpo sembra diventare insieme luogo della fragilità, del desiderio e della memoria. Quanto è stato importante, per te, raccontare la malattia e l’intimità senza filtri ma anche senza retorica?
Il corpo è al centro del racconto, al centro di tutto il libro. Mentre mia madre si ammalava, mi capitava di leggere vari racconti o resoconti della malattia totalmente sterilizzati, poeticizzati, senza odori, umori, carne, sangue. Contemporaneamente al corpo della persona malata, esiste, mi rendevo conto, il corpo della persona che se ne prende cura, che quanto più è immerso in questa vicinanza con la decadenza, tanto più vuole affermarsi proprio come corpo vivo, sessuato, capace di desiderio. E il fatto che questi corpi siano collegati rende il desiderio collegato. Il libro non racconta due parti di Ernesto, ma la stessa. Anzi il suo desiderio sessuale così marcato è una lotta per la vita, per me.
Il protagonista si muove tra la cura della madre malata, la notte, il sesso, Napoli e una continua ricerca di sé. Quanto è importante dare voce narrativa a identità lontane dai modelli culturali tradizionali?
Io da sempre credo moltissimo nel potere dei personaggi di finzione di illuminare zone d’ombra e restituire racconti che nella maggior parte dei casi non vengono fatti. Tutto quello che ho scritto per cinema, televisione, teatro e narrativa nasce da questo desiderio. Qui volevo sfatare il cliché dei luoghi di incontro e di crusing come qualcosa di oscuro, superficiale, leggero. Mi arrabbio quando qualcuno definisce le relazioni occasionali di Ernesto come anaffettive. E’ la prova di un pregiudizio, che cioè l’affettività debba passare obbligatoriamente dalla continuità nel tempo. Il locale in cui Ernesto va è raccontato come una oasi di vita, e anche di calore, non solo sessuale ma proprio umano. Ci tenevo a dirlo: quella di Ernesto non e’ una discesa agli inferi ma una esplorazione vitale e, di fatto, salvifica di sé.
Nel romanzo convivono tenerezza familiare, desiderio, perdita e bisogno di essere visti dagli altri. Secondo te, cosa significa oggi diventare davvero “grandi”?
Per Ernesto, e anche per me, diventare grandi significa sapere tenere tutti questi aspetti insieme, non fuggire, guardare in faccia la realtà. E capire che si può continuare ad amare, sia se stessi che gli altri, sia gli sconosciuti, incontrati occasionalmente, che la propria madre, in un modo totale, che non nasconde e non abbellisce o censura nulla. Forse significa abbracciare la vita, quello che si è e quello che ci capita, a occhi aperti.
