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Se il Pride diventa un tribunale: le contestazioni che ci interrogano all’indomani del Rivolta Pride di Bologna

A Bologna, tensioni e polemiche riaprono una domanda scomoda: il movimento Lgbt+ è ancora capace di tenere insieme differenze e sensibilità diverse?

Se il Pride diventa un tribunale: le contestazioni che ci interrogano all’indomani del Rivolta Pride di Bologna

Pride

16 Giugno 2026

Di: Radio Pride

C’era una volta il Pride, spazio libero e di liberazione, luogo in cui persone differenti, con storie e idee differenti, si riconoscevano in una battaglia comune contro le discriminazioni e le disuguaglianze che opprimevano – ed opprimono – la collettività Lgbt+. Quanto accaduto sabato al Rivolta Pride di Bologna ci pone in maniera ormai chiara ed esplicita di fronte ad un nuovo tipo di manifestazione, ad un tipo di Pride che è decisamente altro da quelli a cui abbiamo partecipato fino a poco tempo fa.

Il Confine tra critica politica e “gara di purezza”

Sia chiaro: nessuno mette in discussione il diritto alla critica politica. Anzi, la storia del movimento Lgbt+ è fatta di dissenso, critica, confronto e anche conflitto. Ciò che preoccupa è quando il dissenso si trasforma in una gara a stabilire chi sia il più puro e chi, in virtù di questa “patente” sia legittimato a stare in piazza.

Il caso Bologna, le accuse di esclusione e la replica

Stando a quanto restituito anche sui social, come  denuncia anche Radio Radicale, il Rivolta Pride avrebbe inibito la partecipazione alla manifestazione a militanti radicali, persone ebree, cittadini israeliani o iraniani: se ciò fosse vero, il Pride da luogo di inclusione, si sarebbe trasformato in un’aula di giudizio in cui si decide chi è legittimato ad esserci e chi deve essere allontanato e messo all’indice.

Il Rivolta Pride ha ribaltato le  accuse, sostenendo che il un “gruppo di sionisti” avrebbe “attaccato” il Pride e ribadendo  che al Rivolta Pride di Bologna tutte le persone sono benvenute, ma non con simboli che sconfessano i valori fondanti del Pride e del suo manifesto politico.

I temi in piazza e il rischio di oscurare il messaggio

A Bologna, infatti, il corteo è stato attraversato da temi davvero importanti: la difesa delle persone trans, il contrasto alle politiche del governo, la solidarietà verso la popolazione palestinese e la critica al cosiddetto pinkwashing. Temi legittimi, che fanno parte del dibattito politico contemporaneo. Ma non possiamo ignorare che quando le differenze interne diventano il centro della scena, il rischio è che il messaggio principale venga oscurato.

Una comunità plurale contro il pericolo dell’omologazione

La verità è che le persone Lgbt+ non sono un blocco monolitico. Non votano tutte allo stesso modo, non condividono necessariamente le stesse analisi geopolitiche e non hanno identiche sensibilità politiche. Pretendere che in nome di un presunto principio di intersezionalità si debbano azzerare differenze e dissensi può impoverire il movimento e innescare all’interno dinamiche quasi “persecutorie” verso chi non si allinea, chi coltiva il fruttifero seme del dubbio, chi ravviva la pratica democratica con lo strumento della dialettica e del confronto.

Difendere i diritti senza nuove ortodossie

Il Rivolta Pride di Bologna, insomma, ha fatto emergere la difficoltà crescente, di una parte consistente del movimento, di accettare la presenza in piazza di persone che, pur condividendo la battaglia per i diritti Lgbtq+, non condividono necessariamente le stesse posizioni geopolitiche o ideologiche di una presunta maggioranza dei militanti e/o degli organizzatori coinvolti nel Pride.

La vera sfida dei Pride del futuro sarà probabilmente proprio questa: restare spazi politici senza trasformarsi in spazi di esclusione. Difendere i diritti Lgbtq+ senza costruire odiose ortodossie. Ricordare che l’orgoglio nasce dalla libertà e che la libertà, per definizione, è incompatibile con qualsiasi declinazione di conformismo e omologazione.