La disciplina insegna il rispetto, non la paura: la lezione mancata di Minerva (Netflix)
Riflessione su serie TV, ambiente militare e omosessualità: oltre gli stereotipi e la paura del branco
Ho guardato la serie TV di Netflix Minerva pensando di vedere una serie ambientata in una scuola militare. Mi sono ritrovato invece a riflettere su qualcosa che conosco bene anche attraverso il mio lavoro nei Pride italiani: quanto possa essere difficile, soprattutto da giovanissimi, vivere liberamente ciò che si è quando l’ambiente intorno pretende di stabilire ciò che si dovrebbe essere. Nella serie, le storie tra ragazzi vengono nascoste, negate, vissute con paura. E qui, a mio avviso, Minerva perde un’occasione.
Invece di raccontare l’omosessualità nella vita militare con uno sguardo più contemporaneo, capace di integrarla nella normalità delle relazioni, finisce troppo spesso per ricondurla agli stereotipi: il segreto, la vergogna, il conflitto interiore, la paura del gruppo.
Omosessualità e vita militare: superare lo stereotipo dell’incompatibilità
Disciplina, forza, coraggio, virilità sembrano ancora parole incompatibili con l’essere gay. Ma non lo sono. La vita militare può formare il carattere, insegnare senso del dovere e responsabilità. Non determina chi siamo capaci di amare. Essere gay non rende un ragazzo meno forte, meno coraggioso o meno adatto a indossare un’uniforme.
Il vero problema nasce quando alla disciplina si sostituisce la sopraffazione. Quando il gruppo diventa branco e nonnismo, umiliazione e omofobia vengono confusi con il percorso necessario per diventare uomini. È su questo che vorrei vedere maggiore severità.
Scuola, bullismo e inclusione: educare al rispetto e non alla sopraffazione
Nel dibattito sulla scuola ci preoccupiamo anche di stabilire quanti studenti stranieri possano esserci in una classe. Forse dovremmo preoccuparci con altrettanta determinazione di ciò che accade dentro quelle classi: bullismo, nonnismo, omofobia e paura di essere se stessi. Una scuola, militare o civile, dovrebbe preparare un ragazzo ad affrontare il mondo, non insegnargli a nascondersi per essere accettato.
Dirigere dei Pride mi ha insegnato che dietro parole grandi come diritti, inclusione e libertà ci sono storie molto semplici: ragazzi e ragazze che chiedono di poter crescere senza vergognarsi di ciò che provano. Forse è arrivato il momento di raccontare anche loro senza i soliti stereotipi.
Perché la forza non sta nel nascondere ciò che siamo. E la disciplina, quando ha davvero un valore educativo, insegna il rispetto. Non la paura.